Rivista Scrivere Donna — 18 gennaio 2013

Se non la conoscete, affrettatevi a rimediare perché Maria Silvia Avanzato sta per diventare un nome di quelli che non si dimenticano nell’ambito della narrativa italiana. Nel piccolo/grande mondo di Facebook lo è già, perché ogni suo status meriterebbe di essere pubblicato su carta e incorniciato. Un talento naturale come ne capitano pochi in giro. E una voce assolutamente originale.

– Quando hai deciso di scrivere e perché?

Ha deciso mio nonno, inconsapevolmente, il giorno in cui mi ha mostrato un’insegna e mi ha detto “Vedi? Bi, A, Erre”. Io ho risposto “Bar”. Avevo cinque anni e avevo appena imparato a leggere. Poco tempo dopo ho trovato un’agenda e ho iniziato a scrivere le sgrammaticate avventure di una coccinella. Scrivevo di notte, scivolavo fuori dal letto di nascosto. I miei nonni, disperati, passavano la notte a riportarmi a letto con la forza. E fu allora che iniziai a dire “da grande scriverò le mie storie”, perché mi ero appena accorta che mi sarebbero servite moltissime notti per scrivere tutte le idee che mi turbinavano in testa. Può sembrare assurdo, ma non ho mai avuto dubbi in merito alle mie aspirazioni, ho sempre saputo in quale direzione puntare: non ho mai cambiato idea e mi sono sempre chiesta se questo abbia fatto di me una visionaria o un’ottusa. Non ho ancora trovato risposta.

 

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Introvabili. C’è qualche testo antichissimo tradotto per la prima e unica volta un milione di anni fa e fuori commercio da una vita? Ebbene, diventa la mia sfida: rivolto librerie come calzini, mi getto nel bazar della carta usata, seguo le tracce di editori scomparsi da millenni. Io amo “i libri dimenticati”, gli autori minori, gli autori che non hanno avuto successo, quelli poco tradotti. Non importa se si tratta di un diario di viaggio nelle Galapagos o le confessioni di un’internata a Magliano. Io cerco le storie di nicchia, quelle che non troveremo mai in vetrina. Sono molto gelosa della mia personale collezione di volumi (fuori commercio) Interno Giallo, accattivante realtà editoriale nata nel 1989 e scomparsa dopo l’acquisizione da parte del gruppo Arnoldo Mondadori Editore.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

No. Mi interessa ciò che l’autore ha da raccontare, a prescindere.

 

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

Non mi è successo di sentirmi ostacolata o favorita in quanto donna. Mi è successo di sentirmi ostacolata in quanto essere umano, in quanto persona X che – nel pandemonio di scrittori o aspiranti tali – difende con le unghie la sua volontà di emergere. Il deleterio, scontato e poco fondato “solo in pochi ce la fanno” è la rovina di tutti i giovani sognatori. Questo gratuito disfattismo, questa tendenza a demotivare e porre “difficile” come sinonimo di “impossibile” è il solo, vero, enorme ostacolo che minaccia coloro che vogliono fare questa professione. Uomini e donne.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

Credo che le “donne che oggi scrivono” siano il risultato delle battaglie delle “donne che hanno scritto prima di noi”, donne che hanno sgomitato per ritagliarsi uno spazio nel mondo della scrittura in epoche nelle quali erano gli autori maschili a condurre il gioco. Pensiamo a Sibilla Aleramo che mette per iscritto la sua vita nel romanzo “Una donna” e racconta le sue pulsioni, l’abbandono di un figlio, temi inaccettabili per i suoi tempi. Pensiamo a Grazia Deledda che ottiene il Nobel per la letteratura, ma viene messa alla berlina dai critici letterari del suo tempo e addirittura da alcuni dei suoi conterranei che non si riconoscono nell’immagine del popolo sardo resa dall’autrice. Pensiamo a Colette che sfida le convenzioni, che non solo scrive ma canta, balla, posa nuda. Ad Agatha Christie che consacra la donna al genere giallo. Ad Ann Radcliffe, Sylvia Plath, Louisa May Alcott. E potremmo andare a ritroso all’infinito, fino ad arrivare a George Sand. Ecco, queste donne hanno realmente lottato perché la scrittura al femminile fosse individuabile. Oggi rimane, a noi autrici, la grande eredità del passato: la possibilità di puntare il dito, di raccontare la verità, di dare voce ai nostri demoni, di giocare col ruolo della donna spaziando fra i generi, di uscire dagli schemi. Un dono del genere andrebbe utilizzato con giudizio viste le battaglie che ci hanno condotte fin qui, è un dovere verso la nostra intelligenza. Non sempre le cose vanno così, tuttavia.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Identifico nel lettore una persona che difende il suo diritto a distrarsi, appassionarsi e imparare qualcosa. Anche un romanzo d’amore d’impronta smaccatamente femminile racchiude un mondo, un’epoca, un sentire, un messaggio. Pertanto non si rivolge solo alle donne, ma anche a uomini curiosi, sensibili, capaci di scavare sotto la copertina. Prendiamo i “romanzi di formazione”: naturalmente parlano anche d’amore, ma allo stesso modo raccontano una crescita, una realtà sociale. Ecco perché il lettore, uomo o donna che sia, è sempre invitato a seguire l’autore in un viaggio, un’avventura. Io sono rimasta sorpresa dall’alta percentuale di uomini che apprezzano la narrativa al femminile. I commenti più sentiti ai miei romanzi d’amore provengono sempre da maschi grandi, grossi, adulti e leggendariamente scontrosi. Credo che una grande parte di loro abbia un insospettabile cuore di burro: hanno bisogno di prendersene cura e ascoltarlo, magari per un attimo, magari leggendo una storia distante dall’universo maschile. La discriminazione sessuale miete le sue vittime in molti campi. Salviamo i libri e lasciamo che i libri ci salvino.

