Nelle scorse settimane si sono moltiplicati i casi di quotidiani storici, più o meno autorevoli, che hanno dovuto cedere il passo alla modernità abolendo di fatto il formato cartaceo del giornale, optando per la soluzione informatica. Per quanto si possa essere affezionati alla carta stampata, alla routine mattutina fatta di caffè-latte, cornetto e giornale sotto braccio, analizzando la questione con spirito oggettivo la scelta degli editori può apparire comprensibile. E le ragioni sono molteplici: la crisi non incentiva di certo le vendite degli spazi pubblicitari e l’immediatezza della richiesta di notizie al tempo del web rende spesso già obsolete quelle apparse di buon mattino sul giornale di carta. A tal proposito, già negli ultimi decenni si è assistito alla mutazione del giornale come strumento di informazione, proprio da quando internet ha iniziato a proporsi come importante alternativa. I quotidiani si sono trasformati in strumenti di approfondimento, commento e spiegazione delle notizie accadute, rappresentando un punto di riferimento per l’utente che apprende l’accadimento di un determinato fatto da internet in tempo reale.

Visto in questa chiave il passaggio totale al web può rappresentare, in un certo senso, un “ritorno al passato, grazie al futuro”.

Che dire però di quelle realtà giornalistiche che nascono già come strumento di approfondimento e che devono comunque confrontarsi col nuovo strumento digitale? Sono le riviste, letterarie, nel caso che ci interessa.

A “Più libri più liberi” si è discusso ovviamente anche di questo, poiché gli sviluppi di questo “salto nel web” sono tutt’altro che scontati.

La digitalizzazione delle riviste offre la possibilità di raggiungere un pubblico di lettori sterminato con minori costi di distribuzione, e anche per questo motivo richiede una revisione dei contenuti, o quantomeno del modo di trattarli. Innanzitutto vanno introdotti, quindi, articoli in inglese, adatti al consumo anche estero, alla portata di tutti.

A parte le dovute provocazioni relative all’irrisorio compenso concesso, talvolta, ai redattori, e quindi all’abbassamento del costo del capitale intellettuale, constatazioni interessanti arrivano da Alessandro Lanni, caporedattore di Reset.

Lanni sottolinea una realtà importante, sostenendo come il concetto di periodicità, quando si parla di web, sia anacronistico e inutile. Le nuove professionalità devono fare i conti con la capacità di saper bucare la sovrabbondanza di informazioni che pullulano in rete. Il target a cui rivolgersi è di importanza cruciale, ed è legato soprattutto al pubblico che staziona sui social network, Twitter in particolare, frequentato da persone di cultura mediamente alta e che consumano prodotti culturali.

Sergio Ristuccia, Presidente del Consiglio italiano per le Scienze Sociali, oltre a ribadire con forza l’asserzione di Lanni sull’abbandono del concetto di periodicità, introduce un’altra importante questione affrontata poi nello specifico da Gino Roncaglia, ovvero la distinzione tra le riviste di tipo scientifico e accademico e quelle di cultura come espressione di circoli di persone che condividono lo stesso interesse. Sia Ristuccia che Roncaglia sottolineano la differenza di approccio tra queste due diverse realtà. Le riviste scientifiche hanno da sempre una funzione “validatoria”, ovvero tendono a validare i contenuti che pubblicano, firmati da ricercatori, grandi esperti e protagonisti di studi o iniziative particolari, che acquisiscono autorevolezza proprio in virtù di essere apparse su riviste del genere. In quel caso la periodicità rappresenta un concetto ancora meno rilevante e i siti web di queste riviste si trasformano in veri e propri database ricchi di articoli che possono essere venduti on demand singolarmente.

Diverso è il caso delle riviste rivolte ad una comunità di lettori che discute e si confronta proprio attraverso la lettura delle pubblicazioni. I contenuti sono più eterogenei e l’invito al commento e all’interazione dell’utente è basilare.

A partire da queste due analisi diverse esistono comunque le dovute eccezioni: ci sono delle riviste che pubblicano contenuti organizzati e pensati per essere concatenati tra loro, inseriti in una precisa linea editoriale, che prosegue numero dopo numero e che crea un legame tra tutte le pubblicazioni. In tal caso parlare di vendita on demand è assurdo, poiché acquistare un singolo contenuto senza consultare gli altri strettamente collegati non creerebbe altro che confusione, anzi, questo modello resta ancorato a quello più classico, con il mantenimento di una certa periodicità che risulta essere quantomeno necessario.

Queste riviste rappresentano un unicum, un singolare caso in cui anziché adeguarsi al web si cercano dei compromessi, si mantiene la propria identità e lo scopo primario di fare formazione prima che informazione.

 

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