le interviste Rivista — 31 maggio 2013

La raccolta “Black tea and other tales” di Samuel Marolla (Mezzotints Ebook) è uscita a febbraio scorso, è il primo esperimento nazionale di esportazione dell’horror italico all’estero, è composta di tre racconti, tradotti da Andrew Tanzi e presentati sul mercato anglosassone con un’entusiastica prefazione di Gene O’Neill: “These stories by Mr. Marolla are completely accessible and definitely have intriguing plots. So after finishing the last story, I decided that Mr. Marolla shared a characteristic with one of my favorite writers, Ted Klein”. Per chi non sapesse chi è T.E.D. Klein, basti sapere che nel 1986 ha vinto il Word Fantasy Award per il miglior racconto. Horror, ovviamente. Ma parlavamo di Samuel Marolla che ci ha regalato un percorso del terrore declinato attraverso un tè nero, un vino rosso e un latte macchiato molto particolare. Tre racconti per solleticare le paure ancestrali, quelle che mai troveranno spiegazione e sollievo. Uno stile che mescola in modo originale gli spunti antichi di Edgar Allan Poe e quelli sanguinosi di Clive Barker, passando anche dalle parti del maestro, Stephen King. Da leggere, possibilmente in una giornata di sole e con la sicurezza, poi, di trovare un’allegra compagnia. Per non rimanere prigionieri tra strani corridoi, tappezzerie ipnotiche dai disegni malati o, peggio, in un letto cercando di non farsi sentire dalla janara che ci fiuta nel buio.

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Samuel Marolla, come ci si sente ad aver spiccato il volo verso i paesi anglosassoni? Per uno scrittore horror è la prova del nove.

Sono contento di questa opportunità offerta da Mezzotints Ebook e attendo con curiosità i primi riscontri. Ho ricevuto dei commenti positivi, ma ci vorrà del tempo per poter fare qualche valutazione.

Quali sono i tuoi autori preferiti, i punti di riferimento, i modelli?

Per la narrativa Stephen King, Ray Bradbury, Robert Howard, Dino Buzzati, Giorgio Scerbanenco. Per il fumetto Nolitta, Sclavi, Frank Miller, Eisner.

In Italia la letteratura di genere trova, da sempre, grandi difficoltà. Oggi giallo e noir stanno superando la china, arriverà la volta dell’horror?

Abbiamo pochi lettori in generale; l’horror è comunque una nicchia nella nicchia. I lettori horror in Italia sono come i sopravvissuti umani durante un’apocalisse zombi: pochi, accerchiati, e destinati a una brutta fine.

Confido nella visione internazionale di piccole realtà in crescita esponenziale come Mezzotints Ebook. Non a caso ha scelto come editor di collana Sergio Altieri, che di mercati esteri se ne intende parecchio.

La tua scrittura ha la viscosità del sangue. Si muove lenta e inesorabile, trascina il lettore. O’Neill, nella sua prefazione, ha insistito sulla sensorialità dei dettagli ed è vero che sembri voler coinvolgere il lettore a tutti i livelli. Ma le tappezzerie dai disegni ipnotici di vegetazione malsana, secondo me, li hai strappati a un ricordo reale. Mi sbaglio?

Non sbagli. Sono cresciuto in una camera con quella esatta tappezzeria.

Tre racconti, coinvolgenti e spaventosi. In inglese perché l’Italia, notoriamente, non ama le raccolte?

Credo sia in parte un luogo comune. Cito la mia esperienza personale: “Malarazza”, pubblicata da Mondadori nel 2009, è una raccolta di racconti horror, quindi una scelta coraggiosa anche da parte dell’editore (il curatore era Sergio Altieri); mi ha dato notorietà, e sul mercato dell’usato è introvabile.

Da bambino mi sono avvicinato al genere con raccolte di Lovecraft, di King, di Bradbury, di Fredric Brown, pubblicate da grandi editori e rivolte al grande pubblico.

