le interviste Rivista — 30 dicembre 2013

Direttore della Biblioteca di Studi Orientali della Sapienza e autori di 5 romanzi, Fabio Stassi ha fatto il suo esordio nel panorama letterario nel 2006, con “Fumisteria”. Da allora ha pubblicato con case editrici quali Sellerio e Minimum Fax, ha scritto racconti, collaborato con vari quotidiani e riviste, e realizzato testi per la cantante e compositrice romana Pilar. Alcuni dei suoi elaborati sono stati tradotti in tedesco; “L’ultimo ballo di Charlot”, divenuto un caso editoriale al Salone di Francoforte, verrà divulgato in 14 lingue. Vincitore di numerosi e importanti riconoscimenti, è stato recentemente curatore dell’edizione italiana di “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno”.

 

-Come ha avuto inizio la sua esperienza con la scrittura?

Inizia nell’infanzia. Mi piaceva leggere, ho sempre provato un grande piacere nella lettura. E mi piaceva scrivere. Credo di averlo sempre saputo che quello era il mio modo di esprimermi.

-Cosa vuol dire scrivere? O meglio, qual è il fine della scrittura?

È difficile. Non so neppure se ci sia un fine. Credo ci sia un bisogno. Sono convinto che la scrittura nasca da una infantile necessità di riparazione. Si vorrebbe riparare, porre rimedio, alle storture del mondo, alle proprie, a quello che si avverte come un’ingiustizia. Naturalmente non si può fare poi molto. Ma si può scrivere.

-Ci sono dei requisiti che un aspirante scrittore deve necessariamente avere?

Non essere compiacente con se stesso, solo questo. Evitare di scrivere per acquistare meriti. Avere la consapevolezza che la letteratura è uno specchio doloroso. E poi ci vuole molta costanza, un allenamento continuo. E’ un’attività solitaria, per fare un piccolo miglioramento servono anni.

-La sua attività di curatore di edizioni italiane di testi in lingua straniera ha, in qualche modo, apportato un contributo a quella di scrittore?

Ogni libro è un incontro, un’avventura, un’occasione. E poi non si può scrivere senza leggere. Ogni anno cerco di scoprire qualche nuovo scrittore, qualche classico, di studiarlo per bene. Ma è sempre troppo poco.

-Quali crede siano le cause della diminuzione di lettori nel nostro Paese?

Si possono dire tante cose, tutte vere. Leggiamo tredici volte meno della Corea del Sud, per esempio. Ma anche che chi legge, da noi, è sicuramente un lettore forte, perché cresciuto in condizioni ostili. Ma siamo stanchi pure di ripeterci questa litania scontata. Purtroppo, in Italia viviamo da decenni in un impoverimento di tutto. Anche leggere ha a che fare con l’entusiasmo e con la fiducia, oltre che con l’esercizio della propria libertà e della propria umanità. Tutte cose che si sono appannate. Ma se è vero che le metro e i treni sono le prime biblioteche, forse bisognerebbe migliorare intanto i trasporti. Il loro malfunzionamento ci rovina. Ci avveleniamo i nervi, buttiamo via il tempo, ne resta poco, per tutto.

-Web: causa o possibile soluzione all’attuale crisi dell’editoria?

Non lo so, l’importante è che si parli dei libri, che si voglia condividere quello che ci ha colpito. E tutti i luoghi sono buoni. Ma non credo sia la soluzione. Una buona cosa, invece, sarebbe pubblicare meno.

-Cosa pensa dei blogs letterari?

Come dicevo prima, c’è un discorso comune intorno al libro e alla letteratura da ripristinare. Ma nelle forme corrette. Alcuni blogs sono molto interessanti, ti fanno scoprire degli autori. Resta tuttavia un senso di vuoto della critica che non bisogna illudersi di colmare così. Un blog è un’altra cosa. Poi servono anche i critici, serve chi ha studiato e chi ha dedicato la propria vita alla letteratura.

-Cosa pensa delle scuole o dei corsi di scrittura creativa?

A me piacerebbero delle scuole di lettura. Luoghi dove si parli di un libro, lo si smonti, lo si analizzi, ma ci si abbandoni, anche. E’ un discorso delicato. Si possono studiare le tecniche, il talento riguarda ogni individuo, la sua storia. E comunque ci vuole molto lavoro, in tutti i casi.

-Cosa pensa del self-publishing?

Ripeto che già così si pubblica davvero troppo. Neppure in una intera vita si possono leggere tutte le novità che escono in un anno. E’ un mercato drogato, malato di gigantismo. Ha ragione Aldo Busi quando sostiene che nell’epoca dei telefoni con l’obiettivo fotografico si scattano migliaia di foto ma non ce ne sia una che resta. Accade un po’ così anche con l’editoria. E’ più facile pubblicare, non costa più come una volta. E allora tutti pubblicano. Ma bisogna anche fare attenzione a chi specula. Non pubblicare mai a pagamento. Ognuno è libero di distribuire ai suoi amici le proprie cose. Ma la pubblicazione dovrebbe essere il punto d’arrivo di un processo di selezione. Un processo severo. E’ uscito un bel libro di Giuseppe Culicchia “E così volevi fare lo scrittore” che cerca di fare chiarezza e sgombrare il campo da molte idee sbagliate su questo mondo. Forse bisogna iniziare a scrivere tutti di meno, a disincentivare questa follia, ad adottare i libri degli altri, quelli già scritti, i classici.

-Ci sono degli strumenti di cui lo scrittore dispone per promuovere e incentivare la pratica della lettura nel nostro paese?

Andare nelle scuole. Parlare con entusiasmo dei libri che ci sono piaciuti. La lettura si può trasmettere solo così, come un raffreddore.

 

Alessandra Flamini

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