notebook Rivista — 02 ottobre 2012

Come scrittore, da sempre mi influenzano elementi che sfuggono al controllo, gli odori, certe frenesie, i  ricordi, l’intimità dei corpi spiata dalle finestre, le tangenziali che sembrano senza fine, le insegne dai colori acidi dei ristoranti di periferia, le facce delle cantanti liriche, certi imprevedibili dettagli sui quali mi fisso e diventano ossessione, i libri degli altri, le riletture infinite di Beckett, Brodkey, Mary Gaitskill, Alice Munro, Philip Roth, Walter Benjamin, Duras, citando in modo libero e anarchico un mosaico di nomi che hanno messo radici nel mio pensiero, nel mio linguaggio e nei modi in cui mi avvicino alla narrazione. Non è tutto, però.

Mi influenza nel profondo anche l’arte figurativa. Accade spesso, inconsapevolmente. Non scelgo. Certe opere “mi scelgono”, mi vengono incontro. Si accomodano nella mia storia personale e nelle mie future narrazioni. Sono cariche di potenzialità evocativa, toccano parti del mio immaginario e rimuovono certi grumi segreti, certe remote disperazioni, vanno a toccare, senza indulgenza aree molli e delicate, esperienze, ferite, fragilità, detriti che resterebbero nell’ombra in cui erano stati lasciati, stipati in fondo, nella parte buia, avvolti da strati difensivi (zona in cui, forse, volevo che rimanessero, o forse no, siamo portati a cercare qualcosa che permetta a quelle parti di noi di ritornare).

Si tratta di un meccanismo potente e imprevedibile. Quando accade, certe immagini restano, accompagnano, avvolgono,  non si possono scalzare e diventano  un bagaglio che può essere ingombrante ma risulta imprescindibile e necessario.
È successo di recente con quello che mi piace definire “Il pittore delle lumache blu” (osservando attentamente i suoi quadri, attraverso i link che troverete, non sarà difficile capire il perché). La sua ispirazione e l’universo allegorico che  rappresenta, sono stati per me un’imprevista sorpresa che ho filtrato attraverso la mia formazione e la mia storia, mi ha provocato un cambio di prospettiva, ed è stata una vera rivelazione: la “messa -in -scena” di inquietudini, istinti, fragilità, ferite, lembi, sequenze, orli mai ricomposti. Cose mie, inciampi, rimasugli, desideri, paure, che ritrovo nei suoi quadri e che ho dentro.

Si tratta di Valentin Lustig. Mi ha mostrato un suo quadro in un luogo dove non avrei mai immaginato di incontrare un artista come lui e di entrare in contatto con un’opera talmente sorprendente da non lasciarsi dimenticare: è accaduto per un insieme di casualità che definire tali pare persino limitativo,  ho percepito subito che qualcosa, fra le viscere, il cuore  si spostava, osservando il primo quadro. L’ho sentito all’istante. Accadeva e non mi avrebbe lasciato indenne, ne ero consapevole, senza capirne e tentare di capirne i meccanismi. Mi abbandonavo alla pura visione. Accadeva per ragioni che non sapevo e non dovevo decodificare.

Volevo solo vedere ancora e capire. L’ho fatto. Conosce la sua pittura è stata (ed è) un’esperienza che non si risolve, che non si conclude, che richiama costantemente demoni condivisi e ha colorato alcuni dei miei percorsi fino a farmi percepire le dita “macchiate” dagli stessi colori, spesso ingannevolmente leggeri e consolatori.

Valentin Lustig è un artista solitario e particolare. Originario della Transilvania (è nato nel 1955  nella città di Cluj  in Romania) vive in Svizzera dal 1983 dopo aver studiato arte a Firenze. E, per lui, l’Italia è IL  LUOGO dell’arte. Ricorda la sua vita e le sue esperienze giovanili, quando viveva in Piazza della Signoria, con lo sguardo indulgente di chi si rivolge al passato, a un tempo perduto, che non possediamo più, ma al suo sguardo aggiunge magnifiche storie (vere? non vere?), col  fascino dell’affabulatore che è, cogliendo minimi dettagli  e, dai minimi dettagli,  aprendo mondi impensabili, allargando la visione, delineando intere  costellazioni.

La sua opera è  una continua occasione di stupore. I richiami rintracciabili, elaborati dalla sua raffinata sensibilità, così tesa e tersa che pare cristallo e  attraverso una cultura enciclopedica, un’attenzione maniacale per la perfezione della tecnica, “tornano” spesso al periodo fiorentino ma non solo. Ritroviamo influenze rinascimentali, ma anche di Breugel e Bosch e, hanno scritto diversi critici, del realismo fantastico dell’artista viennese Erich Brauer.  I quadri di Valentin Lustig invitano ad entrare in un paesaggio figurativo ed emotivo che risulta falsamente pacificante, ma in realtà è sconvolgente.

Si dovrebbe restare nell’emozione. Il gioco dei rimandi, delle influenze, con i suoi quadri potrebbe essere infinito, e non avere mai una risposta compiuta, una soluzione. Lui stesso, il suo lavoro, la sua solitudine creativa, la sua inquietudine, il suo modo speciale di essere contemporaneo, sono elementi  in continua evoluzione e non potrebbe essere altrimenti. Si può giocare a cercare tutto quello che c’è (un solo quadro, può portare via, per un tempo infinito e poi, per un gioco perverso e necessario,  far sentire che si sono prese le direzioni sbagliate, le diramazioni improprie); ci si può dilettare e tentare accostamenti  di ogni genere, ma non lo consiglio, la sua arte è talmente depistante (per fortuna) che deve essere “lasciata essere”, capisco che possano servire illusori appigli, ma è  meglio tentare l’azzardo, io l’ho fatto, ho permesso a quest’opera di infiltrarmi, così com’è. Ho  capito fin dall’inizio che sarebbe stato gioco perdente qualsiasi tentativo di incasellarla, inquadrarla e, inevitabilmente impoverirla, trattandosi di  un’opera complessa, magistrale.

