Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Entrò in casa con le lacrime agli occhi. Tremava come una foglia. Corse diretta in camera sua, mentre nelle orecchie continuava a sentire quelle maledette parole.

“Mia o di nessun altro!” Era stata ingenua. Come aveva potuto fidarsi nuovamente di lui? Di lui che le aveva fatto versare un mare di lacrime?

Giorgia aprì la porta di legno, entrò e la richiuse alle spalle girando tre volte la chiave nella serratura. Lasciò scivolare il suo corpo lungo il muro. Lentamente. Sentiva la carne a contatto con il muro gelato e scivolava. Andò giù fino a toccare il pavimento. Rimase seduta a terra lasciando che le lacrime continuassero a scendere copiose dai suoi occhi chiari. Permise al buio che regnava sovrano in quella stanza di avvolgerla teneramente, donandole quell’affetto che lui le aveva strappato via con la forza e che, sicuramente, nessuno sarebbe mai riuscito a restituirle.

Giorgia aveva trovato il coraggio di lasciarlo nel momento in cui aveva capito che il loro rapporto stava prendendo strane pieghe. Il loro amore non era più Amore, ma era divenuto possesso, controllo totale da parte di lui. Morboso. Pauroso. Giorgia si sentiva rinchiusa in una bolla di plastica senza possibilità di uscita. Senza aria. Non poteva tollerarlo.

Gli ultimi mesi erano stati per lei una tortura. Telefonate, incontri pseudo casuali fino a quella sera. “Chiariamo una volta per tutte questa situazione!” Le aveva detto col suo solito tono autoritario. Giorgia aveva accettato, sperando di potersi finalmente liberare di lui per poter ricominciare ad avere una vita serena rischiarata dalla luce del sole.

L’uomo, che un tempo aveva amato con tutta se stessa, quella maledetta sera, la osservava con uno sguardo tagliente, cattivo, impetuoso. Aveva tentato un approccio ed era stato respinto. E lui odiava terribilmente essere respinto. Non ci aveva visto più. L’aveva spinta con la forza in un luogo semi nascosto e aveva abusato di lei per compiacere se stesso, per far valere la sua forza di dominatore.

Giorgia si sfiorava il corpo. Quello stesso corpo che lui aveva da poco violato. Sentiva ancora le sue mani che la stringevano con forza fino a farle male. Il corpo di quell’uomo malato che si riversava di peso contro il suo togliendole l’aria dai polmoni.

Giorgia non riusciva a credere che lui fosse arrivato a tanto. “Mia o di nessun altro!” Le aveva detto prima di abusare di lei, o meglio, usando i termini giusti, prima di stuprarla.

Il buio si era impossessato del suo essere donna. Quel tragico evento aveva segnato irrimediabilmente la sua vita. Sarebbe rimasta chiusa in quella stanza per sempre.

Sentiva sui suoi vestiti la puzza di alcool del mostro che le aveva rovinato l’esistenza. Una Giorgia ormai straziata dal dolore si lasciò cadere inerme sul tappeto della stanza con un unico grande desiderio: morire. Non era vita, la sua. Non sarebbe riuscita ad andare avanti con quel ricordo terribile che sarebbe sempre stato vivo nella sua mente. Come avrebbe fatto ad avvicinarsi agli uomini? A fidarsi di loro? Ad amarli? Una vita senza Amore, a suo dire, non era Vita. Dopotutto, le occorreva solo un briciolo di coraggio, non sarebbe stato difficile.

Il buio la invadeva sempre più. Non riusciva a distinguere gli oggetti. Ogni angolo di quella stanza le ricordava cosa le era accaduto. La scrivania, l’armadio, la testiera del letto proiettavano ombre sinistre.

Giorgia si accorse di tremare nuovamente. Sembrava che il cuore le stesse uscendo dal petto. Non riusciva a emettere alcun suono, poiché la voce le si era spenta nel cuore delle sue corde vocali. Gli occhi erano perennemente sbarrati e le orecchie attente, pronte a captare qualsiasi suono, anche il più banale. Nulla è banale e tutto può nascondere insidie. Lei l’aveva capito bene, sperimentato, letteralmente, sulla sua pelle.

Si addormentò. Il dolore l’aveva trascinata nel mondo dei sogni. Lì dove tutto è rosa e perfetto. Quando Giorgia riaprì gli occhi vide la stanza illuminata dalla luce del sole. Odiò con tutta se stessa quella luce. Il suo corpo era a colori e rivelava tutto quello che aveva dovuto sopportare. I polsi segnati, i graffi, i lividi, il dolore nel fulcro della sua femminilità. Tuttavia quel sole di giugno non avrebbe potuto illuminare le ferite, ben più profonde, che si annidavano nel suo cuore putrefatto. Se nell’immaginario collettivo il cuore è di colore rosso, nel suo caso, si tingeva di nero. Nero come la morte, nero come la notte, nero come il buio nel quale stava camminando a fatica. Non aveva la forza per alzarsi da quel tappeto e indossare abiti puliti. Il suo corpo era un pezzo unico di dolore, anche solo muovere un dito le procurava dolore.

Rimase lì, stesa con una coperta addosso per proteggersi dalla luce. Ovviamente sudava e ogni goccia di sudore era come una goccia di quella terribile serata che si allontanava da lei. Lì sotto, al sicuro, piangeva. Sì, piangeva maledicendosi. Se solo non l’avesse incontrato… se solo l’avesse denunciato a suo tempo, forse tutto questo non sarebbe accaduto… Ripeteva continuamente.

Il cellulare, chiuso nella sua borsetta, iniziò a squillare. Giorgia sobbalzò. Odiava il telefono. Lo lasciò squillare a lungo tappandosi le orecchie. Desiderava che il suono svanisse e, invece, continuava. Fu costretta ad afferrarlo. La dicitura “mamma” compariva sul display. Cosa fare? Chiudere la chiamata o rispondere? Giorgia sapeva bene quanto sua madre fosse rompiscatole, per cui optò per rispondere. Bastarono due parole, solo due parole. “Mamma, aiutami!”

Giorgia decise di reagire. L’avrebbe fatto per se stessa e per quante avevano vissuto il suo stesso dramma.

Non avrebbe camminato nel buio. Il buio è solo un inutile nascondersi e poi lei detestava il colore nero. La vita va vissuta a colori, sempre. Il nero, pian piano, diviene grigio e il grigio, bianco e il bianco si unisce all’azzurro, al verde, al rosso, formando nuovi colori.

Giorgia lanciò via la coperta, lontano da sé, si cambiò e denunciò il suo “amore”. Lo fece senza esitazione. Strinse forte la mano di sua madre e fece il suo dovere. Avrebbe abbracciato la Vita, avrebbe rincorso i suoi sogni e, forse, un giorno, avrebbe ripreso ad amare. Amare forte, senza paura. L’amore non è violenza e neppure sinonimo di lacrime. L’amore è solo Amore.

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