Approfondimenti Rivista — 02 gennaio 2014

I manager e la lettura: difficilmente questi due mondi vengono messi in relazione tra loro, forse perché l’attività manageriale è vista come strettamente legata alla soluzione di problemi talmente pratici che vedono come perdita di tempo il volo della mente. Ma è solo uno dei tantissimi luoghi comuni in mezzo a cui viviamo. In realtà, pare che i manager siano assidui lettori e non soltanto di testi relativi a ciò di cui si occupano le loro aziende. E in effetti la correlazione potrebbe essere non così inspiegabile. Non che tutto debba avere un rapporto di causa/effetto inquadrabile per carità… Contraddirei la mia indole umanistica se la pensassi così, e dimostrerei che sono gli amanti della scrittura e della lettura come me quelli che hanno i rigidi schemi mentali di cui vengono accusati gli “arcigni” manager.

Però in questo caso una correlazione c’è, e probabilmente è nascosta nell’inconscio di gran parte della categoria di cui parliamo: chi, più dei manager, deve fare i conti con la parola “casistica”? Nella parola casistica non rientrano solo i bilanci delle aziende ma anche le indoli umane, che loro devono saper riconoscere il prima possibile pena i cali di fatturato e errori di tattica. L’attività manageriale si nutre di idee, e le idee, come ha detto qualcuno, camminano sulle gambe della gente. I personaggi della letteratura dicono molto in questo senso, nascono da menti che hanno vissuto certe situazioni, o se si trattasse di romanzi di genere, denotano comunque l’esistenza di una psicologia, quella dell’autore. Perché ogni forma di libro nasconde una personalità, e la psicologia serve molto in quelle posizioni. È utile per capire se un nuovo assunto funzionerà anche se ci metterà più tempo a imparare, a non fermarsi alle apparenze. Utile, nel campo pubblicitario o distributivo, per capire a chi un prodotto è rivolto. Certo non basta leggere, bisogna anche essere ricettivi e intelligenti. Chi fa il manager può essere portato, anche se forse non subito, a diventare curioso delle persone, delle mentalità, di come nascono le esigenze o quali saranno quelle del futuro, e tutto ciò – si può dire – per mera deformazione professionale. Quante volte abbiamo detto che in questi tempi di crisi, persino chi può spendere non lo fa a causa un meccanismo di prudenza? Come riconoscere queste persone da chi realmente non ha possibilità? Per capire dove sta andando la propria società, bisogna capire dove va LA società vera; quella esterna, composta  da uomini.

Il distinguo maggiore però non l’abbiamo ancora fatto. Non basta leggere, dicevamo. Bisogna anche essere anche ricettivi, dicevamo. Davamo quasi per scontata la conditio sine qua non che la trattazione dei personaggi non deve essere mai banale, ma approfondita e non pretenziosa. Chi legge molto, come a quanto pare faccia la gran parte di chi svolge le funzioni lavorative di cui parliamo, tendenzialmente non rischia di cadere in tali errori. Ed è proprio questo il nocciolo di ciò che è emerso da ben cinque esperimenti della New School for social research: più divoriamo letteratura ALTA (!) tanto più, di pari passo, migliora la nostra Theory of Mind, ovvero l’abilità che ci permette di prevedere azioni e reazioni delle persone con le quali abbiamo a che fare. Ed ecco che mi ricollego alla mia personale spiegazione sul legame tra il mondo manageriale e quello letterario: dice infatti l’articolo di businesspeople.it riportante la notizia, che tutto sta nel “coinvolgimento nelle vicende dei protagonisti, del naturale istinto di intuire ciò cosa accadrà loro”. Il senso di sfida, di prevedere le mosse future di qualsiasi cosa (persona, mercato, segnali indicatori di affidabilità) unito alla necessità di lasciarsi coinvolgere, è il tipico pane manageriale. Chi fa quel lavoro non stacca la spina mai dagli affari, neanche di notte. E quando sembra che lo stia facendo rilassandosi con un bel libro, in realtà è immerso in un corso di aggiornamento; in cosa consiste un aggiornamento dopo tanti libri già letti? Semplicemente, nel rileggere vicende antiche come il mondo attraverso il punto di vista di un autore nuovo. E un lettore così non fa mai fatica: l’esplorazione è il suo mondo.

L’importante è non fargli mai notare che quello che lui chiama svagarsi in realtà sarà convogliato nella sua attività: potrebbe perdere l’indispensabile illusione di evadere dalla quotidianità.

Giovanni Modica

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