Approfondimenti Rivista — 21 novembre 2013

Che una persona non possa fare a meno delle notizie, è falso. Sperimentalmente falso. Vivo in un appartamento in affitto a Bologna e qualche settimana fa la nostra, mia e degli altri tre inquilini della casa, televisione ha tirato le cuoia: un problema al decoder digitale ha messo in ginocchio il glorioso Philips a tubo catodico che per la bellezza di quattro anni ormai aveva resistito alle intemperie di un gruppo di universitari allo sbando.

Molto spesso, il vecchio Philips svolgeva la mera funzione di sfondo a chiacchiere e cene. Nelle fredde serate invernali, invece, diventava indispensabile. Prezioso per le partite del mercoledì sera di Champions trasmesse in chiaro, magnetico nel periodo d’oro del Grande Fratello quando il tentativo di sedersi il più vicino possibile al televisore comportava vere e proprie risse. Ma soprattutto, sempre e comunque sintonizzato sul telegiornale della sera: un La7, un Tg1. Perfino un Tg4 a volte, se capitava in orari favorevoli.

Il pre-cena d’informazione è sempre stato un obbligo in casa mia, per tutti noi. E fatta eccezione per una buona porzione di sport, badate bene, non stiamo parlando di persone che vivono particolarmente connesse.

Vedere un telegiornale. Dalle notizie di politica, ascoltate con costante scetticismo, a quelle di cronaca. Da quell’orecchio teso in direzione degli esteri a uno sguardo imbarazzato a quell’economia di cui non si riesce a capire più un acca. Vedere un telegiornale era, per lo più diventato, per tutti noi, una solida abitudine. E come tutte le consuetudini, sentivo, ma senza rendermene pienamente conto, di aver perso il senso critico di fronte alla notizia.

Vuoi per l’affiorare della stanchezza serale, vuoi per quel relax che normalmente mi prende quando accendo un televisore dopo le 18 in una stanza fornita di divano, vuoi per un’altra motivazione: ma fatto sta che mai una volta mi è passato per la mente di contestare la veridicità dell’informazione. Cioè, è palese come in pochi possano credere nei contenuti di un servizio di un telegiornale che si basa sull’intervista al politico di turno. Ma è altrettanto vero che per tanti non si può mettere in dubbio la forma con la quale il servizio stesso è stato girato e portato a termine.

Voglio dire, nel 2013, sono evidenti gli effetti del “New Journalism”. Per parlarne, mi rifaccio a quanto espresso in modo autorevole dal grande giornalistica americano, Tom Wolfe. Riassumendo: Wolfe afferma come fino a qualche decennio fa, il giornalismo si basasse su una componente intimistica, in cui la soggettività e l’introspezione spadroneggiavano. Chiunque si approcciava alla lettura di un quotidiano era consapevole di queste peculiarità stilistiche: dal lettore del bar all’intellettuale. E da questa consapevolezza, traendo le sue conclusioni, ognuno finiva, a volte, con il criticare una notizia apparsa sui giornali: nel suo merito. Ecco, perché ancora si parlava di firme più o meno autorevoli. Le firme corrispondevano per i lettori a veri e propri interlocutori immaginari e l’oggetto del dire non era scontato a priori. Oggi, dai social network ai quotidiani, per arrivare al nostro amato telegiornale, il realismo giornalistico, caro anche allo stesso Wolfe, ha finito col portare, oltre che alle buone, cattive conseguenze. E queste sono sintetizzate nella perdita di senso critico dell’uomo.

Francesco Mondardini


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