I film ispirati dai libri Rivista — 29 novembre 2012

Parte 1 – da Il Signore degli Anelli a Harry Potter

Negli anni Zero si sa che nulla è certo tranne la morte, le tasse e il fatto che le saghe letterarie si vendono come il pane. Mentre il romanzo si esaurisce in qualche centinaio di pagine, e solo in certi casi se ne distribuiscono milioni di copie, la serie ha un impatto devastante: dura a lungo quindi il suo universo si sviluppa per bene e questo fa sì che si presti a meraviglia a trasposizioni cinematografiche di faraoniche proporzioni che riescono ad appassionare anche i lettori che avevano fatto resistenza.

Un’altra certezza del nostro tempo, poi, è che sono poche le volte in cui tali versioni cinematografiche non deludono il pubblico; d’altra parte è dura far stare comode centinaia di pagine in due ore o poco più di pellicola. Ma è sempre valida questa giustificazione? Ed è sempre vero che i film tratti dai libri valgono poco o addirittura niente?

Prendiamo in considerazione due mostri sacri del cinema Fantasy degli ultimi anni che sono anche trasposizioni di romanzi di particolare successo, Il Signore degli Anelli e il ciclo di Harry Potter, che qualcosa in comune ce l’hanno: il genere, l’ambientazione – mondi fantastici ricreati nei dettagli dalla fantasia e dalla penna dei due scrittori, entrambi inglesi peraltro, che prendno spunto da religione, mitologia e filologia –, i soggetti (persone qualunque, anche Frodo non è umano è uno hobbit piuttosto ordinario) che affrontano la morte per salvare i loro amici, e il merito di essere stati fenomeni di massa che hanno influenzato la cultura popolare del loro tempo.

Tolkien pubblicò Il Signore degli Anelli a cavallo negli anni Cinquanta e per un adattamento degno di uno dei testi più rappresentativi del XX secolo si è dovuto aspettare uno sviluppo tecnologico arrivato dopo mezzo secolo. La trilogia del neozelandese Peter Jackson è uscita nelle sale tra il 2001 e il 2003 e, com’è accaduto per il libro che l’ha ispirata, passerà alla storia.

Premesso che cinema e letteratura rispondono a esigenze diverse quindi le differenze tra le due versioni di una stessa storia esistono ed è bene imparare a convivere con tale verità, con i romanzi di Tolkien Jackson ha fatto delle cose straordinarie: li ha svecchiati, ha tolto loro la patina di pesantezza (ammettiamo una volta per tutte che Il Signore degli Anelli è un capolavoro a tratti noioso) e ha semplificato la trama. Anche se come molti sostengono non ha veicolato tutti gli aspetti del libro, glissando su personaggi – Tom Bombadil nel film non c’è, ma l’omissione di alcune figure è piuttosto frequente e non sempre è motivo di scandalo – e prendendosi alcune libertà (come il dare più spazio alla coppia Arwen/Aragorn, che nel libro si risolve invece in poche decine di pagine), con la spettacolarità delle sue pellicole – va bene, forse la scena di Legolas che fa surf con lo scudo è un po’ esagerata – ha aiutato milioni di potenziali lettori spaventati dalla mole del volume ad approcciare l’universo tolkeniano anche dal punto di vista letterario. Un film che, è giusto ammetterlo, è stato funzionale al libro.

Non è andata così per la serie ispirata al fenomeno di J.K. Rowling. Complice la rivoluzione tecnologica, il primo dei romanzi dedicati al maghetto più famoso del mondo, pubblicato nel ’97, ha dovuto aspettare solo quattro anni per un adattamento, il tempo necessario per assicurarsi che non si trattasse di una meteora. Sarà perchè i sette volumi hanno un autore unico e le otto pellicole hanno invece cinque registi diversi, ma la sensazione che emerge quando si guardano i film è quella di qualcosa che manca, e non solo dal punto di vista contenutistico. Il pregio della Rowling è quello di mantenere il controllo dell’intreccio nonostante la dovizia di particolari, nessuno dei quali si può spostare senza far crollare il tutto; nei film sono assenti, invece, dettagli basilari che permettono di collegare le vicende (chi ha visto il film I Doni della Morte parte 2senza aver letto il romanzo avrà capito come ha fatto Harry a sopravvivere all’attacco mortale di Voldemort nella foresta?) e per di più, con una vertiginosa caduta di stile, vengono aggiunte intere scene non riviste bensì inventate che si sostituiscono a quelle reali, tagliate. Ma si avverte soprattutto la mancanza di una visione unitaria che impedisca ad esempio ai protagonisti di fare strane evoluzioni di personalità, come accade al Silente del quarto film che si lascia andare a un’improbabile esplosione di rabbia.

A parità di contenuti e di impatto sociale e culturale, cosa rende la trilogia cinematografica di Jackson così simile a un capolavoro mentre la saga di Harry Potter sembra essere solo un prodotto commerciale?

Laura Perina

Share

About Author

scrivendovolo

(1) Reader Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.