Editoriale — 19 novembre 2012

Non si può certo ignorare che le necessità di finanziamento del nostro debito pubblico impongono di impegnare ben 80 miliardi l’anno solo per interessi passivi. È un dato di fatto che sarebbe illusorio disconoscere. E tuttavia non per questo dobbiamo rassegnarsi alla logica dei tagli lineari, delle riduzioni uniformi delle singole voci di bilancio. Al contrario: il compito della politica, della buona politica potremmo aggiungere, è proprio quello di operare delle scelte. Non tutte le spese possono essere collocate sullo stesso piano. E la nostra risorsa naturale è la cultura”.

Il monito in questione proviene dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il quale pare aver sposato quasi in toto il manifesto per la cultura proposto dal Sole24Ore.

In tempo di crisi, troppo spesso si prendono drastici provvedimenti che penalizzano le classi deboli e i settori meno “redditizi”, come appunto la cultura. Spesso per obbedire alle stesse logiche economico-finanziarie che hanno creato la crisi stessa, si finisce col dover fare dei sacrifici così importanti che, potranno di certo aiutare ad uscirne fuori, ma avranno comunque un effetto devastante sul futuro di una nazione, una volta risolto il mero problema economico.

La cultura è stata spesso utilizzata come vittima sacrificale. Come ha ben ricordato il Presidente della Repubblica (sperando che non restino solo parole al vento), essa è il nostro bene primario.

Nel mondo moderno servono risorse materiali, e tecnici in grado di provvedere allo sviluppo tecnologico e alla crescita economica. Ma ciò non significa dover eliminare completamente il settore culturale. Anzi. Sono svariati i Paesi Occidentali, alle prese con i nostri stessi demoni “spread”, “debito pubblico” e “default”, che hanno deciso di puntare forte sulla crescita culturale, a partire dall’università e dalla ricerca. Formare menti in grado di rappresentare il futuro di una società vuol dire fornire un contributo importante per tutti. Quindi investire sul sistema universitario è una scelta di primaria importanza. Le università di oggi soffrono ancora di retaggi del passato, pericolosi. Spreco di risorse, clientelismo, inefficienza e obsolescenza.

Tagliare fondi in modo lineare vuol dire mettere in ginocchio un sistema già debole. Università fatiscenti, borse di studio ridotte e scala sociale bloccata.

Razionalizzare le spese è obbligatorio non solo per un paese in crisi, ma anche per un paese che vuole gestire con onestà le risorse dei cittadini, quindi ben venga una riorganizzazione del sistema universitario, ma che guardi al futuro e non al passato. Lo studente che apprende conoscenze specifiche venendo tutelato durante tutto il suo percorso, dovrà poi avere di fronte a sé sbocchi lavorativi quasi immediati. Invece nell’Italia del ventunesimo secolo si assiste al fenomeno della “fuga dei cervelli”, inspiegabile per un paese che rappresenta l’ottava economia del mondo. Vuol dire che la prospettiva di vita è pessima e che lo Stato è assente in molte sue forme. Oltre a questo, si aggiunge la scarsa appetibilità a livello internazionale di un sistema che se non riesce a trattenere e valorizzare i propri talenti, figuriamoci se possa essere in grado di attirare i giovani stranieri.

La nostra risorsa naturale è la cultura, dice Napolitano.

La cultura intesa anche come industria culturale, quindi come produzione di beni che facciano girare l’economia, non come investimento a fondo perduto. Alla scellerata gestione di molti dei patrimoni artistici più importanti della nostra storia, i quali oltre a non essere tutelati per quello che sono non vengono nemmeno visitati e conosciuti all’estero, si va ad aggiungere la scarsissima appetibilità di una produzione culturale mediocre, sempre più diretta al solo consumo interno già molto limitato, e che in un mondo con un’economia globale non può non significare essere provinciali. Detto di un Paese che è stato la culla della civiltà europea fa rabbrividire.

La ricetta per il rilancio è, almeno nelle intenzioni, quella stilata proprio dal Sole24Ore al termine degli Stati Generali della Cultura: ripartire dalla ricerca, dalla semplificazione burocratica e dalla tutela di pezzi rilevanti del patrimonio artistico-museale.

Salvaguardare lo sviluppo della cultura vuol dire aiutare il Paese a formare una coscienza culturale forte, identitaria, moderna, che si confronti con il mondo con la voglia di primeggiare in questo settore. Arte, cultura e scienza. Il nonno di mio nonno di mio nonno si chiamava Leonardo Da Vinci, cos’altro ci manca?

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