In definitiva penso che le raccolte horror piacciano ai lettori, se fatte bene.

Il bambino protagonista de “La Janara” è un personaggio a tutto tondo, consapevole, determinato, combattivo. Un personaggio degno dei bambini narrati da King nel suo “It”. Come ti ci sei calato in quelle vesti? Che tipo di bambino eri?

King è maestro assoluto nell’impiego di bambini all’interno dell’horror, tra l’altro argomento difficile per molti motivi. Alcune coincidenze ci sono e ne ho già parlato in alcune precedenti interviste; ad esempio ho passato diverse estati della mia infanzia in una scuola chiusa per le vacanze, quindi deserta; esperienza per certi versi simile a quella di Danny nell’Overlook Hotel. Lì ho anche iniziato, a sei anni, a battere a macchina le storie che immaginavo girando per quella scuola decisamente spettrale.

Sul tuo sito, www.samuelmarolla.com, la tua biografia occupa quattro righe in tutto, e la quarta è occupata dalle case editrici con le quali collabori. Strategia di marketing o sincera timidezza?

Ritengo molto semplicemente che i personaggi interessanti dovrebbero stare dentro i libri, non fuori.

Scrittore, sceneggiatore, amante dei fumetti. Per questo la tua scrittura è così visiva?

Si parla spesso di scrittura visiva, anche di fuori del mio caso specifico, ovviamente. Credo che nasca dal fatto che la mia generazione, rispetto a quelle precedenti, sia cresciuta con una ampissima varietà di strumenti narrativi visivi: i fumetti internazionali (fra gli anni settanta e gli ottanta abbiamo avuto la diffusione dei comics americani e poco dopo dei manga), lo tsunami dei cartoni animati giapponesi, il cinema che diventava fenomeno ancora più massificato con l’home cinema, grazie all’avvento del videoregistratore presente praticamente in ogni casa, e infine l’arrivo dei videogiochi da bar e poi delle consolle da casa. Questo ha inevitabilmente avuto un impatto fortissimo sul nostro immaginario di fruitori di opere e di scrittori e sceneggiatori. Per cui nella mia “Biblioteca di Babele” oltre a King, Lovecraft e Buzzati, c’è dentro anche l’Uomo Ragno e Zagor, Topolino e Kenshiro, i videogiochi da bar anni Ottanta e gli adventure anni Novanta, i Librogame fantasy, le notti horror di Zio Tibia, Devilman, Ghost n’ Goblins e mille altre contaminazioni.

Cosa consiglieresti a un autore italiano esordiente e amante del genere horror, a parte espatriare nel Maine?

Scoprire i maestri del genere (alcuni li ho citati in questa intervista, ma non sono certo nomi segreti), rendersi conto che usare la fantasia non è un reato e quindi osare di più; soprattutto scrivere sempre per il proprio divertimento.

Sebbene sia genere non seguitissimo in Italia, l’horror ha raccolto voci importanti e talenti veri oltre a uno zoccolo duro di lettori affezionati. Perché piace l’horror e quali istanze di espressione fornisce agli autori che lo frequentano?

Il racconto horror o comunque sovrannaturale ha avuto esponenti italiani come Pirandello, Moravia, Soldati, per tacere di Buzzati; e molti altri. Fuori dall’Italia ci si sono cimentati tutti i principali maestri della letteratura mondiale, da Dickens a Hugo a Borges. Tutti i più grandi scrittori del mondo almeno una volta nella vita hanno sentito l’esigenza di scrivere un racconto sovrannaturale. Forse è una porta sempre aperta su un mondo che ci terrorizza ma ci attira inesorabilmente.

L’ultimo libro di un autore italiano che hai letto. E il tuo parere, positivo o negativo che sia.

I milanesi ammazzano al sabato di Giorgio Scerbanenco. Capolavoro.

Grazie Samuel

Grazie a te!

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