le interviste Rivista — 19 agosto 2013

Nessuno vuole parlare con toni catastrofisti, eppure, se lo Sheldon di cui parla Francesco Spiedo nel suo “Neoprene” fosse un uomo in carne e ossa (e di certo, di persone simili, da qualche parte, ancora ne esistono) si troverebbe a vivere in un’epoca che non faticherebbe a chiare “di decadenza”.

Non esiste più il concetto di “dono”, di “altrui”, di “semplicità” e di “purezza”.

O forse, è solo diventato più raro, e quindi più prezioso ancora.

In pochi riescono a riconoscere i pochi che ne sono ancora in grado, ed è per questo facile apparire come un po’ fuori dal mondo. Per questo, chi è davvero innamorato, è anche davvero coraggioso.

In “Neoprene” si parla di sentimenti, e l’autore, che ha esplicitamente richiesto l’uso del “tu”, ci spiega il perché:

neoprene

 

  • Neoprene”. Si tratta di certo di un titolo singolare da assegnare a un romanzo. Ci spieghi il perché di questa scelta?

     

La musica ha accompagnato costantemente la genesi ed il parto di ogni parola; una delle canzoni maggiormente riprodotte durante le intese ore di scrittura è stata “Kevlar” del gruppo napoletano i 24 Grana: la motivazione è quindi, probabilmente, la stessa che spinse il gruppo a scegliere un titolo così “particolare”. Associare una materiale completamente artificiale quale il Kevlar, o lo stesso Neoprene, le sue proprietà fisiche e chimiche a quelle che sono, al contrario, materiali completamente umani, sentimenti, emozioni, stati d’animo, riflessioni e battiti cardiaci. Scegliere “Neoprene” è stata una scelta allo stesso tempo commerciale ed emotiva: è un titolo che incuriosisce, chiama a sé il lettore, e contemporaneamente è una perfetta metafora e sintesi di tutto il romanzo, tentativo di isolarsi dalla negativa influenza di ciò che ci circonda. “Neoprene” è la seconda pelle che ognuno di noi usa per difendersi e proteggersi da ciò che non può del tutto evitare.

 

  • Ci descrivi brevemente il contenuto della tua opera?

 

Le pagine vivono dei flussi di coscienza del protagonista, posso provare a sintetizzare con le sue stesse parole, alla sua maniera:

Robot, progresso tecnologico, cielo senza stelle, follia, sottile ironia, sesso senza amore, religione senza fede, guerra e pace, distanze enormi facilmente percorribili, periferia ed enormi città, multinazionali, multiplanetarie, superpotenze economiche, povertà d’animo, povertà del conto in banca, mulini al vento, parole al vento, amore anacronistico, battiti da cardiopatici, romanticismo, delicatezza, ingenuità, nuda e fredda realtà, palazzi grigi, astronavi volanti, topi giganti, alieni, sofferenza, speranza, ansia, sogno d’amore adolescenziale, sogno d’amore disinteressato, sogno d’amore, sogno misto a veglia. Domande, poche risposte. Un mondo che, almeno una volta, tutti abbiamo immaginato, parole che, almeno una volta, avremmo voluto pronunciare, emozioni che, più di una volta, abbiamo provato senza avere il coraggio di urlare, forse solo di sussurrare.

 

  • In Neoprene convivono la voglia di esplorare mondi lontani, l’importanza dei rapporti economici anche tra civiltà lontane anni luce e, soprattutto, l’amore. Come si legano questi leit motiv?

 

Il mondo come lo conosciamo è frutto del coraggio e della follia dei grandi esploratori, degli interessi economici delle grande potenze interessate ad accaparrarsi il monopolio commerciale in ogni angolo del mondo e dell’amore che ogni essere umano disperde nel mondo, modificandone i contorni ed il destino, dal mattino fino a sera. La Città del Domani, metaforicamente “Atlantide”, racchiude in sé il passato, una profezia apocalittica, ma anche una speranza per il futuro: la più grande civiltà della storia dell’umanità, misto di storia e fantascienza, il punto più alto, l’ultima vetta prima della decrescita, dell’inversione di tendenza, prima di “sprofondare” letteralmente. La crisi economica, sociale e morale, ha raggiunto oggi ogni angolo del pianeta e la speranza è, dunque, quella che una nuova interpretazione dei “mondi lontani”, dei “rapporti commerciali” e dell’ “amore”, non più montagne da svuotare ma campi di grano da coltivare, possa permettere alla nostra “Atlantide” d’evitare il collasso.

