Approfondimenti Rivista — 14 novembre 2012

Osservando la mappa del mercato editoriale pubblicata dall’IPA (International Publishers Association) possiamo notare che, grossomodo, nei suoi rapporti tra le nazioni corrisponde a quella del mercato economico mondiale.

Europa, Nord America ed Estremo Oriente capeggiano rispetto a Sud America, Medio Oriente ed Australia. L’Africa purtroppo non c’è quasi da nominarla, ridotta ad una sottilissima striscia di colore, segno della quasi totale assenza di un mercato economico – e di conseguenza editoriale. Le disuguaglianze sono evidenti, ma ovviamente riconducibili al grado di sviluppo economico del paese in questione.

Andando a guardare le prime 10 posizioni della classifica presente nel rapporto IPA non siamo sorpresi di trovare sulla vetta gli USA, seguiti da Cina, Germania, Giappone, Francia e Regno Unito. Al settimo posto troviamo la nostra Italia, e nelle ultime tre posizioni Spagna, Brasile ed India. Nessuna grande sorpresa, dunque.

Ma perché i mercati editoriali di queste dieci nazioni si può dire che, tutto sommato, funzionano, mentre il resto del mondo sembra non leggere più?

Iniziamo col dire che il rapporto dell’IPA e la mappa sviluppata non tengono conto del numero totale dei libri venduti, bensì il valore dei prezzi di mercato al consumo e di conseguenza la disponibilità sul mercato. Non è vero dunque che nei paesi al di sotto del decimo posto in classifica non si legge, è invece vero che il loro mercato editoriale non produce quantità di libri sufficienti per star dietro alle potenze del mercato librario.

Prendiamo ad esempio il caso del mondo anglosassone. Il loro settore editoriale è caratterizzato dalla presenza di giganti imprenditoriali, nel vero senso della parola. Realtà come quelle di Barnes and Noble, la più grande ed importante casa editrice americana (sebbene anch’essa ultimamente attraversata dalla crisi economica che si ripercuote sui mercati commerciali) o come la Penguin e la Random House in Gran Bretagna (ora fuse in un unico gigante dal nome di Penguin Random House) non possono competere con il mercato di nicchia degli altri paesi.

Mentre chiunque ha, infatti, sentito nominare almeno una volta queste tre case editrici appena citate quanti di noi potrebbero dire di conoscere un loro equivalente in Australia?

Passando al resto delle nazioni europee, proprio nei scorsi giorni la tedesca Francoforte ha ospitato la Fiera del libro, che essendo la più grande del mondo ci da modo di fare un excursus della varietà dei mercati librari. Quello tedesco in particolare è un mercato complesso: non è un mercato “nazionale” nel senso stretto (geograficamente, cioè) ma per via dell’unità linguistica che ha con l’Austria e parte della Svizzera, raccoglie le pubblicazioni di tutti e tre i paesi. Da sempre è Monaco la capitale dell’editoria tedesca, ma negli ultimi anni Berlino l’ha eguagliata, raggiungendola nelle sue 155 case editrici. Un mercato “giovane”, a quanto pare, al contrario della Francia, dove le imprese editoriali sono storiche: Hachette (1826), Calmann-Levy (1836), Flammarion (1876), Albin Michel (1900), Gallimard (1911) ecc.  Li, un rapporto del 2010 ha evidenziato che il mercato è costituito da circa 8000 imprese, di cui due grandi gruppi gestiscono il 40% dell’attività totale. Anche in questo caso giganti, dunque, ma nel paese padre dell’ Encyclopédie la cosa non risulta troppo disarmante. Ultimo mercato a cui puntare lo sguardo è quello cinese, il secondo in classifica: noi occidentali non siamo abituati a guardare a quella parte dell’editoria, ma in un paese in rapido sviluppo come la Cina anche il mercato editoriale si evolve rapidamente. E in modo decisamente innovativo, tra l’altro: si parte dalle web fiction, lette in modo gratuito sul web, e a seconda del successo che hanno si passa poi alla pubblicazione attraverso sistemi tradizionali.

Attraverso le prime 10 posizioni della classifica vediamo così quanto variegato sia il mercato editoriale e quanto diversi siano i meccanismi dei vari paesi, influenzati non solo dal sistema economico e commerciale totale ma anche da tradizioni e sviluppi culturali.

 

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