Approfondimenti Rivista — 24 marzo 2014

Crisi economica e/o crisi culturale che sia, ciò che scrive Andrea Gentile sul sito  Officinamasterpiece riguardo agli scaffali delle librerie sempre più vuoti, è vero. Più che la scarsità di novità degne di stare al fianco dei classici o di essere ristampate, però, ciò che trovo preoccupante è la sempre minore disponibilità persino dei libri che classici lo sono già diventati. Quante volte ci capita di chiedere un testo, per fare un esempio di Svevo, e ci si sente dire che è in ristampa e quindi mancherà per tre mesi? Quante volte certi testi importanti si trovano per ovvi motivi reperibili solo a inizio anno scolastico?

Vero è che ormai tutto si trova via internet e la libreria agonizza, tuttavia il fatto che le cose si trovino on line non l’ho mai visto come un male ed anzi. Piuttosto, per quanto possibile, le librerie non dovrebbero usare questa scusa per tirare i remi in barca. La gente preferisce comprare su internet? Certamente, ma perché i librai non si pongono per una volta il discorso al contrario, e non si chiedono il motivo per cui gli utenti scelgono l’altra strada? Si scoprirebbe che il motivo è che le librerie fisiche non soltanto sono più lente nei rifornimenti, ma che, per andare sul sicuro, lavorano sempre più dietro ordinazione del cliente, mettendosi di fatto sullo stesso campo di battaglia dei siti (e perdendo sui tempi). E con questi chiari di luna perché il lettore non dovrebbe scavalcarli comprando direttamente dalla rete?

Comprendiamo tutti che se troviamo un libro disponibile direttamente in libreria, di solito costa di più che prenderlo on-line; su questo i rivenditori non ci possono far nulla o quasi, ed è questo il motivo principale per cui non fanno carichi come un tempo. Ma c’è un “però”: loro hanno sempre una marcia in più, dato che il gusto di andare in libreria è sempre superiore a quello di acquistare da internet, offrendo ai clienti la possibilità di sfogliare i testi, girarli, soffermarsi sulle quarte di copertina, guardare le pubblicazioni circostanti cadendo nella tentazione di comprare qualcosa in più di non preventivato… Ecco, pare proprio che le librerie stiano rinunciando a questo loro – e solo loro – punto di forza irresistibile. Non tengono in conto che a volte saremmo anche disposti a pagare qualcosa in più pur di goderci lo spettacolo di passeggiare tra tante copertine nuove, sconosciute, o di riedizioni. Il fascino della tentazione colorata e diretta è ben diverso dalle bacheche on line in cui trovi di tutto in modo mirato ma freddo e smaterializzato. Camminare, inoltre, stimola il cervello più che stare davanti a uno schermo.

Giustifico come sempre le difficoltà dei rivenditori ma, come sempre, sono felice della presenza della rete, un danno che però rende tutto disponibile con maggior velocità e a minor costo.

Il motivo per cui stasera sono più critico del solito nei confronti dei punti vendita è dovuto al fatto che l’articolo di Andrea Gentile, a differenza di ciò che eravamo abituati a leggere, riguarda NON le realtà piccole costrette a reinventarsi per non chiudere (e che continuerò a difendere a oltranza), ma le grosse catene. Allora, se una libreria piccola per sopravvivere è costretta a creare eventi e affiliazioni con altri campi, da una catena è giusto pretendere che essa si sobbarchi qualche rischio in più almeno facendoci trovare gli scaffali pieni, di classici e non. Le spalle coperte, loro, le hanno ancora, e con un po’ più di coraggio ce la possono fare. Non ci capiti mai di dover vedere chiudere anche Feltrinelli e Mondadori in favore di discount di cianfrusaglie cinesi, Play&Win o macellerie islamiche. Catene nazionali di libri, noi cittadini ve lo chiediamo per pietà.

Giovanni Modica

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