le interviste Rivista — 19 dicembre 2012

Siamo un gruppo di editori indipendenti, con dimensioni, cataloghi, fatturati, marchi, interessi diversi. Nessuno di noi fa parte di un gruppo editoriale. Nessuno di noi esercita sul mercato editoriale una posizione di monopolio, né all’interno della filiera distributiva né delle librerie.(…) Siamo editori «affini». Il che significa che non siamo uguali e proprio per questo teniamo alle reciproche differenze e singolarità.”

In occasione della fiera del libro di Roma “Più libri più liberi” è stato distribuito il manifesto di un’associazione informale di editori indipendenti pronti a partecipare attivamente a tutta la filiera del libro, a discutere sui problemi che influiscono sulla riuscita nel mercato, a proporre un modo di fare cultura che rispetti la bibliodiversità.

E’ durante l’incontro che si trova il tempo per la condivisione, per la soluzione, per agire affinché ognuno possa ancora svegliarsi la mattina e sapere di avere un progetto in cui credere.

Risponde alla nostre domande il Sign. Gino Iacobelli (Iacobelli Editore), che ha contribuito alla fondazione di questa associazione insieme ad altri 76 editori.

Alcune delle risposte fornite sono informative riguardo l’Osservatorio, altre sono da considerare opinioni dell’intervistato.

  1. Il nome che avete scelto è: “Osservatorio degli editori indipendenti”, eppure non fa presagire agli strumenti che invece avete proposto per “denunciare e tentare di correggere ciò che produce squilibrio e impoverimento, non solo per gli editori, (…)”. Perché?

Vogliamo essere un osservatorio che controlli ciò che accade nel mercato, da questo il nome Osservatorio, ma ciò non esclude la nostra voglia e possibilità di partecipare anche attivamente al periodo particolare dell’editoria; quindi manteniamo un contatto con tutte le fasi della filiera. Non siamo delle vittime, ma fornitori di cultura.

  1. Nessuno di voi fa parte di un gruppo editoriale. La scelta, per coerenza, credo sia determinata anche dalla volontà e dall’impegno di difendere la bibliodiversità e l’indipendenza economica e culturale degli editori, come pensate sia possibile allora la realizzazione di una casa editrice che sia anche un’impresa fruttuosa?

Il prodotto deve essere di qualità, e da questo dipende parte del fatturato, e poi servirebbe una visibilità sul mercato che permetta alla casa editrice di farsi conoscere. Come ad esempio l’esposizione in libreria. Purtroppo noi non abbiamo la potenza pubblicitaria nei negozi; ciò fa diminuire le nostre possibilità di vendita, comunicazione e incontro con i lettori. Questi sono alcuni dei motivi che ci hanno spinto a fondare l’Osservatorio.

  1. Distribuzione o marketing, qual è il male maggiore per l’editoria?

Questa è una bella domanda! La risposta è personale, quindi indipendentemente dall’osservatorio, credo sia la distribuzione. Senza una buona distribuzione non si possono nemmeno attuare progetti o strategie di marketing.

  1. Le varie integrazioni a monte e a valle della filiera creano dei sistemi che monopolizzano ogni singolo passaggio e portano sempre al solito risultato: ingrandimento di editori con già alte quote di mercato. La grande distribuzione organizzata è un altro strumento di tali dipendenze, ritiene però che l’inserimento del libro in questa abbia portato anche ad un incontro in più, seppur indotto, con la potenziale clientela? E’ stato o no un processo positivo?

I mercati alternativi vanno comunque bene, sono un incontro in più con i lettori. Il problema rimane sempre la loro gestione di questi luoghi, soprattutto dei punti vendita e degli spazi a noi dedicati. Che un libro sia ovunque, ben venga! E’ un modo per convincere anche chi lettore non è.

  1. Quali sono i luoghi d’incontro per la piccola e media editoria e i lettori?

Le fiere del libro sono importantissime, soprattutto questa di Roma. Qui abbiamo un importante spazio espositivo e quindi è più facile catturare l’attenzione dei visitatori.

Poi ci sono le presentazioni, e soprattutto gli incontri con l’autore. A differenza delle grandi case editrici infatti abbiamo modo e tempo di impegnarci anche nei rapporti umani con gli scrittori e quindi ci teniamo che conoscano anche i lettori.

L’autore diventa esso stesso editore, partecipa per la comunicazione e la diffusione del proprio libro.

  1. In che modo un editore indipendente salvaguarda il libro dalla stagionalità di cui è vittima?

In realtà questo è un problema grandissimo che andrebbe risolto a tavolino. Le percentuali dimostrano che non è la piccola editoria a gonfiare le cifre dell’offerta. I grandi editori, invece, alcune volte pubblicano titoli solo per occupare spazi in libreria con il loro marchio. La soluzione andrebbe cercata e presa affrontando il problema dell’iperproduzione editoriale. Un esempio potrebbe essere la realizzazione di più punti vendita, ma con una logica di esposizione e regole del mercato che non esalti come al solito pochi editori. Sarebbe bello poter decidere di divenire anche un libraio con possibilità di mercato reali. Per realizzare ciò servirebbero però delle leggi, come esistono in Francia e in Spagna, che possano tutelare i librai e offrirgli davvero un futuro lavorativo.

  1. Riferendoci agli strumenti che avete citato per salvaguardare l’ecosistema editoriale potrebbe dirci, magari fornendo esempi reali, quale potrebbe essere l’‘istituzione dentro la quale coinvolgere (…) editori, librai, bibliotecari e insegnanti, autori e traduttori”?

Adesso se sarà un luogo fisico non lo posso dire, ma comunque vuole essere un punto d’incontro. Pensiamo ad un’ipotetica libreria, dove i lettori, o gli aspiranti professionisti del settore possono trovare: editori, librai, traduttori pronti ad esaltare il ruolo della cultura, a diffondere la pratica della lettura e a confrontarsi.

  1. L’atteggiamento di alcuni editori di nicchia è quello di escludere i gusti di un largo gruppo di lettori privilegiando una cultura di elite. Questo non significa creare “aree protette o riserve naturali” dove un libro viene solo preservato invece di renderlo realmente funzionale e vivo come voi volete?

L’editoria di nicchia è un modo per emergere dal mercato, è un modo per differenziare la propria offerta affinché sia riconoscibile nel mercato. Capita che un medico spinto dalla passione decida di creare un marchio editoriale collegato al suo lavoro. Così facendo sceglie degli autori e dei titoli per raggiungere il cuore di un’impresa che è soprattutto culturale. Quindi la nicchia non va vista come “riserva naturale” del libro, è una scelta che produce comunque cultura.

Scrivendo Volo ringrazia il Sign. Iacobelli per la disponibilità. E allora adesso il modo più speranzoso per chiudere sarebbe questo:

«Sono le nostre scelte che ci mostrano chi siamo veramente, molto più delle nostre abilità», diceva J.K. Rowling.

Frase con cui Iacobelli Editore apre la sua presentazione nel sito internet: iacobellieditore.it

Per ulteriori informazioni relative all’iniziativa e ai suoi sviluppi futuri, segnaliamo: http://odei.altervista.org/wp/

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