Approfondimenti Rivista — 10 ottobre 2013

Dunque, il Premio Nobel per la Letteratura 2013 – probabilmente il più popolare e rinomato tra i riconoscimenti conferiti dall’Accademia Svedese – è andato alla scrittrice canadese Alice Munro, “master of the contemporary short story” come si legge nella motivazione del premio: sì, perché la Munro è soprattutto un’autrice di racconti, tant’è vero che l’unica sua opera pubblicata come romanzo, Lives of Girls and Women del 1971, è in realtà a sua volta una raccolta di novelle interconnesse l’una all’altra, peculiarità che ha concesso all’opera di essere considerata un “romanzo”, appunto.

Ora, al di là delle varie e assortite notazioni che verranno formulate al proposito e di quanto si scriverà circa la vincitrice – la quale peraltro sta già ricevendo l’apprezzamento dei colleghi italiani: tra i primi Walter Siti, ultimo vincitore del Premio Strega, che ha commentato: “Finalmente hanno dato il Nobel a una scrittrice di grande valore. Capita che lo diano per ragioni geopolitiche, ma in questo caso è indiscutibile.” – mi permetto personalmente di considerare questo Premio Nobel ad Alice Munro un riconoscimento alla forma letteraria del racconto, così tante volte bistrattata, considerata figlia d’un dio letterario minore, denigrata da molti (con perfetta par condicio: editori, autori, lettori) quasi scaturisse da un esercizio di scrittura debole, incompleto, incapace di narrare storie lunghe a sufficienza da poter essere considerate letteratura “autentica”, come al contrario sempre il romanzo si ritiene sia – almeno in principio.

Invece no, non è affatto così. Il racconto è letteratura alla massima potenza, è una cosa di cui sono convinto da sempre e che più volte ho sostenuto in diversi articoli (spalleggiato da altre ben più prestigiose “firme”). A ben vedere, non è assolutamente semplice scriverne uno ben fatto, di racconto. Chi si impegna a scriverlo non può e non deve prenderlo sottogamba, non può considerarlo un lavoro minore, appunto, meno prestigioso e, magari, meno “responsabilizzante”. E’, secondo me, l’esatto contrario: il racconto è un possente e sublime esercizio di alta letteratura, lo ribadisco, in grado di narrare storie con rara intensità e capace di rivelare molto della bontà e della qualità di uno scrittore. Deve necessariamente essere, per sua natura e per suo destino, un testo pulsante, fremente, ricco fin dalle prime righe di spessore, denso d’un valore letterario che non può permettersi momenti di pausa, proprio perché la pagine a disposizione sono poche. Il romanzo, anche quello più movimentato, può permettersi qualche pagina di “quiete” narrativa, perché appunto avrà poi tutto il tempo, lo spazio e le parole per recuperare; il racconto no, deve definirsi da subito, delineare la propria “personalità” immediatamente, prendere il lettore e portarlo subito dentro la storia narrata senza troppi tentennamenti, e anche per questo, per imporre una tale vigoria al lettore che, inevitabilmente, si aspetterà che essa non scemi e anzi che la conclusione sia degna di tutto il resto, deve restare così denso e carismatico fino all’ultima riga. In fondo, sono le stesse considerazioni messe in luce dalla motivazione al premio: “Alice Munro è nota soprattutto come autrice di racconti ma sa portare in ciascuna storia altrettanta profondità, intelligenza e precisione come la maggior parte dei romanzieri in tutta la loro opera: leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”.

Insomma, se il bravo scrittore è in grado di scrivere un capolavoro sia in forma di romanzo che di racconto, è ben più facile scrivere una gran schifezza sottoforma di racconto che di romanzo. Ecco perché di racconti ben scritti e compiuti, nel senso che ho qui delineato, ce ne sono in giro pochi – ovvero, ci sono pochi bravi autori capaci di scriverli e spesso, appunto, per generale sottovalutazione del genere e del suo valore. Per questo, credo che considerare il racconto una forma letteraria minore sarebbe come ritenere che un capolavoro pittorico debba necessariamente essere di grande formato, e che invece una piccola tela non possa esserlo. Il tutto, ovviamente, senza alcuna contrapposizione tra opera lunga e opera breve, tra romanzo e racconto: anzi, semmai è il contrario, che entrambi i generi possano brillare di intensa luce propria non può che illuminare ancor di più l’intero panorama letterario e “riscaldare” la passione di ogni lettore.

E’ un Nobel a suo modo significativo, dunque, quello conferito ad Alice Munro, che rende omaggio non solo a una grande scrittrice, ma pure a una parte importante della produzione letteraria contemporanea.

Luca Rota

 

 

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