Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Le sere d’estate, il canto delle cicale non mi lasciava mai solo.

Ero un bambino, poi un giovane che fuggiva nel bosco ogni volta che mio padre mi puniva. Crescevo, ma mai abbastanza per lui.

Negli anni, divenni un uomo che scostava i rami più bassi al suo passaggio quando la notte scendeva sul sentiero e i suoi occhi non distinguevano più niente.

Ma è passato anche questo tempo. Da quando si è ammalato, le sere sono tutte d’inverno. Nella casa alla periferia della città, lontano dalla foresta, la luce è grigia e piove quasi ogni giorno.

Mio padre non parla. Sembra che dorma e tuttavia ancora riesco a risvegliarlo per nutrirlo e lavarlo. Quando lo sollevo per farlo sedere nella sua speciale sedia sento di alzare un gigante o uno dei tanti alberi abbattuti nel bosco dalla tempesta. Così comprendo che la malattia, più che gli anni, ha un peso, una gravità che minacciosamente trascina verso il basso.

Quando lo adagio sul letto mi abbraccia come un bambino che non sa reggersi in piedi e che, affidandosi totalmente al sostegno dell’altro, lascia oscillare il corpo nel vuoto, quasi fosse un manichino senza vita.

E tuttavia, pur essendo privo di forza, sento le sue braccia avvinghiarsi al collo in una stretta che tenerezza non ha, ma solo puro terrore della solitudine.

Allora me ne vado, serrando la porta al suo respiro affannoso e ai suoi occhi semichiusi rivolti costantemente alla finestra da cui si vedono piegarsi gli alberi spogli, al vento della periferia.

Ho freddo e siedo presso la stufa.

Come in sogno, ripercorro col pensiero la vita di quest’uomo. Le scarse parole, le misere tenerezze di padre e l’ultima uscita nel bosco a tagliare legna prima dell’inverno.

Poi, la malattia.

È buio ma non ancora notte. Devo nutrire mio padre, sebbene sappia già che fallirò anche questa volta. Mi siedo sulla sponda del letto e forzo lievemente la bocca con un cucchiaio di farina cotta. Qualcosa scivola dentro ma il torpore riconquista il vecchio corpo che non vuole più mangiare. Per tre volte vado alla stufa a scaldare il magro pasto e per tre volte mio padre si assopisce. Le sue labbra sussurrano strane parole che io non comprendo.

Di fronte alla malattia di mio padre non sono niente: lentamente, ci uccide senza aver rispetto alcuno del nostro legame.

Seduto nel buio della stanza penso all’ultima nostra avventura.

Trasportavamo tronchi nella foresta. Mio padre camminava avanti a me con il passo di marcia, non consentendo alcuna sosta. Teneva nella destra un frustino fatto con un ramo di larice, pronto a colpire qualora mi fossi fermato.

Camminammo per l’intero giorno mentre una nebbia sottile aleggiava sopra le nostre teste. I piedi mi dolevano ma non osavo lamentarmi perché sapevo che mio padre non si sarebbe fermato finché non avessimo raccolto abbastanza tronchi. Le tempeste dell’autunno ne avevano lasciato un numero considerevole a terra e noi ci limitavamo a raccoglierli. Caricavo la cima su di una spalla e trascinavo tutto il resto del tronco fino alla radura, in prossimità della strada. Mio padre, per quanto curvo e col fisico deformato dall’età, faceva altrettanto. Ogni anno era lo stesso rito che dava inizio alla stagione invernale.

 

Penso, e intanto la pendola scandisce il tempo, il tempo infinito della malattia.

Piove in questa notte. Sono stanco e il sonno mi avvolge solo per pochi minuti. Il terrore che queste possano essere le ultime ore di vita di mio padre impedisce di coricarmi.

Per non cadere più nella trappola del sonno, lascio anche la sedia e decido di lavarmi energicamente il volto, ma, mentre scorre l’acqua nel bagno, uno strano rumore si insinua nel lento gocciolio del rubinetto.

Quando torno nella camera, mio padre giace a terra, accanto al letto.

Ho paura, ma non è morto. Raccolgo il corpo rigido come se dovessi sollevare un tronco e lo distendo nuovamente sul lenzuolo. Quindi mi siedo sul bordo del letto, col cuore che torna a battere regolarmente.

Ancora una volta tornano le visioni dell’ultima sera che abbiamo trascorso insieme nella foresta.

Mentre carezzo la sua mano prosciugata dalla malattia, vedo la mia mano sanguinante e mio padre che, senza alcuna esitazione, mordeva delicatamente la mia carne per estrarre una spina. Ricordo che, quando l’ebbe tra i denti, sputò a terra e, preso un pezzo di carta dalla borsa, improvvisò una fasciatura. Sulla pelle sentivo l’umido della saliva di cui era imbevuto il foglio mentre il suo sguardo cadeva premuroso sul mio capo, quasi fossi un bambino imprudente che non meritava rimproveri, ma solo compassione.

Poco distante, la catasta di tronchi raccolti era già notevolmente cresciuta sotto la coltre notturna. Poteva bastare. Ci fermammo nella radura e mio padre accese un falò. Quel giorno, era uscito all’alba per pescare nello stagno dietro casa. Tirò fuori dalla borsa il pesce pescato, sapientemente tagliato in tranci, avvolti nella carta. Finalmente, era giunto il momento di mangiare.

Le ombre della notte fluttuavano nel bosco mentre noi mangiavamo seduti sui tronchi raccolti.

Provai a masticare e ad ingoiare, ma quel pesce era disgustoso, sapeva di fango e di palude; mio padre insisteva nonostante rifiutassi quel cibo, sventolando minacciosamente lo spiedo ardente sotto il mio volto.

Non capivo perché volesse assolutamente che me ne cibassi con lui; avremmo potuto cenare comodamente a casa, che non era affatto distante.

Ad un certo punto alzò il braccio rabbiosamente ed io subito schermai il volto con le mani per non essere colpito: ma non successe niente. La rabbia si era già spenta, come le ultime braci del falò; solo il volto di mio padre continuava ad ardere, questa volta però, di tristezza e di sconforto.

Adesso so quale era il significato di quel pasto comune nel bosco, nel luogo dove mio padre ed io ci ritrovavamo in simbiosi nella stessa dura e selvatica dimensione di vita.

Sarebbe stato l’ultimo prima della fine, prima della casa in periferia, lontana dal bosco, della casa affollata di medici prima, e vuota poi, durante gli ultimi tempi di estrema solitudine.

Guardo il fuoco nella stufa, scettico, non potendo ancora credere che il fuoco della foresta era l’ultima immagine con lui.

 

Sono trascorsi pochi giorni, scuri giorni.

Mio padre è morto. Fuori non piove più. Il letto è vuoto.

A cosa serve un letto vuoto? È più bianco, adesso.

Occorre togliere il lenzuolo che porta ancora l’ombra del suo corpo: bisogna sollevarlo, perché abbaglia: l’assenza che abbaglia nella sua incomprensibilità.

Meglio sdraiarsi su un letto nudo, privo anche del materasso, un duro letto come un sepolcro su cui piangere la morte del proprio padre.

Share

About Author

scrivendovolo

(1) Reader Comment

  1. bellissimo!!!!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.