le interviste Rivista — 18 ottobre 2012

Personalmente, quando penso a qualcuno dei miei idoli, che sia calcistico o musicale, cinematografico o letterario, o anche semplicemente qualcuno che ritengo sia un grande esempio da seguire, mi capita di chiedermi: se avessi la possibilità di viverlo, se potessi trascorrere del tempo con lui, se fossi un suo amico, come sarebbe il nostro rapporto? Cosa gli chiederei? Soprattutto, come lo racconterei?

Ecco, molte di queste domande continueranno a balenarmi nella mente all’infinito, senza ricevere alcuna risposta. Ma se uno degli idoli di cui parlo fosse Rino Gaetano, il musicista crotonese scomparso più di trent’anni fa ma divenuto musicalmente immortale, allora mi riterrei piuttosto fortunato, perché qualcuno potrebbe fornirmi alcune delle risposte che ho sempre desiderato. Si tratta di Enrico Gregori, amico del grande Rino, che ha deciso di pubblicare per Historica Edizioni il libro “Quando il cielo era sempre più blu”, in cui racconta il musicista molto da vicino.

In occasione dell’uscita del libro, Scrivendo Volo ha deciso di intervistarlo:
Ciao Enrico, su Rino Gaetano sono stati versati fiumi d’inchiostro, per iniziare spiegaci in che modo, il tuo libro, può offrire ad un fan del musicista calabrese qualcosa che ancora non ha mai letto da nessuna parte?

La speranza è che il lettore possa conoscere il Rino privato, giù dal palcoscenico. Per fare un esempio, che Rino abbia partecipato al festival di Sanremo lo sanno tutti. Ma pochi sanno cosa diceva prima di andare al festival o mentre era lì. E questi sono particolari che conoscono solo i suoi amici più stretti.

Il sottotitolo del libro è “Rino Gaetano raccontato da un amico”. Che tipo di amicizia vi legava?

Ci siamo conosciuti perché io scrivevo su una rivista musicale e volevo intervistarlo. Ma poi una sorta di strano “cameratismo” ha preso il sopravvento e ci siamo ritrovati appassionati delle stesse cose: chiacchiere tra amici davanti a due spaghetti e tanta voglia di cazzeggiare e dissacrare.

Qual è lo scopo di questo libro? Cosa ti ha spinto a scriverlo?

Rino, a un certo punto, ha dovuto per forza vestire i panni del cantante di successo, della “star”. Ma erano panni che gli andavano larghi. Lui era molto timido. Sperava nel consenso, non nel successo. Ma ovviamente le due cose sono andate di pari passo. A me interessava far conoscere Rino nella sua semplicità, nelle sue gioie, nei suoi timori e nelle sue amarezze.

Quali emozioni hai provato durante la scrittura?

Be’, emozione per i ricordi di tempi ormai lontani. Ma soprattutto un po’ di disagio perché, data la natura del libro, sono stato costretto a essere un po’ protagonista anche io. Ed è una cosa che digerisco difficilmente.

Di solito non è professionale chiedere anticipazioni concrete riguardo il contenuto del libro, ma la tentazione è troppo forte: ci racconti un solo aneddoto in particolare?

Be’, all’inizio lui “Berta filava” la voleva intitolare “Betta filava”. Io ho passato parecchie serate e parecchie telefonate per fargli cambiare idea sostenendo che “Berta” e non “Betta” era da anni nell’immaginario collettivo. Lui taceva, nicchiava. Insomma, solo quando l’ha incisa ho scoperto che mi aveva dato ragione.

A più di 30 anni dalla sua tragica scomparsa, qual è secondo te il suo lascito?

Una cosa che mi stupisce parecchio è la sua popolarità presso ragazzi di 18-20 anni, nati parecchio tempo dopo che lui era già morto. E’ una cosa per me straordinaria. E’ successo, per esempio, con Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix. Evidentemente anche Rino, pur volendo evitare paragoni, ha lasciato una testimonianza molto profonda in grado di accomunare più generazioni.

Dilungarsi rischiando di svelare troppo sul contenuto di questo che è senza dubbio il libro-evento dell’autunno 2012 sarebbe un sacrilegio. A tutti i fan di Rino Gaetano raccomando di essere presenti domenica prossima, 21 ottobre, in occasione della presentazione del libro che si terrà durante la manifestazione “Mal di libri” alle ore 21.00 presso la Bottiglieria Pigneto, in via del Pigneto 106, Roma.

Daniele Dell’Orco

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