Approfondimenti Rivista — 15 ottobre 2012

Come ogni genio che si rispetti, Philip Kindred Dick (Chicago, 16 dicembre 1928 – Santa Ana, 2 marzo 1982), snobbato e sottovalutato in vita, venne ampiamente rivalutato post-mortem sia in patria sia in Europa. I suoi son numeri da capogiro: 44 romanzi, più di cento racconti, una dozzina di adattamenti cinematografici, innumerevoli citazioni e riferimenti in altre opere d’ogni genere, tre candidature al premio Hugo di cui una vinta, diverse candidature al premio Nebula, un premio alla memoria di John W. Campbell e un premio dall’Associazione Inglese della Fantascienza.

Eppure non sono i meri dati oggettivi a far spavento, quanto piuttosto la consapevolezza, nell’asciugarci un rivolo di sudore freddo lungo la fronte, che il mondo sta sempre più assumendo i connotati delle sue storie. Storie che ci hanno anticipato un futuro in cui le persone sono – metaforicamente- degli automi ed i robot sono – fisicamente – più umani degli umani. Un mondo in cui non c’è posto per un unico e ben delineato sistema filosofico, specialmente se imposto da una autorità superiore che è sempre oggetto di dissenso e contestazione. E che questa autorità sia di natura fantastica o persino extraterrestre, è solo un pretesto per catalogarsi in una letteratura di genere che gli sta comunque stretta.

Per sua propria ammissione Dick affermò: “Voglio scrivere delle persone che amo, inserite però in un contesto immaginario di mia invenzione, e non nel mondo reale, perché quest’ultimo non fa al caso mio”. Pur tuttavia egli non ha mai raccontato utopie, i mondi di sua invenzione non sono mai migliori di quello reale ed anzi sono destinati a collassare su se stessi al primo soffio di vento. Ma questo gli ha permesso di alzare la posta in gioco, per dar la possibilità ai suoi personaggi di tirar fuori il meglio della propria umanità anche nella più alienante delle situazioni.

Le storie di Dick sono impregnate d’un senso di democrazia morale: egli ha infatti la cieca certezza che l’uomo ordinario – nonostante vizi e difetti – sia in grado di compiere azioni nobili ed altruistiche. Ogni personaggio è dotato di una forza morale che gli permette di salvare letteralmente il mondo, spesso anche con azioni semplici, foss’anche la gentilezza d’un gesto. Che siano androidi od essere umani, nessuno è catalogabile come supereroe, diventa però un eroe per il solo fatto di fare la cosa giusta.

Questo eroe comune si muove in un universo che – intrusivo e tentacolare – assume la corporalità di un’entità fisica la quale, incurante dei suoi desideri, se trova in essi un ostacolo ai propri scopi, finisce per giocarsi la carta ultima dell’annichilimento: fisico tramite la morte o mentale trasfomandolo in non-umano. Un non-umano che non coincide però con androide: persino questi infatti soffrono e lottano, al pari degli uomini, per trovare un posto ed un ruolo degno d’essere vissuto. E per dar maggior credibilità a questi figli di un Dio sintetico e spesso minore, Dick non gli dà la forma etera di HAL 9000 o di Mother, ma bensì li fornisce di un corpo con le fattezze di tassisti, venditori di cianfrusaglie, medici o predicatori. A sottolineare quindi che sanguinare non è condizione necessaria e sufficiente per arrogarsi la definizione di umano.

A 30 anni esatti dalla sua morte, il nome di Philip K. Dick per molti è ancora una rivelazione: a leggere per la prima volta una qualunque delle sue opere, si prova la stessa sensazione nel trovare uno Stradivari in un mercatino delle pulci. Quella che appare ad una analisi superficiale dei molti come una banale storia di fantascienza pulp, inizia a parlare così profondamente al tuo bisogno di empatia e compassione che, per dovere d’obbedienza alle leggi fisiche della gravità, passa dalla testa al cuore per colpirti dritto sulle viscere. E se a lettura completata avrai la testa intasata di immagini oniriche ma tangibili, il cuore colmo di paure inconsce e lo stomaco in preda ai conati di vomito, allora saprai di essere rimasto veramente umano. O di esserlo diventato.

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