Approfondimenti Rivista — 17 gennaio 2013

Ore ed ore passate sulla stessa pagina a cancellare parole e cercarne di più consone, le ore scorrono velocemente mentre i sinonimi tardano ad arrivare. La solitudine aiuta la concentrazione, il silenzio sa suggerire termini che la confusione cela dietro le presenze. Il battito della tastiera procede a volte con un ritmo accelerato, impetuoso, è il momento in cui tutto prende vita e le idee incalzano nella testa purificandosi nel cuore e trasferendosi sullo schermo divenendo concrete. In altri momenti tutto è più fermo, non si muove nulla intorno e non c’è niente di buono dentro, ci si abitua presto a convivere con la staticità della mente svogliata, che manca d’ispirazione. Ma la testardaggine più ostinata caratterizza chi scrive, non chiamerei pazienza la ricerca continua della combinazione perfetta, piuttosto è l’audacia che fa la storia.

Il posto riservato al lavoro è circondato da un’aria ambivalente e contrastata. Prima di sederci alla postazione quella sedia sembra calda e il luogo angusto, inospitale, ignoti sono gli incontri che faremo; una volta superata la paura e varcato l’arco di una dimensione interna, segreta, una volta intrapreso il lavoro la scrivania diviene morbida come un sofà e non ci diamo nemmeno il tempo di respirare tra una frase e l’altra. E’ così particolare il lavoro di scrittori, giornalisti e traduttori, porta via improvvisamente interi pezzi di vita poichè una volta cominciato pretende che gli sia riservata ogni attenzione.

C’è bisogno di tanto in tanto di prendere una boccata d’aria, di riemergere dall’abisso delle idee e riprendere le redini della vita reale per non restare intrappolati nel tunnel della storia e conservare una freddezza produttiva.

Da sempre gli intellettuali di ogni nazione si riuniscono, per discutere insieme di libri e notizie, per trovare nell’altro l’ispirazione. Attraverso discussioni e scambi d’opinione o anche solo con la lettura di un testo, in questi ritrovi più o meno lussuosi e confortevoli si è creato il mito del circolo degli intellettuali, un’atmosfera che oggi è sparita a causa dei ritmi e degli impegni, una sensazione che forse si può riavere pranzando da Schnippers e ascoltando le conversazioni dei giornalisti del New York Times. La figura dell’intelletuale ha subito variazioni in ogni epoca, il suo ruolo è mutato in funzione del progresso e dei cambiamenti sociali, da libero uomo di cultura a suddito di un sovrano mecenate. Cambiando i protagonisti si modificano anche i luoghi, gli scrittori non hanno smesso di darsi appuntamento, ma lasciate che l’idea del salon parigino rimanga un mito, il gioiello di un luminoso passato. Il lusso non è quello caro agli illuministi ma i quartieri sono da sogno e gli ingressi costosi. Purtroppo lo sfarzo non è sempre sinonimo di qualità, o almeno non nei nostri tempi, l’apparenza prende il sopravvento sul contenuto e l’intellettuale non ha più il piacere di condividere la cultura. Scrittori e traduttori popolano i nuovi saloni, si incontrano in alberghi o attici per….”parlare, flirtare, ubriacarsi e andarsene a casa con la sensazione di aver fatto qualcosa di significativo”!. Queste le parole di Damian Barr, direttore dello Shoreditch House Literary Salon di Londra che sembrano riassumere lo scopo complessivo delle riunioni occasionali dei nostri uomini di cultura.

Sempre a Londra sorge il Velvet Tongue Salon in cui una volta ogni tre mesi con sole 3 sterline si possono leggere e discutere testi..pornografici! A fare compagnia all’estro londinese arrivano i cugini americani che adorano aggirarsi nell’Upper East Side in gruppi di giovani laureati bocciati dalla crisi.

Agli scrittori-genitori è invece riservato il Pen Parentis di Manhattan. Ad ognuno il suo quindi, passando per donne, omosessuali, disoccupati, anticonformisti e amanti della musica e della fiction. Eppure gli argomenti non sembrano essere così aulici, li si potrebbe trattare ovunque e non ci sarebbe nemmeno il bisogno di selezionare gli intellettuali degni di accedere al circolo, non occorre una laurea o una capacità letteraria per commentare argutamente i predecessori delle “50 sfumature”. La connotazione della pausa dalla penna sembra essere cambiata, oppure sono proprio questi i metodi per “distrarsi” facendo “cultura”?

Questo è ciò che rimane dello splendore del symposium greco? Non si tratta dell’evoluzione di un ormai sorpassato antenato, il fenomeno dei saloni moderni non è riconducibile a nessuna consuetudine precedente, non hanno nulla in comune neppure con la necessità che ha spinto i predecessori a intraprendere questa abitudine.

La speranza è che pochi si sentano conformi alle ideologie di base di questi circoli, che gli scrittori preferiscano ritrovare gli amici al bar e portare con loro un buon libro ed assaporarne le delizie in compagnia e con la mente alienata dagli impegni, che lettura e cultura in generale conservino un poco di quel fascino che fino ad ora guerre e carestie non erano riuscite ad infangare. 

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