Approfondimenti Rivista — 04 settembre 2013

Una maschera sottile, un velo leggero ma coprente che permette di dar voce ai propri pensieri senza la paura del giudizio altrui; abbandonare metaforicamente il corsetto e l’ombrellino, per vestire un paio di pantaloni e sistemarsi i baffi, con il solo di scopo di pubblicare ciò che è stato partorito dalla propria scrittura.

Nell’800’ dilagò la moda dello pseudonimo, dell’altro nome, dell’alter ego, utilizzato soprattutto da giovani donne che desiderose di intraprendere una carriera artistica e letteraria tentavano di scavalcare quel muro robusto eretto dalla ben pensate società borghese, che vedevano la figura della donna legata principalmente al focolare, e poter dare spesso sfogo al racconto di avventure romantiche o meno senza dover per forza mettersi al centro di assurdi ed ottusi pettegolezzi.

La prima a riflettere sul suo utilizzo fu la famosa Virginia Woolf, che avendo a cuore la nascente questione femminile, vedeva nello pseudonimo una sorta di relegazione, un angolo buio a cui veniva costretta la donna per poter esercitare una professione così facilmente raggiungibile dall’uomo.

Sbirciando con la lente di in gradimento ci possiamo però accorgere che “l’altro nome” non era fondamentale solo per il gentil sesso, ma anche per uomini che per posizione sociale o semplicemente per l’intensa denuncia che vi era nei loro libri dovevano passare inosservati.

Il fenomeno dello pseudonimo, dimenticato per almeno una cinquantina d’anni sembra di nuovo imporsi prepotente: mistero e curiosità vorticano intorno allo scrittore che decide di mostrare al pubblico qualcosa di diverso, un personaggio, una figura che lentamente si svela, magari contemporaneamente all’uscita dei propri libri.

Marketing, trovata pubblicitaria o semplicemente un po’ di egocentrismo artistico speziato da un po’ di presunzione: sentirsi un po’ il Mattia Pascal della situazione, svestire i panni che ci sono stati imposti per obbligo di nascita e diventare qualcuno che forse ci rappresenta maggiormente.

Ne è un esempio la nota J.K.Rowling mamma del maghetto più famoso al mondo, che per non sentirsi più legata alla saga di Harry Potter ma volendo comunque pubblicare dei romanzi sganciati dal mondo magico,ha deciso di utilizzare un altro nome: inizialmente un flop, si è poi trasformato in un fenomeno mondiale al momento della rivelazione da parte della scrittrice.

Perciò sta nel pubblico iniziare a giudicare in base alla qualità,tralasciando a volte la fama e “l’abito” che indossano popolari “monaci”, per valutarne più oggettivamente il contenuto.

 

Arianna Pepponi

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