Approfondimenti Rivista — 09 ottobre 2012

Erano in molti a darla per spacciata, superata, surclassata dalle nuove tecnologie, dal nuovo modo di comunicare e di interagire con i media. E invece, con buona pace dei detrattori, consultando i dati dell’ultimo rapporto Censis-Ucsi la radio risulta il canale comunicativo che, dopo Internet, ha visto maggiormente aumentare il proprio indice di gradimento, addirittura del 14,8 %. Per rendere meglio l’idea dell’importanza di questo dato, basti pensare che la televisione, il medium per eccellenza, che scandisce da decenni la quotidianità di miliardi di persone, è stato nell’ultimo decennio l’unico medium a perdere un numero, seppur esiguo, di utenti. Come è possibile spiegare questo processo? Forse sottovalutato, analizzato dal punto di vista sociologico riveste un’importanza clamorosa. Nella dieta mediatica che ogni giorno viene fatta da chiunque di noi, le trasmissioni radiofoniche rappresentano il 72 % del menù. Mezzo onnipresente, viene ascoltato non solo nelle nostre auto, ma anche nei negozi, nei supermercati, nelle stazioni ferroviarie, persino dal dentista. Interagendo con i nuovi media, soprattutto con internet, la dimensione in cui un utente radiofonico può muoversi è sconfinata. Le trasmissioni online, il podcast, la possibilità di creare un programma a immagine e somiglianza dell’utente e di ascoltarlo quando e dove vuole sul proprio pc o sul proprio smartphone hanno trasformato la radio da strumento di informazione puro e semplice a strumento di informazione e intrattenimento dotato di un’efficacia incredibile. Non è un caso che, tra i programmi radiofonici più seguiti e scaricati ci siano proprio programmi di “infotainment”, quel nuovo modo di fare informazione spettacolarizzando l’afflusso di notizie e minimizzando il calo di attenzione del pubblico.

Come se non fosse già abbastanza, questa metamorfosi può incidere potenzialmente anche sulla qualità dei contenuti mantenendo efficace il processo comunicativo. Attraverso questi strumenti non vengono diffusi solo programmi superficiali, ma risultano appetibili e ricercati anche programmi lunghi e complessi. Ad esempio, il programma più scaricato in podcast di Radio Tre è “Ad alta voce”, letture integrali di classici della letteratura. Esattamente il processo inverso che tende a fare invece il sempre presente piccolo schermo per aumentare l’indice degli spettatori: offrire programmi dal basso contenuto formativo e culturale pur di innalzare l’audience. È proprio questa la grande vittoria della radio. Il ruolo che ha svolto nella storia testimonia la sua importanza. La nascita della radio coincide con la nascita della società di massa e con la possibilità di trasmettere ad un numero impressionante di persone dei messaggi di ogni genere: informativo, pubblicitario, politico. L’uso che di questo mezzo di comunicazione è stato fatto dai regimi totalitari in questo senso rende l’idea meglio di qualsiasi altro esempio. Ma non solo. Negli anni Settanta, parallelamente a quel sentimento di rivolta e emancipazione che attraversava la società, si è assistito alla nascita delle “radio libere”, facendo crollare il monopolio dello Stato nel controllo della radiodiffusione. Metamorfosi dunque. Capacità di adattarsi e cambiare aspetto rispondendo alle mutevoli richieste della società e sfruttandone e cambiamenti tecnologici. Così, con la “rivincita” della radio di oggi, data per estinta, invece più attuale che mai, è forse possibile scorgere nell’uso che se ne sta facendo e che ne stanno facendo soprattutto le nuove generazioni, un bisogno di allontanamento dal processo di omologazione e livellamento verso il basso prodotto dalla tv, una necessità di recepire contenuti di tipo più variegato e in forme diverse. Ai produttori di programmi radiofonici non resta che rilanciare il medium come mezzo di educazione, informazione e intrattenimento sano.

Redazione

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