Approfondimenti Rivista — 15 gennaio 2013

Giusto ieri mi è successo di interloquire piacevolmente con alcuni dei lettori più affezionati di Scrivendo Volo, nonché persone che non dovrei sforzarmi troppo per definire amici, tanta e tale è la mole di attività, tempo e informazioni che ci capita di condividere.

Dopo una breve introduzione nella quale praticamente tutti hanno manifestato il proprio dissenso e la propria sfiduca verso le statistiche relative al mondo della lettura, fatte di categorizzazioni tra lettori “forti” e “deboli” quantomeno discutibili, di dati generici e opinabili, ciò che ha davvero permesso agli animi di scaldarsi è stato chiedersi, in sostanza: esiste una differenza tra la qualità delle letture? E implicitamente: esistono dei libri che bisogna aver letto per potersi ritenere un buon lettore? Chi decide quale libro è indispensabile per la propria formazione umana e culturale e quale invece, fonte di mero svaglo, è da annoverare nel paradiso delle inutilità?

Innanzitutto vale la pena considerare il fatto che, poiché la pratica della lettura non è così diffusa, né tantomeno insegnata, c’è già da operare una distinzione antropologica tra chi trae piacere dalla lettura di un libro e chi no. Alla luce delle domande poste, siamo sicuri che chi legge sia più colto di chi non ha mai aperto un libro? “Dipende da quale libro”, sarebbe la risposta.

Allora si aprirebbe una gigantesca parentesi relativa al motivo per cui un lettore provi maggiore interesse per un libro anziché per un altro.

Alla scrematura iniziale se ne aggiungerebbe così un’altra, più particolareggiata, riguardante la differenza tra cosa si legge, piuttosto che a quanto si legge. Perché se è vero come è vero che la pratica della lettura non è spesso conciliabile con tutte le altre attività “indispensabili” delle nostre frenetiche giornate, è altresì vero che non basta leggere cinquanta libri l’anno per ritenersi un lettore di qualità. Anzi, per definizione, la qualità della lettura è un’altra cosa.

Bisognerebbe allora capire innanzitutto come si legge, cosa si ricerca nella lettura di un libro e, subito dopo, cercare di comprendere se quella ricerca è effettivamente andata a buon fine. Non solo perché un certo libro potrebbe rivelarsi una delusione totale, ma anche perché, viceversa, potrebbe non venire assimilato correttamente dal lettore, magari distratto, magari superficiale, magari non così predisposto a recepire informazioni e sensazioni idonee.

Detto senza mezzi termini: se leggi mille libri e non ne capisci uno, sei un lettore forte con un bagaglio culturale nullo.

Si può dunque procedere ad operare una seconda distinzione antropologica: non tutti leggono per piacere. O meglio, non tutti leggono per ricevere lo stesso tipo di piacere. C’è chi legge a puro titolo informativo, centrando l’attenzione su tipi di testi enciclopedici, saggi, biografie, inchieste etc, ma che non leggerà mai, o quasi mai, un romanzo (che sia un grande classico o una gran boiata).

Può essere considerato un lettore “minore”?

Questo fa di lui una persona di scarsa cultura?

C’è poi chi ha una naturale predispozione al consumo di libri “soft”, scritti con un linguaggio banale e ricchi di leit motiv scontati, in grado di fare presa su chiunque abbia un minimo di emotività e comprensione. Possono essere considerati lettori forti quanto gli altri ovviamente, ma a livello culturale rispondono allo stesso format antropologico di uno spettatore seriale di programmi di tv spazzatura. Tant’è che spesso le due figure collimano.

Nonostante ciò, non mi soprenderei di trovarmi un giorno di fronte a qualche laureato, studioso, professionista affermato lettore di Fabio Volo e grande esperto di reality show. Quindi magari il bagaglio culturale che indubbiamente possiede avrà avuto modo di inglobarlo attingendo conoscenze da altri tipi di “fonti”.

A capo del discorso probabilmente non ci si arriverebbe mai, continuerebbero a scaturire domande su domande all’infinito. La cultura però, è un concetto così ambiguo che proprio per questo non può essere considerato il prodotto di una sola attività specifica. Non è un caso che alla domanda: “cos’è la cultura?”, molti non saprebbero cosa rispondere. Significa che cultura vuol dire in fin dei conti completezza, capacità di essere all’altezza di diverse situazioni, diversi ruoli e diversi scenari, apertura al confronto concepito come crescita e insegnamento continuo.

I modi in cui si riesce ad acquisire un simile bagaglio culturale sono molti, resta difficile poter giudicare quello migliore.

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