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Penso che la donna giovane sia facilmente associabile al genere rosa, per un fisiologico luogo comune. Donna giovane, narrazione frizzante. Donna giovane, vena comica. Donna giovane, chick lit. Parzialmente è anche il mio caso, non rinnego questa natura sentimentale e un po’ demenziale che si addice tanto a quella “donna giovane sulla carta”. In realtà la donna, giovane e meno giovane, è poliedrica: innamorata, perfida, riflessiva, arrabbiata. Ci sono donne che scrivono noir, donne che scivolano nei meandri dell’erotismo, donne che inventano favole per bambini e altre che scelgono l’horror. Non è tutto rosa quel che è donna. Io, per sicurezza, scrivo diversi generi: non mi piace venire associata a un unico colore e non mi sento privata di possibilità a causa del mio sesso.

 

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

A mio avviso “storie d’amore in tutti i romanzi”. Trovo l’amore dappertutto, nello sci – fi, nel cyberpunk, credo riuscirei a trovarne anche in un porno. Gravitiamo tutti, penne alla mano, intorno al grande meccanismo narrativo dell’amore. Spezzato, idealizzato, appena accennato, negato, stravolto, sempre di amore si tratta, cavalca i generi trasversalmente. Non credo che chi legge Cime tempestose legga solo una storia d’amore. Non credo che chi legge Lo hobbit ci trovi solo avventure fantasy. E non credo nemmeno che chi legge Psycho trovi solo un noir riguardante uno psicopatico. I libri vanno più a fondo e l’amore, sul fondo, è una costante.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

Esiste l’antica e radicata convinzione che la narrativa rosa sia leggera. Prendiamo Jane Austen, regina del regency. Prendiamo, uno fra tutti, Orgoglio e pregiudizio. Possiamo pensare che un tale spaccato sulla società dell’epoca e sulla posizione della donna sia da giudicarsi “narrativa leggera”? E Daphne Du Maurier, la mamma del genere gotico? Quando scrive Rebecca la prima moglie – romanzo pieno di amore e di paura dell’amore – tradisce forse qualche forma di leggerezza? Oggi potremmo definire autrici di questo calibro “chick lit”? Hanno subito svilenti definizioni grandi scrittrici come Carolina Invernizio (“l’onesta gallina della letteratura popolare”) relegata a piccoli spazi d’appendice sulle riviste, a feuilleton, giudicata “narrativa minore”. Hanno lottato per affermarsi scrittrici come Brunella Gasperini, dalla rivista Annabella all’editore Rizzoli. Oggi non possiamo permetterci di fare lo stesso errore: nel rosa c’è il ritratto del periodo storico che stiamo vivendo, della nostra emancipazione. Come si manifesta la discriminazione? Giudicando un rosa dalla quarta di copertina.

 

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Probabilmente sì, se vicine fra loro per stile, genere e ideali. Personalmente non sarei mai in grado di prenderne parte: da individualista, diffido molto di tutte le situazioni che uniscano troppi cervelli e caratteri nello stesso momento. Ma questo è un problema mio: io sono un orso e amo la filosofia del solista.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Appartengo alla fazione dei pazzi, ho preso una decisione estrema diversi anni fa: ho buttato via una carriera certa per una carriera incerta e oggi, dopo innumerevoli sacrifici, lavoro con le parole, nel mondo delle parole, in diversi modi. Ma se avessi ascoltato il prossimo, se mi fossi adeguata al disegno che gli altri avevano per me, se avessi preferito “preoccuparmi per il futuro” o “favorire la stabilità economica”, mi sarei condannata alla più infelice delle esistenze. Io ho scelto la scrittura e ho passato mesi mangiando fagioli in scatola. Credo sia questione di incoscienza, di vocazione o di pazzia: il mio bisogno di scrivere non era coniugabile con un lavoro poco appagante, per quanto ben retribuito. Il mio “scrivere” di oggi non è solo scrivere romanzi, ma tenere laboratori per bambini, scrivere soggetti per il teatro, scrivere su commissione, mi riciclo addirittura come paroliere musicale. Mi sono rimboccata le maniche e ho trovato più modi per restare in questo settore, adattandomi. Bisogna fare scelte, a volte deliranti, eppure necessarie. La scrittura non è il tipo di attività che si può trascurare, ma per consacrarsi totalmente a lei bisogna avvertire una vocazione divorante. E vale sempre il buon detto “chi è causa del suo mal pianga sé stesso”: non ha senso rimpiangere qualcosa che non si ha avuto il coraggio di scegliere.

