Approfondimenti Rivista — 16 settembre 2013

Se da sempre sono convinto che tutta l’importanza letteraria e il valore “culturale” – con la conseguente, eventuale celebrità – di uno scrittore debba generarsi primariamente dai libri scritti, ovvero ritenendo un controsenso che il pubblico conosca per fama un autore ma non sappia citare nemmeno il titolo di una sua opera (cosa peraltro non certo rara, oggi, e alquanto deprecabile per come palesi l’effettiva percezione della letteratura e dei suoi protagonisti presso il suddetto pubblico), d’altro canto rifletto da tempo su quale importanza concreta, attiva ovvero, per così dire, sociale, debba rivestire oggi la figura dello scrittore in quanto intellettuale e artista dell’arte più vicina al senso popolare stesso del termine “cultura”, la letteratura appunto.

La crisi generale che da qualche tempo affligge il panorama editoriale e letterario nostrano e non solo – che è crisi di vendite, di lettori, di qualità letteraria ma, in un certo senso, pure di valori, quelli fondanti per chi operi nella scrittura edita – genera non solo situazioni di potenziale degrado del panorama stesso e del comparto produttivo correlato con la sua intera filiera, ma sta probabilmente pure causando, da un punto di vista più esteso, dei “danni collaterali” a realtà da sempre peculiari nell’universo letterario. E temo che la figura dello scrittore, posto il tema della riflessione prima accennato, sia tra quelle che dallo stato attuale della letteratura e dalla sua conseguente probabile evoluzione rischi di uscirne proprio con i danni più cospicui. Insomma, al di là delle sue opere e della bontà di esse: può ancora oggi lo scrittore godere di una qualche influenza intellettuale sul pubblico a cui si rivolge? La sua figura può essere ancora identificata come un valido riferimento culturale, dunque anche sociale? Oppure diverrà sempre più una figura tra le tante altre del grande mondo dell’intrattenimento, il cui valore resterà legato al mero successo di vendita dei suoi libri e dunque alla capacità di scrivere storie facilmente vendibili, per l’ovvia gioia del suo editore?

Certo, lo so bene: c’è stata e c’è la TV, poi il web, i social network, l’emersione e l’imposizione di nuove forme di “intellettuali” forse meno legate alla produzioni di opere di matrice culturale e più a mere capacità mediatiche e intrattenitive; non ci sono più solo le voci, gli scritti, le opere e le idee di scrittori, artisti, scienziati e altri intellettuali del genere a raggiungere il pubblico, ma un vero e proprio tsunami di parole a volte tanto intenso da stordirlo e confonderlo, così che nel caos generale finisca per non contare più il valore di quelle parole e la fonte da cui provengono ma, appunto, come e quanto le si sappia rendere stuzzicanti e allettanti. L’idea espressa da Johann Fichte nelle sue Lezioni sulla missione del Dotto, testo che a mio parere resta ancora oggi sotto molti aspetti illuminante e nel quale il filosofo tedesco indica come indispensabile per una buona evoluzione della società la presenza attiva dei dotti – che oggi si chiamerebbero “intellettuali”, appunto – quale esempio di saggezza, sapienza e razionalità, dunque come veri e propri educatori per tutti i cittadini, è stata via via distorta e contraffatta: non serve certo citare quali siano gli (ignobili) esempi che al giorno d’oggi la nostra società presenta come modelli da seguire e imitare – altro che dotti, sapienti, intellettuali e compagnia pensante! – mentre nel frattempo i pensatori autentici, sempre più scomodi e non consoni (cosa poi del tutto falsa, secondo me) al mondo edonista e consumista nel quale viviamo, sono stati messi da parte, ovvero non sono stati più ritenuti figure degne di attenzione e di considerazione se non in ambiti sempre più ristretti e in qualche modo elitari. Oggi, ahinoi, per molta (troppa) gente conta di più quanto afferma un calciatore o un personaggio d’un reality show piuttosto che un bravo scrittore, e i risultati di ciò, di questa concreta mancanza di figure di pregio in grado di contribuire all’evoluzione intellettuale e culturale (dunque pure politica, a ben vedere) di una società, e non solo di quella economica, ce li abbiamo tutti quanti sotto i nostri occhi.

