Concorso Buk — 22 gennaio 2014

Il giorno del suo sessantunesimo compleanno, decise di ritirarsi. Non c’erano ragioni particolari. Era solo un uomo stanco, che godeva di granitica salute. Non poteva aspettare la morte. Era capace di farsi attendere, come le donne desiderate. Nel frattempo doveva sopravvivere e voleva essere lasciato in pace.  Come un personaggio colombiano, aveva portato il suo peso, in una stanza della grande casa di suo padre, declassata al ruolo di guardaroba, dopo aver conosciuto tempi migliori. Era il luogo del pianto. Lacrime di gioia, di passione e forse di dolore, avevano intriso le sue pareti. Il letto a poco più di una piazza, resisteva all’indifferenza del tempo.  Aveva fatto da culla a lui e ai suoi fratelli. Era stato la tomba dei suoi genitori  e dell’amore, che da troppo tempo, non provava più per sua moglie. Un’estate, di tante stagioni fa, aveva ospitato anche una clandestina. Era riuscito a spedire la famiglia al mare e si era concesso una vacanza dai doveri. Era stata l’unica volta.  Non era più riuscito a tradirlo. Quel letto aveva riparato lui e le sue ombre da adolescente.  Si era impregnato del fumo abusivo di tanti pomeriggi viziosi.  Si era fatto in disparte, per lasciare un po’ di posto all’ambizione dei suoi sonni. I sogni più belli, li aveva girati in quelle lenzuola bambine, dal profumo proibito di lavanda e voglia di peccato. Si era arrabbiato, quando la moglie, aveva deciso di farne degli stracci. Lo strappo che ne  era uscito, era stato molto vicino a un lamento. Un rimprovero, per non essere riuscito a sottrarle alle mani furiose di una donna, che voleva eliminare le prove di una felicità, da cui si sentiva esclusa. Unico lusso di quella stanza monacale era l’enorme terrazza che avvolgeva il giardino. Da lì, poteva far finta di essere  solo.  In quel luogo,  a poche bracciate dal cielo, sentiva di non aver bisogno di niente.  Poteva allungare le mani e cogliere i frutti dei calli di suo padre. Con i  sensi allertati, arrivava a sentire l’odore e il rumore del mare. Da quando era ritornato a dormire in quella stanza,  non aveva più avuto bisogno di sonniferi. Era un bambino che non ha ancora finito i sogni e aspetta la notte, per raccontarseli il giorno dopo. All’ inizio la moglie, aveva assecondato la sua stranezza.  Anni di convenienza, l’avevano assuefatta a tutto. Sembrava, addirittura contenta di poter marcare il territorio, anche in camera da letto. Quando inizia a dar fastidio il respiro, un tempo baciato, significa che c’è qualche problema di cuore.  Era solo preoccupata del giudizio della gente. Suo marito, era quasi invisibile per lei,  ma qualcuno avrebbe presto notato la sua latitanza e ne avrebbe costruito un film.  Non era più credibile la scusa di una malattia infettiva e  non poteva contare sulla riservatezza di Emma, che stava già congetturando sui motivi di questo esilio. “Non ha toccato niente, nemmeno oggi”.  Appoggiava il vassoio intatto, con la gravità di un bollettino medico e intanto si chiedeva di che cosa il padrone  si nutrisse. Gli voleva bene, come possono farlo i servitori, senza eccessi , per non sembrare servili, tenendo la giusta distanza. Il cibo a lui non mancava e comunque non era il primo dei suoi pensieri. Piuttosto, non era riuscito a togliersi il vizio del caffè. Ogni tanto  sulla terrazza arrivavano folate dell’amato aroma. Qualcuno si stava prendendo una pausa dalla vita. Il giorno in cui decise che non avrebbe più parlato, aveva un’ultima richiesta. Voleva la sua Olivetti 21, un mazzo di carte  e  il necessario per farsi un caffè.  Si era scordato i libri, ma aveva trovato nel comodino alcuni fumetti consunti. Li aveva letti talmente tanto, da non ricordarseli più.  Per ora potevano bastare, poi sarebbe arrivata la macchina da scrivere. Emma era una brava donna, ma non sapeva tenere un segreto.  Fiera della missione che le era stata assegnata, se ne era vantata con il giardiniere, il quale aveva dedotto che il padrone stesse dando i numeri.  Il giorno dopo, nell’unica osteria del paese,  si era sparsa la voce che il proprietario della casa dei gelsomini, leggesse le carte e i fondi di caffè.  Era una mattina, umida di rugiada, quando arrivò il primo cliente.  Salvo, stava decidendo cosa avrebbe mangiato a pranzo. Intanto il caffè brontolava e il solitario attendeva. Suo padre lo aveva lasciato padrone di una tenuta singolare. Non c’era un albero, uguale all’altro.  