Approfondimenti Rivista — 28 febbraio 2014

Philip Roth segue, certamente per coincidenza, l’esempio di Gunther Grass, il quale poche settimane fa dichiarò di avere chiuso con la scrittura. A ben guardare, però, quella fatta da Roth all’intervistatrice Cynthia Haver è una non-rivelazione, dato che già più di due anni fa aveva fatto la stessa dichiarazione. Ci fu di mezzo il fatto che nel 2009 si era lasciato andare all’ammissione di voler scrivere un libro lungo quanto il resto dei suoi giorni. A quanto pare, solo parole, niente più che un’intenzione passeggera, dato che per sua stessa ammissione è proprio dal 2009 che non prende più in mano una penna. E senza rammarico. Spiega che la scrittura, più che uno sfogo dei propri mondi immaginati o vissuti, è un atto escludente dal resto del mondo tramite una continua ricerca formale volta ad arrivare al contenuto attraverso faticosissimi arrovellamenti verbali cui si è costretti a pensare continuamente, sospendendo (pur se lo scrittore non lo dice espressamente) l’osservazione della vita da cui parte invece la nascita di un romanzo. Roth non dice come Grass di essere troppo vecchio per scrivere, né di non avere perso la vena, ma rivendica semplicemente il suo diritto a osservare le giornate vivendole più che osservandole: “Nella vita non c’è solo scrivere e pubblicare. C’è un’altra via completamente diversa, benché sia stupefatto di scoprirlo solo adesso”. Se io fossi stato l’intervistatore, gli avrei posto il problema alla rovescia: se avesse vissuto tutta la vita per quella che è, con un lavoro pratico, anche di pari successo, e avesse scoperto solo in terza età la forza della rappresentazione letteraria, sarebbe oggi un uomo altrettanto appagato? È chiaro che non può esserci una risposta universale per una domanda del genere (ammesso che esistano risposte universali), ma io credo che la sua risposta sarebbe stata che non cambierebbe una virgola di ciò che ha fatto, e il rammarico di non avere coltivato altri interessi per decenni sia solo marginale. Così, perlomeno, mi figuro io.

Oggi, Roth, si dà agli studi storici per il semplice gusto di farlo. Ma la sua intervista, dato il personaggio, è come sempre spiazzante. La sua volontà di smitizzare leggende e soprattutto la gravità posticcia costruita intorno ai fatti pesanti della Storia, soprattutto della II guerra, confermano la sua assoluta libertà di pensiero. Il suo obiettivo è sempre stato spurgare tutto il possibile dalla facile retorica e dalle visioni piatte, dal semplicismo schematico dell’argomento “intoccabile”, e questo suo principio gli diede a suo tempo del filo da torcere, come quando ebbe la “presunzione” di analizzare la personalità di Anna Frank quando sembrava un personaggio da mantenere in un alone di misticismo, leggibile ma interpretabile solo in relazione alla sua tragedia e non all’interezza della sua persona. Questo tanti anni fa.

Roth non lo dice, ma non sembra che le cose siano cambiate, ed anzi certe tendenze sembrano essersi accentuate: ogni interpretazione diversa, finanche il commentare singoli episodi rimasti a lungo tempo nascosti nelle pieghe della storia in una sorta di selezione manichea per volontà di intellettuali e storici motivati a non fare emergere o minimizzare determinati eventi. Come è successo per i crimini di alcuni partigiani o le foibe. Certe accuse di revisionismo nascono per timore che si possano creare delle attenuanti in nome di un tutt’uno criminale indistinguibile, insultando di fatto l’intelligenza delle persone. Roth invece rifiuta persino che di lui si possa parlare di scrittore ebreo-americano, dato che lui è un americano da generazioni e generazioni. Un invito NON a rinnegare ma a guardare avanti, considerando le proprie origini come un semplice dato di fatto. Tanto, lui lo sa, il futuro non torna mai nella stessa forma.

Voglio concludere questo commento riportando una frase allarmante che lo scrittore ripete spesso: la cultura americana non offre speranze incoraggianti nell’alfabetizzazione estetica, e che tra 20 anni i lettori di narrativa saranno numericamente quanti sono i lettori di poesia latina oggi. Non ho potuto fare a meno di considerare che se gli USA diventeranno così, il mondo li seguirà a stretto giro. È sempre stato così.

Giovanni Modica

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