Ma certo la colpa di questa realtà non è da imputarsi soltanto ai nuovi media e alla loro spesso scarsa offerta culturale, anzi: per naturale contrapposizione avrebbero ben potuto valorizzare ancor più quanto di buono veniva invece offerto dal comparto letterario e dagli altri ambiti artistici. Probabilmente anche gli scrittori ci hanno messo del loro, scegliendo troppo frequentemente e ingenuamente di mettere da parte il proprio valore intellettuale – forse “noioso” nel sentore più popolare, scomodo e poco gradito al sistema se non addirittura ritenuto avverso – per adeguarsi alle strategie commerciali di matrice sempre più consumistica dei propri editori, che nel frattempo sceglievano di combattere la crescente crisi del proprio comparto abbassando la qualità generale dei cataloghi per cercare di ampliare il bacino di potenziali lettori dei nuovi blockbusters pubblicati, prodotti nei quali la letteratura nel senso classico del termine veniva (e viene) ritenuta peculiarità secondaria, se non del tutto trascurabile, rispetto alla consumabilità dell’opera, ovvero alla sua facile e diffusa vendibilità.

Tuttavia, se un tentativo di recuperare posizioni apparentemente perdute può essere fatto, tale azione non può che essere messa in atto proprio dagli scrittori, e non solo perché ne sarebbero i primi fruitori – in effetti, non l’ho precisato ma credo non ve ne fosse bisogno, qui non si sta disquisendo di posizioni e influenze sociali da piedistallo dorato o di chissà quale diritto acquisito in forza dell’essere scrittori acclamati, ma ben più concretamente di un dovere, di una responsabilità dello scrittore e dell’autore letterario in quanto elemento intellettuale attivo della/nella società nei confronti della società stessa e di chi ne è parte.

Torno così alle idee di Fichte e alla loro – lo ribadisco – potenziale attualità in questi tempi di scarsa cultura diffusa, quando esse affermano che il “dotto” è obbligato moralmente e responsabilmente ovvero ha il dovere, appunto, di diffondere la propria sapienza tra “gli uomini indotti”. Ecco: senza esagerare in qualsiasi anacronistica retorica (i tempo sono cambiati, l’ho già scritto, ma i principi sui quali si basa culturalmente una società sono sempre quelli, in fondo), mi pare importante rimarcare la validità a tutt’oggi del fatto che lo scrittore deve sapere che il “privilegio” detenuto di poter pubblicare libri inevitabilmente comporta anche una precisa responsabilità socioculturale verso il suo pubblico e non solo, dalla quale la fuga significherebbe in buona sostanza la rinuncia al valore peculiare stesso del suo essere autore letterario. Lo scrittore deve sempre in grado di veicolare al pubblico, attraverso i suoi scritti o gli eventi dei quali è protagonista o ai quali partecipa, un messaggio intellettuale di valore; potrà essere di qualsiasi tipo ovvero un esempio evidente di libertà e indipendenza di pensiero, ma deve comunque essere formulato e offerto alla pubblica attenzione e riflessione. Anzi: per dirla tutta, questo dovrebbe essere un dovere di ogni scrittore, persino di quello che scrive e pubblica le più mielose storie rosa o il romanzetto leggero leggero da intrattenimento balneare. Ora non è che io stia pensando a scrittori/intellettuali assurti al rango di oracoli inoppugnabili e dogmatici – già ce ne sono fin troppi di personaggi che pretendono tali prerogative, e spesso senza averne alcun merito – ma certamente a voci che per via della propria “(de)formazione professionale” – passatemi la definizione! – di attenti osservatori e abili narratori della realtà (o di metaforici romanzieri delle sue vicende ed evidenze) possano rappresentare un ausilio intellettuale lucido, perspicace, sagace e illuminante per l’intera società civile.

Il tutto, perché – è bene sottolinearlo ancora – il libro e l’opera letteraria in genere sono il bene culturale per eccellenza, quello che più di ogni altro e in modo immediato identifica un certo concetto popolare di “cultura” nonché, per diretta conseguenza, il più diffuso e facilmente usufruibile da chiunque. Chi lo crea non può dimenticare ciò e non può ignorare quanto ciò comporti a livello “pubblico”. Altrimenti veramente lo scrittore, fagocitato e deglutito dal sistema consumistico imperante, non diverrà altro che una specie di animatore mediatico il cui unico compito sarà quello di scrivere storielle simpatiche e piacevoli ai più, ne più ne meno che un qualsiasi altro produttore di beni di consumo da hard discount e da noncurante relax.

Non è facile perseguire quanto sopra esposto, ovviamente, per come la mente attiva e pensante sia spesso malvista e sostanzialmente non conforme a certe regole oggi dominanti, ma farlo è un dovere innegabile. Le idee di Johann Caspar Fichte sono nel principio tutt’ora valide, senza alcun dubbio.

Luca Rota

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