Concorso Buk — 22 gennaio 2014

A Sospiro la canonica era semibuia e semivuota, un odore di vecchio e stantio si attaccava agli abiti ma soprattutto ai capelli azzurrati dalle fialette antingiallimento che Umilia usava.

Erano le due del dopopranzo e Umilia era veramente stanca, nervosa o forse più arrabbiata.

Requiem aeternam dona eis Domine…

Ma la rabbia sarebbe passata in fretta con quel bendidio che aveva da godersi.

Mancavano solo pochi minuti o forse poche ore alla scoperta del cadavere.

Bisognava solo aspettare e Umilia era una donna paziente. Il luogo migliore era proprio la canonica, avrebbe riposato un po’ e avrebbe pregato per l’anima del morto, ma anche per la sua anima. Era chiaro per lei di aver peccato, ma di un peccato veniale, di quelli che si autoconfessano mentre si aspetta in coda per ricevere la comunione.

Prima di vederne uno, Umilia pensava che non ci fosse differenza fra cadavere e morto.

Ora invece aveva sperimentato che al morto viene tolta la vita quando il suo cammino in terra è terminato, mentre al cadavere viene scippata la vita con violenza, mentre sta ancora camminando. Ma nessun accadimento esterno poteva corrompere la sua anima buona.

Umilia era stata incorruttibile, aveva un carattere paziente, mite e comprensivo.

Era stata praticamente costretta a interrompere una vita, ma non se l’era certo tenuta lei, l’aveva solo trattenuta qualche istante e subito restituita a Dio attraverso le preghiere… et lux perpetua luceat eis…

A ogni modo troppe emozioni le si rivoltavano nello stomaco, quasi da provare un senso di pesantezza e nausea, come dopo aver mangiato i peperoni che proprio non riusciva a digerire. Avrebbe dovuto bere un bel canarino caldo… requiescant in pace. Amen

Umilia era inginocchiata sulla panca, la sua panca, con la targa della sua famiglia: “In memoria di Giulio e Artemisia Grassi”, i suoi genitori… Requiem aeternam dona eis Domine.

Falegname di bottega, suo padre, che aveva lavorato come un mulo per non far mancare nulla alla famiglia e come un mulo era rimasto attaccato per la cavezza a quel banco su cui l’avevano trovato. Morto o forse cadavere, la testa schiacciata sotto la pressa. Chissà perché.

Sua madre non gliel’aveva perdonato sul momento. La macchia scura e densa non era più venuta via del tutto e quando si erano dovute vendere le macchine, il Gerlando, collo corto e occhi sporgenti da avvoltoio, che le aveva comprate, si era fatto fare un bello sconto a causa di quella macchia. Artemisia non era rimasta contenta. Neanche quando il parroco, Don Carlo, meglio noto come Monsignor Carlone, per la mole che si tirava dietro e anche per le sue terre, che arrivavano quasi a Cremona e che gli avevano fatto acquistare il titolo di monsignore, le annunciò che non si poteva fare il funerale e seppellire Giulio in terra consacrata… et lux perpetua luceat eis… Come?!

Monsignor Carlone, familiarmente Carlino, era nato insieme alla sua Umilia e lui non poteva e non doveva dimenticare tutto quello che aveva fatto lei per la sua povera mamma, che quasi moriva di crepacuore con quello scandalo che era successo in seminario. Quella poverina non era mai rimasta sola, Artemisia le era stata vicina, fino a quando l’avevano dovuta rinchiudere. Il cuore aveva retto, ma non la testa, al dolore e alla delusione che gli aveva causato quell’unico figlio, tanto santo quanto puttaniere.

Umilia se le ricordava vagamente quelle visite, perché Artemisia ogni tanto se la tirava dietro. Umilia era molto a disagio il quel luogo abitato da persone che piangevano lacrime finte, gridavano ossessioni, cantavano nenie, indossavano camicioni luridi, si tormentavano le mani piene di croste con cui tentavano di pettinare i capelli non appena vedevano qualcuno arrivare per le visite. La suora della portineria con le labbra strette a culo di gallina ventriloquava un “avanti” e apriva la porticina a scatto su una stanzetta. A Umilia sembrava di entrare nelle fauci di un mostro ciclopico che metteva a fuoco l’inferno, era ciò che vedeva guardando fuori dall’unica finestra della stanzetta, mentre sua madre parlava e dava da mangiare a quella poveretta, che blaterava e farfugliava e inveiva e vaneggiava… requiescant in pace. Amen

Artemisia era la sola che l’andava a trovare, anche se pioveva o tirava vento, anche se il freddo faceva fiorire i geloni sui piedi e lei provava a rifiutarsi, ma Giulio insisteva, su questo era proprio irremovibile; una volta alla settimana lei doveva andare e non c’erano scuse che tenessero: “Misia, va’ da quella poveretta, così le nostre anime appariranno candide al cospetto del Signore!”, “Misia, fa’ un’opera di carità che è lontano il Carlino ed è sola quella poveretta.”, “Misia, ricordati! Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli… e porta i maltagliati che hai fatto ieri.” E lei non poteva proprio rifiutarsi. Se Giulio avesse avuto ragione? Tanto valeva non rischiare.