Quando era riuscito ad acquistare la proprietà, grazie all’inettitudine degli eredi  del barone, volle eliminare i ricordi, innestati alla sua vita umile. Aveva giustiziato l’aranceto, sostituendolo, con piante di ogni genere.  Aveva graziato solo i gelsomini, per intercessione della moglie che li adorava. Poi lei era morta e loro erano rimasti a ricordargliela. Dopo tanti anni, mandavano ancora un profumo  tentatore, difficile da ignorare. Prima ancora di decidersi  per delle albicocche e qualche pesca, Salvo fiutò aria di guai. La conferma arrivò con l’eco della voce della moglie. Si era dimenticato di quanto potesse essere sgradevole. “ C’è il signor Principato che ha bisogno di parlarti”.  Invece di risponderle, aveva infilato sotto la porta un foglio , scritto a macchina, in cui chiariva i suoi progetti per il futuro. “Non ho più voglia di parlare.  Mi farò vivo io”. Allora era proprio impazzito. Come avrebbe potuto esercitare la sua professione,  senza l’uso della parola? Non si era mai visto un avvocato difendere  con il linguaggio dei gesti. Avrebbe perso i suoi ricchi assistiti e l’unico motivo, per cui l’aveva sposato, sarebbe venuto a mancare.  Non poteva sopportare l’idea di vivere, con un uomo che oltre a detestare, era povero. Si voleva convincere, che si trattasse solo di una crisi passeggera, causata dallo stress degli ultimi tempi. Suo marito, negli ultimi mesi, aveva avuto molte cause, era normale un po’ di nausea. Credeva di conoscerlo abbastanza bene, da prevedere che nel giro di pochi giorni, la vecchia vita gli sarebbe mancata. E invece Salvo stava come uno che ha perso la memoria.  Non aveva né rimpianti, né dolori,  quindi  non poteva fare paragoni. Stava bene su quella terrazza, in quel preciso momento. Magari tra un’ora, avrebbe cambiato idea, ma adesso sentiva di avere fatto la cosa giusta. Se avesse potuto specchiarsi,  avrebbe stentato a riconoscersi. Si sarebbe piaciuto, così lontano da prima, con i capelli e la barba cresciuti. Il sole gli aveva rimosso un po’ di asfissia, parcella delle ore notturne, passate a tradire la legge.  Che ingenuo era stato a credere che non si sarebbe vendicata. Dal giorno della sentenza, conviveva con il rimorso, di aver fatto assolvere un colpevole.  Su quella terrazza, Salvo, voleva espiare al suo posto. Forse, isolato dalle tentazioni, non avrebbe più fatto del male a nessuno. Intanto, lontano dal cibo,  si era già asciugato.  “Non è un nuovo cliente, mi sembra un morto di fame. Vedi di riceverlo. Minaccia di non andarsene e io non lo voglio tra i piedi”.  Chissà se il foglio, che Salvo, in tempo quasi reale, aveva fatto scivolare ai piedi della moglie, era in grado di rendere tutto il disprezzo che in quel momento provava per lei? “Sei pregata di lasciarmi stare. Se c’è qualcosa di urgente comunicherò con Emma”.   Offesa per la preferenza, aveva elaborato un piano di vendetta. Visto che l’ospite non si schiodava, gli avrebbe detto di spostarsi sotto la terrazza.  Non sapeva del regalo che stava per fare al marito. L’uomo l’aveva presa alla lettera e si era trasferito, con le  ossa piagate, proprio dove Salvo consumava il rito del caffè, con un occhio al mare e l’altro alla tazzina . La scena era imbarazzante. Un duello a colpi di silenzio. Poi il vecchio si era allontanato e l’altro aveva sperato. Si era trattato di un attimo. Il tempo di andare a recuperare una vecchia sdraio. Con la coppola calata sullo sguardo, si era messo a dormire, mentre Salvo continuava il solitario e intanto lo spiava, perché gli dava fastidio la sua indifferenza. Non aveva mai conosciuto un uomo così ostinato e resistente. La giornata stava finendo e lui  era sempre là, in prima fila tra lucciole e  cicale.  Non aveva toccato cibo,  si era alzato solo una volta, per staccare un fico d’India e togliersi un po’ di sete.  C’era eleganza in quel gesto.  Un uomo così, non poteva dormire scomodo. Doveva affrettarsi,  la luce non era più con loro. “ Tra un po’ farà buio e ci sarà umidità. Non le consiglio di dormire fuori, potrebbe ammalarsi. Se vuole, posso ospitarla”. Il foglio era planato ai piedi del vecchio. Le sue ossa avevano accettato l’invito e avevano ringraziato. Seguendo la scia del caffè, avevano salito le antiche scale in tempo per una tazza.  Salvo gli aveva messo in mano un altro foglio “Non si aspetti che parli. Lei deve farlo. Mi dica, perché dovrei riceverla”. “Perché mi hanno detto che legge le carte.  Non mi fido dei maghi. E’ una questione troppo delicata. Voglio sapere se rivedrò mia moglie”. “ Chi le ha fatto credere che legga il futuro? Le carte mi servono solo per ingannare il tempo”. Incominciava a pentirsi dello sciopero della parola. Era faticoso affidare alla carta le emozioni forti che stava provando in quel momento.  “Allora giochiamo”. Lo aveva spiazzato il vecchio. “ Se vinco, rimarrò qui a morire “. “ Perché proprio qui?” “ Perché io e mia moglie ci siamo conosciuti, in questa tenuta, ancora bambini, durante la raccolta delle arance e ci siamo sposati con le zagare. E poi da qui, mi sembra di essere più vicino al cielo”. Il ragionamento non faceva una piega. Quell’uomo cominciava a piacergli. Avevano alcune cose in comune. Gli aveva concesso di scegliere il gioco, avrebbe avuto meno rimorsi a stracciarlo. Era troppo tardi per iniziare il torneo e il buio non permetteva di continuare la conversazione. Salvo lo aveva portato in camera e gli aveva mostrato il letto. Lui avrebbe dormito sul dondolo arrugginito dalla salsedine del tempo. La notte era stata un po’ anchilosata, ma si era svegliato di buon umore, avvolto da una nube di caffè. “ Sveglia. Dobbiamo iniziare a giocare”. L’ospite gli aveva portato la colazione a letto. Dalla doccia improvvisata, arrivava il fruscio delle carte rimescolate. Si stava sgranchendo le mani. “Gli farò vincere la prima mano, per il dovere dell’ospitalità”. Ma non ce ne era stato bisogno :  c’era riuscito da solo. Il vecchio era un giocatore nato. Era quasi un piacere perdere da lui. E infatti aveva perso, ma con classe. Si era battuto, fino all’ultimo punto, cercando di leggere tra le rughe dell’avversario.  Non aveva mai visto una faccia, così intensamente inespressiva. Sembrava già proiettata in un’altra dimensione, quasi vicina alla moglie. “Allora, rimango”. Erano state le sue uniche parole. “ Mi sistemo nella camera. Ho visto che nell’armadio ci sono dei vecchi vestiti. Andranno bene. Tanto non sarà per molto”.  Quanto poteva essere lunga quell’affermazione? Salvo era preoccupato. Non era portato per le convivenze. Però, un’ombra silenziosa sulla terrazza, non ci stava male. Si era stancato di solitari. Doveva mettere subito in chiaro che  non voleva parlare. Poteva solo ascoltare.  L’ospite aveva capito e si era adattato alla regola. Dosava  le parole, attento a non disturbarlo. Aveva trovato un vecchio quaderno che utilizzava per segnare il punteggio. Un giorno Salvo aveva letto che si chiamava Gregorio. Adesso che sapeva il suo nome, c’era il pericolo che si affezionasse. Gregorio era un segretario perfetto. Faceva da filtro tra loro e gli altri. Gli faceva risparmiare fogli e parole. Trattava lui con la moglie ed Emma. “L’avvocato riposa, non si può disturbarlo. Glielo riferirò, quando si sveglia”.  Nessuno lo aveva mai fatto sentire così importante, neanche Emma, che un po’ soffriva della retrocessione, ma non mancava di contrabbandare qualche dolcezza, per i due naufraghi. In cambio riceveva da loro primizie di ibisco, gelsomini e lavanda avvolti in sorrisi e passaggi di mani trattenuti. Però non c’era posto per lei sulla terrazza, difficile condividere con altri quel sottile equilibrio. Una sera in cui Salvo si era sentito abbastanza vicino a Gregorio da osare un’intimità, gli aveva scritto se avesse voglia di parlargli di sua moglie. “Non ci riesco. Devo prima far passare il dolore”. Non aveva più insistito, ma da quella volta, aspettava che si addormentasse e andava a trovarlo. Si allontanava solo quando era sicuro di aver sentito i battiti del cuore. Sapeva che prima o poi un’alba non gli avrebbe portato il profumo del suo caffè e lui avrebbe ripreso a fare solitari.  La precarietà della situazione, gli aveva fatto prendere un’altra decisione: avrebbe scritto la sua autobiografia. I giorni passavano senza riempire i fogli. Gregorio restava più tempo a letto e a volte sembrava sfuggirgli. Giocavano ancora a carte, ma adesso lui era distratto e Salvo a volte vinceva. “C’è qualcosa che ti preoccupa?”. Gli scriveva più volte al giorno, senza ottenere risposta. “Perché il tuo foglio è sempre bianco? “Lo rimproverava l’ospite per cambiare discorso. “Forse, perché il protagonista non ha lasciato tracce ed è talmente insulso, che non ha niente da dire”. “Perché non scrivi di te, riempiresti in fretta il foglio”. Salvo lo aveva abbracciato e aveva fatto bene, perché non ci sarebbero state altre occasioni. Quando era passato in camera, per il solito saluto, l’aveva trovato morto. Nelle mani stringeva il quaderno  su cui aveva scritto la sua storia d’amore. “Addio amico di una breve stagione, adesso sarai contento. Maledetto, sei riuscito a farmi parlare”.

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