 

  • Il protagonista, Sheldon, viene considerato pazzo. Non sarà piuttosto che siamo soliti considerare pazzo chiunque riesce a vedere e sentire cose fuori dal comune?

 

Purtroppo è ciò che accade spesso: considerare “pazzo”, “folle”, colui che percepisce una realtà diversa ed elabora una visione diversa del mondo. Anche la maggior parte degli artisti, di quelli che hanno cambiato il mondo, non erano altro che menti del tutto nuove, personalità diverse e spesso emarginate o che tendevano all’isolamento. L’omologazione regala la stabilità, un onesto stare a galla, un sopravvivere decente e condiviso: il coraggio di osare ed alzare il dito per dire la propria invece regala il battito irregolare al cuore, l’emozione, l’amore, la disperazione, gli eccessi di passione, d’ira, di gelosia, coltiva vizi ed alleva virtù. Citando De André io vorrei “solo clienti speciali che non sanno che farsene di occhi normali”, oppure parafrasando la Merini “..nelle case di cura, ho incontrato i matti: persone adorabili. Quello che mi spaventa sono i dementi e quelli ci circondano, ma sono fuori: fuori tra la gente che chiamate normale.” Sheldon è la vista ingenua ed innocente sulla realtà degenerata e piena di incoerenze, lo “stupido” che si stupisce d’ogni cosa e piange per la morte del romanticismo.

 

  • Quali sono le analogie tra la realtà fantascientifica da te descritta e il mondo moderno?

 

Purtroppo nulla di quello che prende vita nelle pagine è frutto completo della mia fantasia. La Città Del Domani si presenta come la trasposizione futuristica ed estremizzata della società odierna, in tutte le sue contraddizioni e luoghi comuni, e gli eventi che si snodano possono ritrovarsi negli annali della storia dell’uomo e sulle prime pagine dei nostri quotidiani. Gli spazi, le strade, il pianeta, il cielo, le abitudini descritte sono l’intuitiva risposta all’altrettanto semplice ed immediata domanda: “Se non iniziamo a cambiare le cose, dove andremo a finire?” Una materialistica concezione della vita è ciò che si prospetta, uomini vuoti d’emozioni, come i robot da loro stessi programmati, distese interminabili di cemento armato e grattacieli ad intercettare il volo degli uccelli, navicelle sempre in volo e stelle oscurate da tanta luce artificiale, guerre di dimensioni planetarie. Una brutta prospettiva. E cosa salva l’uomo quando ogni cosa sembra perduta? Un amore infinito.

 

  • Per le sue credenze da “uomo d’altri tempi”, Sheldon può essere considerato a tutti gli effetti un anti eroe?

 

Un mio carissimo amico nonché compagno d’avventura, Giuliano Costa, mentre riflettevamo sul ruolo, sul carisma e sul carattere di quest’eroe molto particolare azzardò una similitudine che oggi posso considerare incredibilmente indovinata: Sheldon, immerso in una realtà che ha smesso di sognare, d’amare e di soffrire, ha deciso di crederci ancora e per questo si erge come il Don Chischotte del terzo millennio che si industria per difendere gli ideali del romanticismo, come il personaggio del Cervantes intendeva salvare gli ideali di una cavalleria in crisi, sempre più inesistente. L’incredibile ingenuità, la dolcezza e la delicatezza di ogni flusso di coscienza rende il lettore incredibilmente legato alla sorte di questo piccolo uomo, alla sua lucida follia, al punto d’esultare quando riesce a strappare una piccola vittoria e sussultare, stringere il cuore in una delle infinite battaglie inutilmente combattute ed inutilmente perse. Completamente immune a ciò che lo circonda, Sheldon rappresenta quello che ognuno di noi sarebbe diventato se fosse stato capace di non incattivirsi durante il contatto, giorno dopo giorno, con la vita. Le sue riflessioni sembrano pronunciate da un bambino la prima volta che apre bocca. Il suo amore è puro come solo un “folle” può coltivare.