Artemisia aveva già ottenuto un effetto per questa affezione: Carlino aveva pianto Giulio con vera commozione e nascosto dolore. Forse anche perché era orfano di padre da tanto di quel tempo che anche il tempo s’ era portato via il volto di quel padre dalla piccola foto sulla lapide al cimitero. Comunque il Monsignore aveva trovato il modo di celebrare le esequie e di tumulare Giulio in luogo sacro… Requiem aeternam dona eis Domine…

Ma la targa sulla panca no, Artemisia non l’aveva voluta, perché non era una stupida. Non avrebbe potuto sopportare i commenti delle persone malvagie che non avrebbero capito… d’altronde non comprendeva neppure lei quel gesto.

Ci aveva pensato Umilia alla morte di Artemisia ad andare da Monsignor Carlone e chiedere una targa per i suoi amati genitori. Carlino non aveva battuto ciglio, anzi l’aveva trattenuta con strani discorsi sul sangue, sulla fraternità e sull’affetto. Umilia aveva pensato che la vecchiaia stava facendo breccia nel cuore e nell’anima di Carlino che cominciava a sentirsi davvero solo e forse si voleva attaccare a un’amica d’infanzia. A qualcosa d’altro Umilia non voleva ipotizzare, anche perché lei era solo una sartina di bella presenza, graziosa, minuta, di una certa classe, nubile, e povera, perché quello che Giulio aveva lasciato alla morte ormai era finito da un bel pezzo… et lux perpetua luceat eis…

Monsignor Carlone l’aveva cercata dopo i funerali di sua mamma e ancora al primo anniversario della morte e al secondo e al terzo, dopo ogni messa solenne, tanto che Umilia aveva cambiato confessore, da lui non ci voleva più andare.

Fino a quella mattina. Aveva ricevuto una telefonata da Monsignor Carlone che la invitava ad andargli a fare visita perché malato e le doveva proprio parlare, che non fuggisse, era qualcosa di estremamente importante… requiescant in pace. Amen.

L’aveva accolta nello studio, in giacca da camera. Erano seduti sul divano in pelle lavorazione capitonnè, sul tavolino cinese finemente restaurato campeggiava una teiera Sheffield fumante e pronta per l’uso. Mentre si scambiavano cordialità formali, la pendola bronzea Leroy annunciò le undici e Umilia accelerò i convenevoli, aveva del lavoro da finire e poi pranzare: le seccava non ubbidire ai suoi ritmi giornalieri, che la facevano sentire viva e attiva… Requiem aeternam dona eis Domine…

Allora il Monsignore aveva ricominciato con quegli strani discorsi farciti di paroloni e intervallati da tremendi colpi di tosse e quando Umilia aveva fatto per alzarsi, lui aveva chiesto pacificamente:

“Di’ Umilia, tu sei emofiliaca?”

“…ma chi ti ha… cosa c’entra adesso questa domanda? Carlino… mi stai facendo preoccupare, che la follia sia ereditaria?!”

“Allora e sì…, sei emofiliaca!”

“E perché te la ridi? Non è certo una malattia disonorevole. L’ho ereditata da mio padre…”

“Anch’io l’ho ereditata da mio padre…”

“Ma guarda che coincidenza… Comunque continuo a non capire la tua aria divertita.”

“Oh Umilia, sorella mia! Abbiamo la stessa malattia, perché avevamo lo stesso padre!”

“… Carlino mi stai dicendo vaccate!!!”

“Perché inventarmi una storia del genere! Finalmente ho trovato le prove! Non l’ho mai detto ad Artemisia, sarebbe impazzita come mia madre. Ma ora che noi due siamo maturi possiamo condividere questo dono, sì perché così, come il segreto sarà solo nostro, anche i miei beni diventeranno nostri!”.

Umilia si era alzata e lo guardava incombente… et lux perpetua luceat eis…

Carlino spalancava le braccia per chiedere approvazione e affetto.

Umilia era disgustata: che sciocchezza poter pensare di svelare un segreto per star bene, che sciocchezza poter pensare che il denaro ti dia un potere tanto grande da cambiare la vita delle persone, che sciocchezza infangare il nome di brava gente.

Umilia stringendo gli occhi a fessura, vedeva Monsignor Carlone come un omuncolo avido, viscido e insensibile.

Ma ormai era alla resa dei conti, dei conti con Dio, solo Lui Supremo Giudice l’avrebbe giudicato nel Regno dei Cieli. E solo lei, Umilia, gliel’avrebbe mandato.

Afferrò con rapidità la teiera Sheffield scagliandogli sulla testa il beccuccio, mentre l’acqua bollente gli scottava il volto e le mani, con cui aveva tentato istintivamente di ripararsi.

Un grido e poi nulla più… requiescant in pace. Amen.

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scrivendovolo

(2) Readers Comments

  1. Pingback: Concorso letterario “BUK” – Ecco i 50 migliori racconti. Votateli! | ScrivendoVolo

  2. E’ interessante e ben scritto da consigliare da leggere….bravissima complimenti

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