Approfondimenti Rivista — 13 ottobre 2012

Una delle pochissime regole del mondo dell’editoria è: le autobiografie non vendono.

Ai lettori interessa poco comprare libri che, in un modo o nell’altro, celebrano una persona in particolare, specie se è proprio quella persona a scrivere di sé. Per aumentare l’appeal del testo ci sono delle tecniche che di solito i grandi editori utilizzano, come pubblicare il libro in un momento particolare in cui il protagonista si trova al centro dell’attenzione dei media (per vari motivi), oppure fare in modo che sia proprio il contenuto di quell’autobiografia ad essere così sconvolgente da attirare le luci dei riflettori. Il caso di Andre Agassi, ex tennista statunitense, non rientra in nessuna di queste due categorie. Eppure, la ristampa della sua autobiografia “Open: la mia storia”, edita da Einaudi Stile Libero, è al primo posto nella classifica dei libri più venduti della settimana nella categoria saggistica; la celebre eccezione che conferma la regola.

Agassi non è mai stato al centro di casi mediatici di particolare rilevanza da quando si è ritirato dal circuito tennistico, e il nostro Paese non è nemmeno così rinomato per essere popolato da soli appassionati di tennis, allora cosa può contenere di così interessante l’autobiografia di un ex tennista statunitense ritiratosi sei anni fa?

Tristan Rêveur, su ciò che è brutto in arte, dice che “il brutto è tragicamente più bello del bello perché documenta il fallimento umano”. Agassi è stato un mostro sacro del tennis mondiale, ha soldi, fama, una famiglia invidiabile e una vita quasi perfetta. Bella, come un’opera d’arte. Eppure la sua è una storia di insoddisfazione.

Il racconto procede a ritroso, inizia dalla “fine”, la fine della sua carriera. La scena si apre con Agassi che si prepara per la penultima partita della sua carriera, durante lo US Open del 2006. Nella stanza d’albergo è insieme alla moglie Steffi Graf e ai figli, ma Andre è solo, sotto la doccia, mentre ascolta il suo corpo emaciato risvegliarsi, insieme alla speranza di potercela fare, ancora.

Il racconto prosegue con l’ultimo atto della sua sensazionale carriera, il match contro il cipriota Baghdatis. Ma lo stile con cui Agassi si racconta è ancora migliore di quello con cui gioca a tennis. Quello che trasmette è esattamente quello che ogni “uomo qualunque” desidera di percepire: l’umanità dietro una vita di successo. Agassi per molti è un Dio moderno, che diffonde le sue gesta di fronte a milioni di persone con in mano una racchetta, ma è vulnerabile, come ognuno di noi. Quello che si percepisce è il terrore, il panico che ha provato durante quel match, e il solo pensiero che le stesse sensazioni si siano accumulate in lui in centinaia di altre occasioni fa rabbrividire. È la storia di una continua lotta contro se stessi, a partire dall’infanzia, dominata dalla figura di un padre che somiglia molto a un sergente di ferro. “Papà dice che se colpisco 2.500 palle al giorno, ne colpirò 17.500 alla settimana e quasi un milione in un anno. Crede nella matematica. I numeri, dice, non mentono. Un bambino che colpisce un milione di palle all’anno sarà imbattibile”. Mentre quasi tutti i bambini del mondo trascorrono la loro infanzia ascoltando storie di draghi e prodi condottieri, Andre, all’età di sette anni, si confronta direttamente con un “drago”: “Nero come la pece, montato su grosse ruote di gomma e con la parola PRINCE dipinta in bianche lettere maiuscole lungo la base, il drago assomiglia a una qualunque macchina lanciapalle di un qualsiasi circolo sportivo americano. In realtà, però, è una creatura vivente uscita da uno dei miei fumetti. Il drago respira, ha un cervello, una volontà, un cuore nero – e una voce terrificante”. È il marchingegno che papà Mike ha costruito per lui, un mostro sputapalline che ha il compito di tarsformare Agassi nel miglior giocatore di tennis al mondo, e ci è riuscito.

Ma a quale prezzo?

Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato. Quando quest’ultimo tassello della mia identità va al suo posto, scivolo sulle ginocchia e in un sussulto dico: fa’ che finisca presto”, scrive Agassi, prigioniero di una vita che molti sognano, e che lui detesta.

Il suo stile è unico: ironico, incisivo, umile. La mano di J.R. Moehringer, un premio Pulitzer, che gli ha fatto da ghostwriter, si vede. Ma i pensieri sono puri, il suo punto di vista e i suoi sentimenti sono reali. Le situazioni e i personaggi raccontati non sono mai banali, stimolanti, che arricchiscono la narrazione senza annoiare.

Alla fine della lettura ciò che rimane è un senso di amarezza, di malinconia. Il primo successo a Wimbledon – il primo agognatissimo Grande Slam da lui ottenuto – viene così commentato: “Vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”.

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