Approfondimenti Rivista — 02 agosto 2013

È sempre malinconico quando un personaggio coraggioso e importante viene tirato per la giacchetta da alcune fazioni e osteggiato da altre. È altrettanto malinconico quando tale personalità accetta una connotazione ben precisa.

Sia chiaro: è umano avere preferenze ed è giusto non nasconderle. Ma a dichiararle così apertamente, fatalmente ci si presta a strumentalizzazioni non sempre degne, oltre a non essere ascoltati dai più radicali sostenitori della parte opposta (che contro il personaggio in questione hanno infatti imbastito quasi una crociata). Se si vuole che il messaggio arrivi trasversalmente, purtroppo, bisogna adoperare lo stesso metodo della politica, ma standone lontani e per fini nobili: la tattica.

Gomorra non solo è un documento fondamentale, ma ha un suo valore letterario. Saviano pagherà per tutta la vita per avere scritto cose da alcuni ritenute note, ma che comunque è innegabile non fossero alla portata di tutti. Vivere con la scorta non è una mossa pubblicitaria e non è uno scherzo. Anche se tempo fa in TV Saviano lanciò accuse riguardanti il Nord che avrei sperato fossero più circostanziate, con nomi e cognomi, e così non fu. Il tempo dimostrò che c’era del vero, benché questo vero non riguardasse solo la parte da lui osteggiata. Tuttavia non è ancora questo il punto: il fatto è che non si possono dire le cose a metà, ce lo aveva insegnato lui.

Ancora, pazienza. Poi è arrivata la sparata delle dimissioni di Papa Ratzinger viste quale veicolo elettorale per ricompattare l’elettorato cattolico (a proposito: dove stanno politicamente oggi i cattolici?). Qui davvero l’uomo Saviano ha cominciato a divenire per me un enigma.

Ora, facciamo un passo indietro: Gomorra, raccontò, lo scrisse a dispetto di tutto e tutti, in un ambiente ovviamente ostile, sulla spinta di una missione sociale necessaria e a scapito della sua stessa libertà. Perché la vita, dalle sue parti, è difficilissima per chi non è disposto a tacere. Ora, al Giffoni, dice “Alla vostra età mi divertivo, volevo scrivere non sapevo cosa, avevo idee confuse e romantiche. A un certo punto, a 25 anni, decisero di pubblicarmi un libro. Ero al centro del mondo, mi stavo divertendo. Quando la cosa è cresciuta, lì è diventata pericolosa”.

Ok, ma allora la missione? Anche quando si è grandi affabulatori (“L’omertà si rompe quando la legalità diventa conveniente”, “il coraggio non è innato, si alleva giorno per giorno, si forma con la mediazione”, “Non esistono film che aiutano la mafia. È normale che Don Vito de Il Padrino affascini e magari le anime più fragili lo vedono come un modello. Il rischio c’è, ma non delegherei all’arte il compito di educare: se raccontassi un boss solo come ridicolo, farei un errore, perché loro passano la vita a costruirsi un’immagine, anche ai processi provano le battute. Allora io devo rappresentarne il fascino e smontarlo”), ritengo che il miglior mezzo per uno scrittore resti la parola scritta e non l’intervista torrenziale con tutte le trappole che essa comporta. Tutto questo, ovviamente, lo sta scrivendo un uomo dalla vita comoda che non corre alcun rischio.

Giovanni Modica

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