Approfondimenti Rivista — 27 ottobre 2012

Siamo spiacenti”: è ciò che evidentemente Primo Levi si è dovuto sentir dire quando Cesare Pavese, nel 1947, gli rifiutò la pubblicazione di “Se questo è un uomo”; le stesse amare parole saranno giunte alle orecchie di Andrea Camilleri, inizialmente rigettato da ben quattro case editrici. “Siamo spiacenti” è anche il titolo dell’ultimo saggio di Gian Carlo Ferretti che, per l’appunto, redige una sorta di “controstoria” dei rifiuti editoriali italiani che poi di fatto sono diventati capolavori della nostra letteratura. Grazie ad una documentazione accuratissima fatta di notizie tratte dagli archivi, di testimonianze dirette ed indirette, Ferretti ci guida nella storia complessa e avventurosa dei “no” editoriali: un universo che dalla censura fascista degli anni Venti, si trova poi a fare i conti con una serie di motivazioni politiche, ideologiche e commerciali sempre più sottili. Tantissimi sono i casi clamorosi che vengono presentati: dalla bocciatura del “Gattopardo” da parte di uno scettico Vittorini, all’agghiacciante commento dell’Einaudi di fronte ad un’opera giovanile di Susanna Tamaro: “l’unica cosa ammirabile in lei è la caparbietà nel credersi capace di scrivere”.

Alla fine di questo romanzato elenco di stangate editoriali, il colpo di scena: ci si aspetterebbe una reazione di rammarico, a tratti anche proprio di indignazione, nei confronti di chi ha bocciato quei testi; nei confronti di chi, insomma, non ha saputo vedere in loro ciò che poi avrebbe incantato il pubblico dei lettori. E invece no: quelle stroncature, anzi, sono da rimpiangere! Perché? Perché oggi, come denuncia Ferretti, si arriva a pubblicare DI TUTTO, e davvero TROPPO di tutto: qualche potatura, in fin dei conti, non farebbe male.

Ma il discorso va anche oltre, e assume una grande rilevanza se si riflette su ciò che significa fare editoria: vedere il proprio libro pubblicato è un traguardo importante, e si presuppone che per meritare un tale riconoscimento si sia stati in grado di colpire davvero. Inoltre, ogni casa editrice può dedicarsi ad indirizzi letterari diversi dalle altre e, allo stesso modo, può riconoscersi in una particolare posizione critica. Oggi, dice Ferretti, le cose non funzionano più così: non ci sono più filtri di selezione, non c’è più un progetto editoriale: quei rifiuti, è evidente, erano essenziali per trasmettere l’orientamento culturale dell’editore. Tutto è cominciato a partire dagli anni Settanta quando si è assistito al“passaggio da un’editoria di letterati-editori a un’editoria di funzionari-manager”(Ferretti): alla selettiva qualità richiesta un tempo, si sostituisce l’imperativo della “vendita a tutti i costi”, con una conseguente ondata sfrenata di pubblicazioni (oltre 60 mila all’anno) e con un vero e proprio “sovraffollamento” di scrittori esordienti, pronti a essere lanciati come fuochi d’artificio, salvo poi spegnersi dopo qualche boom boom.

L’editoria attuale è fin troppo imbevuta di marketing; a questo proposito, riporto le parole di Stefano Bartezzaghi che, in un’intervista, dichiara:“il marketing è tautologico: dà al lettore quel che il lettore vuole, mentre i libri migliori sono quelli che stupiscono”. E per “stupire” il lettore, abbagliato da una miriade di titoli decisamente ripetitivi, bisognerebbe abbandonare l’ottica furiosa della corsa al bestseller e porsi criticamente di fronte alle fresche creazioni dei giovani autori.

La selezione che in questo modo si andrebbe a fare, si badi bene, non vuole però tappare la bocca a tutti i non destinati alla pubblicazione: oggi le idee possono circolare liberamente, per fortuna. Il mare magnum di Internet, per esempio, è aperto a tutti, scrittori e lettori. Blog personali, social network collettivi e altre piattaforme del genere possono accogliere qualsiasi suggestione: addirittura, attraverso la nuova frontiera del self publishing, molti autori sono riusciti a pubblicarsi autonomamente e a farsi conoscere anche a livelli molto elevati.

E’ evidente che nessun editore ha la sfera di cristallo e, così come ieri, anche oggi c’è da considerare un margine di errore anche molto pericoloso che può portare a trascurare dei veri e propri capolavori. Tuttavia, bisognerebbe uscire da una forma di relativismo assoluto che porta a dire che“va bene tutto”: qualche rifiuto, poi magari riscattato, ci vorrebbe proprio.

Share

About Author

scrivendovolo

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.