 

  • Parlaci di te. Sei uno studente di Ingegneria, come concili una realtà scientifica

    professionale” con una “umanistica” passionale?

 

La letteratura, ovvero l’arte di sognare e di raccontare, è la mia salvezza, insieme alla passione per le arti marziali: il mio piccolo, ma immenso, mondo dove rinchiudermi e sopravvivere, respirare aria nuova ogni volta, in ogni parola pensata, letta o scritta, in ogni storia raccontata, immaginata e poi dimenticata. Il protagonista ha la sua “stanza dei sogni” dove riprendere il respiro ed io ho l’odore della carta ingiallita, dei libri impolverati. Inoltre tra scienza, matematica precisione, e letteratura, umana indecisione, non vi è assolutamente un vuoto incolmabile. Nelle stesse pagine del romanzo ho citato forse una delle più grandi invenzioni dell’umanità, a metà tra la matematica e la metafisica: i numeri complessi. Ecco, la nostra vita, la mia vita, è una realtà complessa formata da due parti compatibili e necessarie l’un l’altra: una reale, fisicamente tangibile, e l’altra immaginaria, complemento emotivo di una realtà troppo vasta per essere rinchiusa in una formula.

 

  • Cosa ti ha spinto a pubblicare un libro così giovane?

 

Alcuni giorni dopo la pubblicazione, tra un complimento ed un’esclamazione di sorpresa, mi colpì molto la frase pronunciatami da una persona che contava qualche primavera in più della mia:

 

Ma come, a vent’anni ti metti a scrivere libri?”

E perché ti stupisci? Non ho mica avviato la pratica per la riscossione della pensione.”

 

Di fronte a classi dirigenti, politici e buoni partiti che si regalano mezzo secolo di pensione, e probabile nullafacenza, credo che i giovani debbano mettersi subito in moto, debbano sfruttare ogni occasione, inseguire i propri sogni e prendersi i propri spazi. Perché scrivere e pubblicare domani se ho già oggi qualcosa da dire e voler raccontare? Alcune cose, come la forza del sangue nelle vene, il coraggio di osare, la faccia tosta per rispondere a cento porte chiuse sul naso, sono un regalo della giovinezza e passano veloci. C’è tutto il tempo per essere vecchi: è per essere giovani che il tempo non basta mai. Forse c’è anche un pizzico di vanità, la voglia di scoprire se quei miei graffi sul foglio con l’inchiostro nero potessero suscitare una qualche emozione. Questa piccola debolezza verrà colmata dallo scorrere del tempo, per questo ho scelto di non pensarci troppo, di cogliere il momento, di partire prima che l’euforia e l’incoscienza m’abbandonassero: a quarantanni non so se mi sarei rimesso in gioco così facilmente, esponendo la mia anima a critiche e giudizi.

 

  • Progetti per il futuro?

 

Per non smentire le mie ultime parole non posso far altro che annuire. Molti progetti, alcuni già in corso;

 

-Asocials la blog series, scritta ed ideata con la collaborazione di Marco Fontana: come faccio a spiegarti che “Ti amo” se continui a contarti i “Mi piace”? Un divertente ed emozionante viaggio nella realtà delle nostre relazioni, del nostro modo di comunicare e di emozionarci nell’epoca dei social network.

 

-Una piccola raccolta di poesie, disegni ed appunti: un almanacco che possa tener compagnia per una vita intera, superando lo scorrere delle stagioni.

 

Dovrei inoltre terminare gli studi perché come dice mio nonno e come diceva Totò “..il giovanotto è studente che studia, che si deve prendere una laura..” e poi un bel viaggio in Cina per avanzare nello studio del Kung Fu. Ma, soprattutto, a brevissima scadenza un tuffo in acqua che qui c’è un caldo infernale. Buone vacanze a tutti e buona lettura, qualsiasi cosa decidiate di leggere.

Link per l’acquisto

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.