le interviste Rivista — 11 gennaio 2014

Approdato alle lettere quasi per caso, Giulio Mozzi è oggi uno scrittore particolarmente prolifico. Avviata la sua carriera negli anni ’90, con la pubblicazione di “Questo è il giardino”- Vincitore del Premio Mondello Opera Prima, Palermo- ha all’attivo circa 30 opere letterarie, tra antologie di racconti e di poesie, saggi, libri di attualità e opere didattiche. Ha collaborato con case editrici, tra cui l’Einaudi e Mondadori, ha tenuto numerosi corsi di scrittura e narrazione e, dal 2009, opera presso l’Istituto per la sperimentazione didattica ed educativa (Iphrase) della provincia di Trento. I suoi racconti sono stati tradotti in Francia, Germania, Olanda, Stati Uniti d’America e Russia; alcune poesie sono state pubblicate anche in Giappone. Lo trovate su http://vibrisse.wordpress.com/, il bollettino di lettura e di scrittura fondato nel 2000.

 

-Come ha avuto inizio la sua esperienza con la scrittura?

Sono nato in una famiglia nella quale si leggeva, molto: sia giornali e settimanali, sia opere scientifiche (i genitori erano biologi), sia opere letterarie. Sono stato educato nella lingua italiana. Il dialetto (che dalle mie parti è onnipresente) è per me una lingua straniera. Durante la scuola ho imitato molto. Mi piaceva farlo. Nel 1992 trovai lavoro: colpo di fortuna, in un ufficio stampa. Come dattilografo. Lì ricevetti, nel corso di sette anni, una formazione importante alla scrittura come comunicazione. Nel 1988 cominciai a scrivere lettere a un’amica lontana. Nel 1991 l’amica mi disse: guarda che l’ultima lettera che mi hai scritto è un vero e proprio racconto. Accettai il dato di fatto.

-Cosa vuol dire scrivere? O meglio, qual è il fine della scrittura?

Leggere opere letterarie serve: a) a passare il tempo, b) a imparare qualcosa, c) a elevarsi spiritualmente. Quindi, per quanto mi riguarda, lo scopo della cosa è produrre degli oggetti che servano allo scopo c.


-Web: causa o possibile soluzione all’attuale crisi dell’editoria?

L’editoria è in crisi perché si vende poco. Si vende poco di tutto, peraltro, di questi tempi. Le cause della crisi non hanno nulla che fare con il web. Il libro digitale è una realtà economicamente ancora marginalissima, in Italia.

-Cosa pensa del self-publishing?

Nulla. Le pubblicazioni fatte per pura vanità esistono da sempre. Ora sono più economiche. Opere buone respinte da tutti gli editori ce ne sono sempre state (poche). Quasi tutte le opere autopubblicate per vanità sono orribili: questo mi sembra normale.

-Ci sono dei requisiti o delle caratteristiche che un aspirante scrittore deve necessariamente avere?

Deve essere capace di produrre delle buone opere letterarie.

-Perché frequentare un corso o un laboratorio di scrittura e narrazione?

Per imparare gli aspetti tecnici della narrazione; e per rendersi conto che la perizia tecnica è molto, ma non è tutto.

Quale crede sia la potenzialità dei blog letterari?

Corre voce che siano in declino. Devo dire che una decina d’anni fa mi capitava di imbattermi in blog che mi sembravano molto interessanti e particolarmente bene scritti. Oggi mi succede meno spesso.

-Ci sono degli strumenti a disposizione dell’autore per promuovere e incentivare la pratica della lettura?

Prestare libri.

-Ha progetti in cantiere?

Troppi, come al solito. E troppo poco tempo per occuparmene. I genitori sono invecchiati, e vanno accuditi.

 

Alessandra Flamini

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