Approfondimenti Rivista — 25 novembre 2013

Stavo disquisendo qualche giorno fa, con “colleghi” autori ed editori durante la Rassegna della MicroEditoria di Chiari, di tale questione – e lo facevo proprio lì, in un evento dedicato a quell’editoria indipendente nella quale si può ancora trovare letteratura di qualità, sovente ben più che nei cataloghi dei grandi e blasonati editori. Ci si chiedeva, in buona sostanza: ma non è che qui, in Italia, non ce ne sono più di grandi scrittori? Non è che ha ragione Bettiza, che pur con tutta la produzione letteraria ed editoriale contemporanea (e lasciando stare ciò che succede all’estero, in America o altrove, visto che almeno io non conosco così bene quel panorama letterario da poterlo indubitabilmente giudicare) di gente come Calvino, Gadda, Pavese in giro non ce n’è proprio più?
Ovvero, intendiamoci: di bravi scrittori ce ne sono parecchi in circolazione, gente che sa scrivere, che sa usare la lingua italiana, che sa creare storie accattivanti, divertenti, piacevoli da leggere, questo è fuor di dubbio. Ma di autori che sappiano creare opere dotate di autentico valore letterario, di spessore, di rilevanza tale da apparire – anche da subito, fin dalla prima lettura – come qualcosa che certamente resterà, che non verrà dimenticata e superata da altre future cose… Che sappiano mettere nei loro testi non solo belle storie, personaggi suggestivi, argomenti intriganti e/o emozionanti ma pure quel quid, quel tot di vera, alta o altissima letteratura il quale renda i loro libri elementi culturali imprescindibili per il pubblico, dunque per la società, che può usufruire della loro lettura… Ecco, ribadisco: mi viene da pensare e mi è venuto da esprimermi, a Chiari con i miei interlocutori, più o meno come si è espresso Bettiza. Unica differenza, ho citato qualche altro esempio di autore del passato ad oggi, secondo me, mai raggiunto da nessuno (Buzzati, ad esempio).
Da tale riflessione ricavo una provocazione pressoché inevitabile: e se noi autori italiani contemporanei, in quanto esponenti della società dalla quale veniamo e nella quale viviamo ovvero da narratori di essa e gioco forza influenzati da essa e dalla sua realtà ordinaria – pur se scriviamo storie di purissima fantasia – finissimo ineluttabilmente e nostro malgrado ad assumere da questa nostra società una certa parte, poca o tanta, della sua palese decadenza, la quale va a intaccare fin dal principio (ovvero nella nostra testa) la bontà letteraria di ciò che scriviamo? Se la capacità dei grandi scrittori del passato come quelli citati di ergersi al di sopra dell’ordinarietà quotidiana per raccontare storie e scrivere libri realmente originali, illuminati e illuminanti oggi, nel sistema politico, economico, sociale e culturale per molti versi corrotto in cui viviamo, non fosse più possibile? Anzi, se pure quando ci si creda alternativi e “antagonisti” a tale sistema e si ritenga di scrivere cose conseguenti, in effetti non si sia che un ennesimo e patetico sottoprodotto di esso, in fondo fruttuoso al suo proliferare?!?
Insomma – per tornare su un piano più pratico – e se in Italia si leggessero pochi libri anche perché non ve ne siano in giro di così sublimi e imperdibili?
E’ una provocazione, lo ripeto, che peraltro ritaglio in primis su me stesso e sul mio meditare circa tale questione – non sto dando dell’incapace letterario a nessuno, sia chiaro! Ma per il bene della letteratura, in virtù della passione di chiunque verso i libri e la lettura e in considerazione della realtà dei fatti nazionale (senza inutili e vuoti catastrofismi, eh!), credo che ci si debba interrogare anche con modalità così urtanti, in modo da comprendere nel miglior modo possibile la situazione in corso e trarne buone conseguenze, azioni, reazioni e ispirazioni.

Luca Rota

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scrivendovolo

(2) Readers Comments

  1. Penso che di autori bravi e di libri belli ce ne siano abbastanza, sono d’accordo che non necessariamente con editori blasonati. A mio parere però manca la voglia di fare un viaggio tra le pagine del libro. La velocità del momento e l’occlusione indotta dai vari giocattoli tecnologici, cancellano il tempo della meditazione. Per me, appunto, leggere equivale a ritagliare spazio alla vita. Quanti non riescono più a farlo? O a volerlo?

  2. Ciao, Glauco, e grazie del tuo commento!
    Interessante osservazione, la tua: la velocità smodata con la quale ci viene imposto di vivere la nostra vita contemporanea toglie molto spazio alla riflessione, alla meditazione sulla realtà che ci circonda e dunque, inevitabilmente, all’approfondimento di ciò che ci offre. Condizione che poi, trasposta nello scrivere libri, toglie agli stessi altrettanta profondità e potenziale valore letterario – elementi che abbisognano di tempo e ributtano qualsivoglia concetto di “velocità”.
    Vero, tuttavia mi chiedo, come anche fai tu: non riusciamo proprio a sfuggire a tale condizione indotta? E se no, perché è giusto così, perché i tempi in cui viviamo chiedono questo, oppure per mera nostra colpa, che in qualità di autori scegliamo di adattarci “amebamente” a questo stato delle cose? Personalmente, credo che a questa ultima domanda la risposta sia “Sì!” – da pronunciarsi pure con convinzione – ma una buona risposta la dai anche tu, citando la lettura: forse, in una società dove sempre meno gente riserva spazio al leggere libri (almeno stando alle statistiche), ineluttabilmente si pubblicheranno libri sempre più di basso profilo. Tirandoci tutti quanti una bella zappata sui piedi e curandoci le ferite con dell’acido, piuttosto che con il disinfettante che di logica andrebbe applicato.
    Grazie ancora per le tue osservazioni, e a presto!

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