Approfondimenti Rivista — 01 giugno 2013

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: <No, non voglio vedere la televisione!>. Alza la voce, se no non ti sentono: <Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!>. Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: <Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!>. O se non vuoi dirlo, speriamo che ti lascino in pace”.

 

Così recita l’incipit del romanzo datato 1979 dello scrittore Italo Giovanni Calvino Mameli, noto come Italo Calvino. “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è un chiaro e inequivocabile esempio di come i libri parlino. Sì, come avrai tu stesso constatato, i libri, per quanto possano differire tra loro per molteplici e spesso imprevedibili aspetti, sono accomunati da un’irrinunciabile caratteristica: hanno sempre qualcosa da dire. A volte, il messaggio è indubbio sin dalle prime righe del testo; altre, la suspance ti incita a leggerlo tutto d’un fiato per scovare cosa si cela dietro le enigmatiche parole dell’autore. Tuttavia, non mancano i casi in cui la morale semplicemente non esiste e ciò che il libro ti suggerisce è di “rilassarti, raccoglierti e allontanare da te ogni altro pensiero”, proprio come fa il metaromanzo di Calvino. Qualunque cosa un libro voglia dire, sta a te scoprire di cosa si tratta. Ti sarà forse capitato di rileggere lo stesso romanzo, insoddisfatto della comprensione di una prima lettura, o, addirittura, di aver trovato riferimenti a cui neppure l’autore aveva pensato. Quando il libro è scritto in seconda persona, però, c’è sempre una certezza: è proprio a te che l’autore vuole parlare.

 

“Prima e terza persona: il novantanove per cento e oltre di tutta la letteratura mondiale è scritta con questi due unici punti di vista”, scrive Sergio Cima sul suo blog. E non a torto. La maniera più naturale per un autore di scrivere il proprio libro è assumendo il proprio punto di vista o quello di un narratore scisso dallo scrittore. La scelta, tuttavia, non è casuale: da essa dipende l’effetto che l’autore vuole suscitare in te. Sì, proprio in te.

 

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti. Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo. Ero senza fiato; le gambe mi reggevano appena: da quando ero entrato nel bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, le apparizioni, i duelli, che non riuscivo a ridare un ordine né ai movimenti né ai pensieri”

 

Nell’incipit di “Il castello dei destini incrociati”, Calvino compie una scelta diversa rispetto a quella presentata in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Il narratore e il protagonista della storia si fondono sino a divenire inseparabili. Il lettore si sente improvvisamente vicino al protagonista, più di quanto avrebbe potuto immaginare. Ora è un curioso spettatore, ora un immaginario compagno di viaggio, ora un fedele confidente delle paure e delle sue più intime sensazioni.

 

Amerigo Ormea uscì di casa alla cinque e mezzo del mattino. La giornata si annunciava piovosa. Per raggiungere il seggio elettorale dov’era scrutatore, Amerigo seguiva un percorso di vie strette e arcuate, ricoperte ancora di vecchi selciati, lungo muri di case povere, certo fittamente abitate ma prove, in quell’alba domenicale, di qualsiasi segno di vita. Amerigo, non pratico del quartiere, decifrava i nomi delle vie sulle piastre annerite- nomi forse di dimenticati benefattori- inclinando di lato l’ombrello e alzando il vido allo sgrondare della pioggia”.

 

Questa volta, per “La giornata d’uno scrutatore”, Calvino usa la terza persona, che gli consente di seguire il flusso narrativo come se lo osservasse dall’esterno. Il lettore è rassicurato. Sa che a guidarlo c’è una voce superiore, qualcuno che, prendendolo per mano, lo accompagnerà per tutta la durata del viaggio.

 

Tra le tre tipologie di narrazione, quella in seconda persona è sicuramente la più originale. Leggendo il primo incipit presentato, ti sarai forse stupito pensando che è a te che l’autore chiede di chiudere la porta e di gridare ai tuoi famigliari di lasciarti leggere il suo nuovo romanzo. Se così è stato, Calvino ha decisamente raggiunto il suo obiettivo. Sì, perché ogni volta che uno scrittore si accinge a scrivere rivolgendosi direttamente al suo pubblico sa di fare una scelta inusuale, una scelta che necessariamente sorprenderà il lettore abituato a narrazioni in prima e terza persona. Tuttavia, il risultato ottenuto va ben al di là dell’effetto meraviglia. Proseguendo con la lettura del romanzo (dei capitoli dispari, scritti in seconda persona), non potrai fare a meno di sentirti in scena e di sperimentare la vicenda proprio come fosse la tua. Lo scrittore ti spiazza. Ci spiazza. Compie una scelta difficile da sostenere, ma se sei disposto a dargli fiducia istaurerai con il tuo libro un rapporto unico e personale.

 

Sempre più frequentemente i romanzi ci danno del “tu” sin dal titolo. Valeria Parella in un articolo de La Repubblica elenca decine e decine di libri che presentano in copertina un invito al lettore: “Non ti muovere”, “Piangi pure”, “Stringimi prima che arrivi la notte”, “Non volare via”, “Chiedi alla strada”. Tuttavia, può capitare di scoprire, solo a lettura iniziata, che quel “tu” usato nel titolo, non sia riferibile a un indeterminato lettore, ma a un preciso destinatario, una figlia, per esempio, o un genitore, un amante, un amico. Eppure, al pubblico basta poter credere di essere chiamati per lasciarsi conquistare. Forse perché il lettore condivide un bisogno attribuito più facilmente all’autore: sfondare la parete-libro. “Ecco che la scelta del tu nel titolo- scrive la Parella-probabilmente emerge da una vera necessità: accorciare le distanze, restuarare, ristabilire la relazione perduta o che va corrompendosi così facilmente nell’epoca delle passioni tristi, e anche in quella dei social network isolanti. Prima di capire che il tu del titolo è un’altra persona, un personaggio del libro, inconsapevolmente quel tu sono io, siamo tutti, si viene risucchiati in un cerchio più stretto, un abbraccio che promette confidenze e calore”. Puoi negarlo?

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