Approfondimenti Rivista — 03 marzo 2014

Si tratta di una delle nuove frontiere della web-informazione e letteralmente si traduce con “pagato per scrivere”. Il paid to write sta velocemente riscuotendo successi anche nel nostro paese dopo essersi già diffuso ampiamente soprattutto nei paesi anglofoni. Stiamo parlando di una nuova forma di giornalismo partecipativo che nasce dall’esigenza di molti blog e siti d’informazione di tagliare i costi e allo stesso tempo di aumentare il volume e la qualità dei contenuti presenti sui propri portali. In un periodo di crisi come quello che ci troviamo a vivere, anche testate di un certo livello si stanno affidando a questa nuova modalità di scrittura online. Sono nate vere e proprie piattaforme di content marketplace che fungono da intermediarie tra chi ha bisogno di contenuti e gli autori che sono in grado di produrli. Il funzionamento è facile: ci si registra al sito che offre il servizio, ci si fa valutare con un articolo di prova e se si è accettati, si comincia a lavorare. La paga aumenta in base alla quantità di articoli che si riescono a garantire e in genere si riceve di settimana in settimana, tutto tramite internet. Spesso si può scegliere il campo di cui occuparsi e si ricevono delle linee guida generali da seguire che semplificano oltremodo lo sforzo creativo. Sembrerebbe il sogno di chi vuole informare ma non ha voglia o tempo per gestire un suo blog o portale: guadagnare col minimo sforzo, comodamente seduti sul divano di casa.

Purtroppo non è tutto oro quel che luccica ed è bene chiarire subito che è molto complicato riuscire a fare di questo la propria attività principale. Le possibilità sono reali, e chi l’ha provato è pronto a giurare che funziona sul serio, ma andiamo ad analizzare in termini numerici quanto quest’attività può essere remunerativa. La grande maggioranza di chi offre tale servizio è solita pagare in base al numero di parole: ogni parola uno o due centesimi di euro, a seconda del sito per cui l’autore scrive. E non finisce qui: le cosiddette stop word come congiunzioni, articoli o parole giudicate poco rilevanti ai fini degli algoritmi dei motori di ricerca, non vengono pagate, così come i virgolettati. Bisogna poi prestare molta attenzione anche ai plagi, poiché ogni articolo è filtrato prima della pubblicazione per scoprire se è stato copiato, nel qual caso si perde il diritto a essere pagati. Altri content marketplace pagano gli autori per un massimo di sette euro in base alla rilevanza che si attribuisce al contenuto, altri ancora prestano attenzione ai retweet o ai like che si ricevono sui social network, infine chi si occupa di recensioni viene pagato in base all’utilità che il pubblico attribuisce al suo articolo. Oltre al tariffario, da segnalare anche la grande concorrenza: non sarete certo i primi a sfruttare un servizio che esiste da anni; stuzzicate dalla prospettiva di guadagni facili sono moltissime le persone che tentano la strada del paid to write, quantomeno per testare se realmente funziona. Insomma, le difficoltà e le limitatezze economiche sono evidenti, ed è possibile fare di quest’attività al massimo un buon arrotondamento alla fine del mese. Da evidenziare anche il fatto che spesso è impossibile firmare i propri articoli, perché consegnati nel totale anonimato e assegnati invece a chi fa parte della redazione che richiede i contenuti. Sicuramente si tratta di un settore che, forse proprio per la semplicità con cui si presenta, è in forte espansione e che evidenzia ancora una volta come il futuro dell’informazione sia sul web, unica realtà che permette a ognuno di reinventarsi e di avere lo spazio che desidera.

Luca Loghi

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.