Approfondimenti — 15 luglio 2013

Pochi giorni fa Rupert Murdoch, il più importante editore al mondo (proprietario di Sky, The Times, Wall Street Journal…), ha compiuto una scelta epocale dividendo in due settori la sua azienda, News Corp.

Da una parte il ramo “che comprende il Wall Street Journal, il New York Post, il Times di Londra, la casa editrice Harper Collins e altre testate australiane […] in tutto circa 130 giornali”, dall’altra “la sorella bella e ricca, quella che gli investitori amano e proteggono, quella che tutti vogliono seguire, accompagnare, far crescere: si chiama 21st Century Fox, vale 65 miliardi di dollari, e comprende le televisioni, gli studios, tutto quel che fa soldi e ne farà tantissimi anche in futuro”.

Paola Peduzzi e Federico Sarica hanno dedicato al futuro dell’impero editoriale di Murdoch due interessanti articoli pubblicati su “Il foglio” da cui si evince come, secondo il tycoon australiano, il business dei giornali “è sottostimato e sottosviluppato” e come, a saperle cogliere, ci sono “opportunità dappertutto”.

Anche nel mondo in crisi dei quotidiani si tratta di riuscire a trovare la formula giusta per risollevare un settore che sta vivendo un periodo drammatico.

Inevitabilmente il mercato nei prossimi anni si stabilizzerà su numeri più bassi di quelli attuali (sia in termini di vendite che di pubblicità). Ogni testata, locale o nazionale, dovrà essere in grado di ritagliarsi una nicchia di lettori, una comunità trasversale che si affezioni al marchio: dal giornale cartaceo in edicola, alle iniziative (eventi, presentazioni, festival…), fino alle attività online.

La sfida del futuro, a mio giudizio, sarà in questa direzione. I quotidiani di carta continueranno ad esistere (in quest’ottica sarebbe giusto sensibilizzare gli italiani sull’importanza dei finanziamenti pubblici all’editoria che con cifre irrisorie per il bilancio dello stato permettono l’esistenza di centinaia di giornali fondamentali per garantire il pluralismo d’informazione necessario ad ogni democrazia) ma al loro fianco dovranno svilupparsi nuovi servizi dedicati ai lettori.

Se un editore come Rupert Murdoch crede nel futuro dei giornali, per quale motivo bisogna dare adito a voci meno autorevoli che pensano il contrario?
Una cosa è certa: dimentichiamoci l’editoria e i quotidiani come oggi li concepiamo, il futuro del giornalismo è tutt’altro.

Che senso ha dedicare pagine e pagine a notizie che i lettori già conoscono perché apprese praticamente in tempo reale su radio, televisioni e soprattutto su internet?

Se si imposta un giornalismo in competizione con questi media il futuro è – giocoforza – grigio.

La strada da intraprendere è un’altra: puntare su inchieste, notizie inedite e su approfondimenti e opinioni.

Un esempio sconcertante riguarda i settimanali italiani. I due principali settimanali, Panorama e L’espresso, hanno scelto due strade diverse. L’espresso punta su un giornalismo d’inchiesta con ampio spazio all’attualità, alla politica e alla cultura. La strada intrapresa da Panorama è invece diversa: notizie brevi, molte immagini, articoli poco approfonditi, spazio alla cultura quasi nullo. In compenso tantissima pubblicità, molto costume e gossip. Una linea editoriale che si sta rivelando fallimentare anche in termini di lettori (è di un anno fa la notizia del sorpasso del numero di lettori de L’espresso rispetto al concorrente).

Nel nostro paese non esiste un settimanale come “Time” con una foliazione ristretta, lunghi reportage e inchieste che ne fanno una voce autorevole in tutto il mondo.

La domanda sul futuro dei giornali non è quindi dove (su carta oppure online?) bensì come? In che modo riuscire a trasformare corazzate editoriali con alti costi in aziende moderne e al passo con i tempi?

 

Francesco Giubilei

@francescogiub

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.