Approfondimenti Rivista — 10 agosto 2013

Troppa polvere e poca gloria. I premi letterari in Italia sono solo un guazzabuglio di idee e parole che lasciano il tempo che trovano. Sulla carta le intenzioni sono nobili: promuovere la cultura e la lettura, scovare nuovi talenti letterari e riconoscere il merito dei veterani. In concreto, avviene assai diversamente. Dietro gli innumerevoli concorsi che attraversano lo Stivale, si trovano gli interessi di case editrici dalla consolidata attività e di pseudo-scrittori che producono poco, leggono ancora di meno ma non rinunciano all’incoronamento della propria fittizia carriera con un bel trofeo da porre in bella mostra.

I dati relativi alla vendita di libri e gli indici di lettura nel Belpaese lo dicono chiaro: in Italia ogni anno vengono indetti circa 1800 premi letterari; se riuscissero a raggiungere l’obiettivo di incentivare la lettura la quantità di testi venduti sarebbe vertiginosa. Eppure non è così. Cresce il numero di autori, cresce il numero di romanzi, ma cala drasticamente il numero di lettori, il tempo dedicato alla lettura e la qualità dei testi. Allora, perché continuare a sponsorizzare iniziative che non danno i frutti sperati? Perché assistere inetti alla proliferazione di concorsi fallaci? E perché gli scrittori, che conoscono bene i meccanismi che soggiacciono ai concorsi, continuano ostinatamente a prenderne parte? Perché in Italia la tentazione di fregiarsi di un titolo letterario è irresistibile. “Li scrivono apposta” – sostiene Massimiliano Parente. Siamo un popolo di vanitosi. Ci piace apparire, attorniarci di ammiratori, ostentare i nostri meriti.

Abbiamo perso di vista le autentiche motivazioni, o non le abbiamo mai conosciute. “È un paese in cui chiunque prima o poi arriva con un romanzino, un’opera su Gaber, un’autobiografia della Gruber -spiega Parente. Spero solo che per tutti questi premi non si usi denaro pubblico, altrimenti sarebbe un bel taglio da spending review. Tuttavia la vedo difficile, perché qui tutti prima o poi, dopo aver scritto un romanzo senza averne mai letto uno, dopo averli presentati e essere stati invitati al famoso talk show, vogliono essere premiati”. In uno scenario di questo genere, si ottiene come esito l’opposto di quanto sperato: la fiducia che lega il lettore all’autore viene minata e la distanza cultura-pubblico accresciuta. E allora, a cosa serve ricevere un riconoscimento se non si è apprezzati in primis dai lettori, ai quali poco importa se il nostro nome figura nella lista dei premiati? È la credibilità a cui ogni scrittore dovrebbe aspirare. “A che serve un premio? –ha affermato Antonio Calabrò. A sostenere gli autori? A dare indicazioni preziose per lettori frastornati da una miriade di titoli in arrivo ogni giorno sui banconi di esauste librerie? A richiamare turisti in località di provincia più o meno amene, con l’attrazione del fascino dello scrittore di (presunto) successo? A soddisfare le manie di mondanità e di notorietà del notabilato politico, intellettuale o economico locale? Non ho risposte nette. I premi servono un po’ a questo un po’ a quello. Avanzo solo un suggerimento: la cultura italiana, a mio parere, avrebbe bisogno di meno “eventi” (e un premio proprio questo è) e più investimenti di lungo periodo, di ambizioso respiro. Di minor mondanità e maggior lungimiranza. Se così fosse, sparirebbe qualche premio. E magari i soldi pubblici risparmiati potrebbero essere più opportunamente destinati al sostegno delle librerie indipendenti”. I lettori ne sarebbero davvero soddisfatti.

Alessandra Flamini

 

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.