È una chance talmente rara, trovare un’artista capace di avvicinarsi così tanto alle paure, agli enigmi segreti, alle prospettive magiche e alle realtà  incalzante e talvolta implacabile, è come trovare uno scrittore che acquista il suo posto fra quelli che accompagneranno nel proprio percorso. Quell’oscuro enigma, l’impensabile mistero.

L’arte, un certo tipo di arte, con un background solidissimo, con le impronte e le tracce della  dolente verità dell’espatriato, con l’inseguimento dei pieni impossibili, con la costanza di ciò che la realtà consegna fra le mani (preziose) che poi col colore restituiscono, non fa eccezione.

Lustig ha esposto i suoi quadri in Svizzera, Germania e negli Stati Uniti, e molte delle sue opere fanno parte di importanti collezioni private. Essendo di famiglia ebrea, è stato anche  definito “il pittore dell’Olocausto” ma non troverete nulla di esplicito al riguardo nei suoi quadri,  solo rimandi sofisticati, complessi, obliqui. Il dolore, ecco, quello sì che c’è ed è una caratteristica della sua pittura. Vedere i suoi quadri è un’esperienza unica, difficile, mai definitiva. Ho avuto il privilegio di entrare nel suo studio, di osservarli anche non finiti, di avere un parziale assaggio di  quel processo misterioso che è la creazione, il “come” si arriva alla compiutezza finale (se ci si arriva).
Il dolore che  arriva attraverso la percezione  è sicuramente  una costante nell’opera di Lustig ma non si consegna nudo e compiaciuto, si scova, si sente  sotto false sembianze consolatorie, nei visi androgini, nelle donne dalla pelle raggrinzita che racchiudono nel loro sguardo rassegnato tutta l’assenza d’indulgenza del tempo:  si tratta  di un dolore che avvolge l’intera condizione umana, il corpo, il suo avanzare inesorabilmente verso la fine, la decadenza, la perdita. Questa universalità  è in ogni tela, in ogni dettaglio. Osservare i quadri di Lustig è una carezza che si fa schiaffo, tempesta, che si fa burla, rincorsa, commedia, temporale. Ci si accorge che, dentro ogni tela, ci sono demoni, rappresentazioni di  paure infinite, di rinascite infinite, di spietatezza e di affanno. Le sue tele richiamano a galla l’esperienza intima e personale di ciascun osservatore.

Ritengo si tratti di un’ opera di valore immenso, infatti, negli ultimi anni, sta conoscendo sempre maggiore successo e sempre più riconoscimenti internazionali.

Valentin Lustig vive con la famiglia a Zurigo, ma durante la settimana si isola nel suo studio di Langstrasse,  dove saltuariamente organizza visite per appassionati ed estimatori. Lavora di notte. Tutte le notti. Riesce a disciplinarsi come è necessario fare per arrivare a certi risultati, non gli interessa lavorare se non sa di “incidere” pelle, carne, mente e memorie di chi guarda. La sua pittura contiene senza dubbio, come in tanti hanno scritto, riferimenti costanti alla mitologia e alla Bibbia ma è presente, in ogni dittico, in ogni insieme, e anche nelle tele singole, una complessa dimensione narrativa: questo l’ho notato e mi ha molto colpito. I suoi quadri (come lui) raccontano storie utilizzando una forma allegorica, ma giungendo a toccare i grandi enigmi sui demoni dell’anima, sull’ impermanenza,  sull’ansia ricorrente relativa alla percezione quotidiana di decadenza, di fine. C’è un tessuto composito e ricco sulla  ricerca di una felicità che facilmente sfugge, si ritrova l’ambizione a una purezza che non debba scendere a compromessi e tutto questo ispira, nutre. È un artista coraggioso, Lustig. Pubblicò un romanzo d’ispirazione fantastica “La piramide di Mulgăreanu”, nei primi mesi del 1989  e questa pubblicazione  gli ha procurò diversi problemi e polemiche nel suo paese che viveva ancora i tempi bui della dittatura di Ceauşescu. Coraggiosa e unica è la sua dedizione al lavoro, la sua capacità di “donarsi” alla pittura. Il risultato è evidente, supera confini e, appunto, nutre e influenza.

Le sue opere sono contenute in diversi cataloghi e gli sono stati dedicati molti testi critici.

Per conoscere meglio il suo lavoro:

Il suo sito con le riproduzioni di molte opere e alcuni link importanti: http://www.v-lustig.info/index.html

Un tumblr dedicat: http://valentinlustig.tumblr.com/

Francesca Mazzucato

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(2) Readers Comments

  1. L’arte è un’esperienza personale che va raccontata per comprenderla! Le parole di uno scrittore e il quadro di un pittore potrebbero essere un connubio perfetto! Complimenti per l’articolo!

    • Lo penso anch’io, e credo che il connubio sia molto importante. Ognuno costruisce, a seconda delle influenze, percorsi soggettivi, ma la condivisione permette che si trovino strade, e, magari, che si conoscano artisti che possono stimolare, seminare temi, allegorie e strade,e a questi semi si può ritornare. Sono influenze che paiono impercettibili , ma ci si rende conto, poi, di quale incredibile potenza siano dotate.
      Grazie, per questo commento, per la sensibilità e l’attenzione.

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