Approfondimenti Rivista — 12 luglio 2012

Giovannino Guareschi è stato uno scrittore e giornalista italiano. Nacque a Fontanelle di Roccabianca, nel Parmense, il 1 maggio del 1908. Conosciuto soprattutto per la sua attività di scrittore, specie per la creazione della celebre storia di Don Camillo, il robusto parroco di Brescello che parla col Cristo dell’altare maggiore, e di Peppone, il sindaco comunista del paese. L’indiscusso successo dell’opera che mostra i due volti dell’Italia che cerca di rialzarsi dalle macerie del secondo dopoguerra lo portano ad essere bersaglio di critiche provenienti da entrambe le parti, tanto che gli apprezzamenti maggiori alla sua opera vennero dall’estero e soprattutto dalla Francia, la cui popolazione impazziva per le avventure dei due protagonisti. “Muore uno scrittore mai nato”, titolò L’Unità il giorno dopo la sua morte, “Guareschi, ovvero lo scarafaggio” è invece il titolo che gli riservò in altre occasioni la rivista dell’Azione Cattolica. A cosa è dovuta l’ostilità che le due principali correnti contrapposte della cultura e della politica del dopoguerra riservarono a Guareschi? Sicuramente al semi-sconosciuto ruolo svolto dal Guareschi-giornalista. Dal 1936 al 1943 Guareschi fu redattore capo di una rivista satirica destinata a un’ampia notorietà, il quindicinale Bertoldo, edita da Rizzoli e diretta da Cesare Zavattini. Durante la guerra venne bombardata dagli Alleati la sede dell’editore e l’attività della rivista cessò. Dopo l’8 Settembre Guareschi si rifiutò di disconoscere l’autorità del re e di arruolarsi nella Repubblica Sociale e per questo venne imprigionato per due anni nel campo di Wietzendorf. Al ritorno in Italia fondò una rivista indipendente con simpatie monarchiche, il Candido, settimanale del sabato. Nella rivista, insieme ad altre famose penne della satira italiana, curava numerose rubriche tra cui quella a firma “Il Forbiciastro”, che spigolava nella cronaca spicciola italiana.

Guareschi era rimasto un irriducibile monarchico e non lo nascondeva. Non perse occasione per denunciare le truffe consumate ai danni della monarchia italiana. In occasione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 sostenne apertamente la monarchia e denunciò i brogli che, secondo lui, ribaltarono l’esito del voto popolare. La sua fede cattolica e il suo fervente anticomunismo lo portarono ad impegnarsi attivamente durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 1948 contro la coalizione PCI-PSI. Celeberrima la sua vignetta con lo slogan “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”. Il suo contributo fondamentale per la vittoria della DC proprio in quelle elezioni non influenzò la sua penna, sempre fuori dagli schemi, tanto che non risparmiò critiche anche alla stessa DC e alla sua attività. Bastian contrario per eccellenza, quando gli fu chiesto il motivo della sua fede monarchica, rispose: ”Perché sono monarchico? Perché non c’è più il re”. Tra gli episodi più controversi della sua attività giornalistica, però, ci sono le due condanne, ricevute una con l’accusa di vilipendio e l’altra di diffamazione a mezzo stampa. La prima risale al 1950 a seguito della pubblicazione di alcune vignette nelle quali fu messo in risalto che l’allora Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, sulle etichette del Nebiolo di sua produzione, amava ricordare la sua posizione di carica più alta dello stato. Giovannino venne condannato a otto mesi di reclusione con la condizionale per aver offeso (mezzo stampa) il prestigio e l’onore del Presidente della Repubblica. Ma l’episodio più celebre è sicuramente l’accusa, risalente al 1954, di diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Alcide De Gasperi, a seguito della pubblicazione sul Candido di due lettere scritte dallo stesso De Gasperi risalenti al 1944, in una delle quali il politico trentino (presidente del Consiglio ininterrottamente dal dicembre 1945 al 1953) avrebbe chiesto agli Alleati anglo-americani di bombardare la periferia di Roma allo scopo di demoralizzare i collaborazionisti dei tedeschi. Nonostante Guareschi avesse ottenuto conferma della loro autenticità, attraverso una perizia grafica di un perito calligrafo del Tribunale di Milano, Giovannino fu condannato il 15 aprile a dodici mesi di reclusione. Troppo orgoglioso di se stesso e certo della sua buona fede, nonché dell’autenticità degli scritti, non ricorse in appello e il 26 maggio entrò nelle Carceri di San Francesco a Parma. Le uniche prove accettate furono le parole di De Gasperi, che aveva sporto personalmente querela, il quale, ovviamente, dichiarò che le lettere erano assolutamente false. I 409 giorni di detenzione, oltre a provarlo fisicamente, lo resero il primo giornalista della Repubblica Italiana a scontare interamente una pena detentiva in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

Il 22 luglio 1968 si sparse per le vie di Cervia una triste notizia: “Zvanin l’è mort!”. I suoi funerali, svoltisi sotto la bandiera con lo stemma sabaudo, vennero disertati da tutte le autorità. Unici volti di rilievo presenti alle esequie furono Nino Nutrizio, Enzo Biagi ed Enzo Ferrari. Baldassarre Molossi, storico direttore della Gazzetta di Parma, così raccontò il funerale il giorno dopo:”L’Italia meschina e vile, l’Italia provvisoria, come lo stesso Guareschi con amara intuizione la definì nel 1947, ci ha fornito ieri l’esatta misura del limite estremo della sua insensibilità morale e della sua pochezza spirituale. Giovannino Guareschi è lo scrittore italiano più letto nel mondo con traduzioni in tutte le lingue e cifre di tiratura da capogiro. Ma l’Italia ufficiale lo ha ignorato. Molti dei nostri attuali governanti devono pur qualcosa a Guareschi e alla sua strenua battaglia del 1948 se oggi siedono ancora su poltrone ministeriali, ma nessuno di essi si è mosso. Nessuno di essi si è fatto vivo (…). Anche Giovannino Guareschi ormai riposa al cimitero dei galantuomini. È un luogo poco affollato. L’abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita delle due mani”. Il fatto di essere uno degli scrittori italiani più venduti nel mondo: oltre 20 milioni di copie, nonché lo scrittore italiano più tradotto in assoluto, non ha permesso a Giovannino di avere la giusta riconoscenza come uno dei più importanti intellettuali civili italiani del Novecento, ma il suo carattere e la sua esperienza dovrebbero servire come esempio ai giornalisti che urlano allo scandalo e alla limitazione della libertà di stampa ogni volta che viene mossa loro un’accusa di qualsiasi tipo. “Hanno arrestato Guareschi, hanno arrestato un uomo che diceva la verità!”, ebbe a dire di recente Vittorio Sgarbi.

 

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scrivendovolo

(1) Reader Comment

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