 

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

A mio avviso, tutte le grandi idee sono già state scritte: difficile trovare due storie che non si assomiglino, difficile approdare alla carta con originalità. I fenomeni editorial-marketing sono grandi tritacarne: veicolano storie che probabilmente abbiamo già letto da qualche parte, non dicono nulla di nuovo e proprio per questo motivo spingono prepotentemente i libri “niente di particolare” nell’olimpo dei bestsellers. Non mi sento di condannare questa operazione perché la trovo in linea con la parola “marketing”, che non è sinonimo di “belle letture”, ma di “grandi guadagni”. Quando l’obiettivo primo è vendere, non importa cosa si stia vendendo. Vi siete mai arenati per un’oretta nella giungla delle televendite? Prodotti di scadente qualità, descritti con tanto entusiasmo da porvi realmente di fronte alla domanda “ma come ho fatto a vivere finora senza un macinacarote tascabile?”. Ne avete realmente bisogno? No. Vi pentirete del vostro acquisto? Quasi sicuramente sì. Perché le donne ci cascano più spesso? Sarò sincera, perché hanno bisogno di credere, perché cercano la via di fuga, perché vogliono sentirsi comprese. E allora va bene anche il macinacarote tascabile di un venditore di speranza.

 

– Laura Donnini, nuovo direttore generale Edizioni Mondadori, ha annunciato che ci sarebbero molte autrici a lavoro per sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

Seguo una regola personale: non pubblico niente che mia nonna non possa leggere. Mia nonna alle prese con il mom porn è un’immagine destabilizzante. Inoltre credo presuntuosamente di avere molto da dire. Come tale trovo offensiva l’idea che un grosso editore si interessi a me per dare voce alle mie lenzuola o peggio alle mie mutande.

E, in definitiva, vorrei pubblicare libri che mi rispecchino, libri che ricordino chi sono stata ai miei figli, libri che raccontino mondi, che fotografino istanti e che mi sopravvivano come messaggi in bottiglie lasciate in giro per il mondo.

Non ci sono mutande, in questa gloriosa visione.

 

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

Assolutamente no. Pubblicare il più possibile, ma con realtà editoriali oneste.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Riconosco negli autori appartenenti all’EAP quel desiderio feroce e genuino di emergere e far conoscere la propria produzione, è in ognuno di noi, non si può demonizzare. Ma condanno la loro tendenza a favorire modalità quali il pagamento pro pubblicazione. Ogni volta che scrivo un romanzo, attendo mesi per una risposta: soffro un po’ quando arriva un rifiuto ed esulto quando arriva un parere positivo. Quindi inizia il calvario della correzione di bozze, una trafila allucinante di notti insonni che mi fanno odiare e amare il mondo della carta scritta. Per me queste sono le regole del gioco. Pubblicare perché “selezionato”, perché l’editore crede e investe in me. L’autore a pagamento è, al contrario, un autore che investe sull’editore, che non supera alcuna selezione, che riceve un responso editoriale nel giro di dieci giorni, fa un bonifico e si ritrova per le mani un libro, probabilmente digiuno di editing. E si definisce “scrittore”, crea la sua pagina “scrittore” sui social network, si piazza in libreria. Per me rimane un cliente di tipografia.

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

Per quanto l’ultima opzione mi tenti moltissimo, la mia risposta è “nessuna di queste”. Ciò che attira il lettore, nella mia opinione, è la reperibilità del testo e reperibilità del testo significa “distribuzione”. La distribuzione mette i libri sotto gli occhi di tutti, dalla libreria al supermercato, dall’autogrill all’edicola. Il lettore di oggi, per quanto navigato fruitore di libri su internet, rimane un lettore che compra ciò che vede, ciò che trova, ciò che è dappertutto, ciò che viene promosso. Quando io stessa voglio comprare un libro uscito da poco, magari ricorrendo a internet, e leggo “tempo per la consegna: quindici giorni” mi passa la voglia di leggerlo. Noi vediamo un certo libro sullo scaffale, sul banco dei nuovi arrivi, in lancio promozionale e siamo più invogliati a conoscerlo. Ci sono libri bellissimi poco distribuiti che nascono e velocemente muoiono all’ombra di altri testi chiaramente più distribuiti e non sempre altrettanto meritevoli di attenzione. I libri devono girare, per essere di tutti.

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

Lo ammetto candidamente, ho buoni propositi infantili. Tipo trovare sempre il tempo per aiutare mia nonna a infilarsi le calze collant. Non credo che il successo possa inficiare propositi del genere, non credo che manderò mia nonna in giro a gambe scoperte per un po’ di popolarità in più.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

Ho un sassolino solo e riguarda me stessa. Utilizzerei la popolarità per scrivere tutte quelle storie che non ho mai potuto scrivere. Per anni ho raccolto testimonianze dei superstiti della seconda guerra mondiale, ho passato molto tempo a parlare con gli anziani, mi hanno consegnato le loro memorie, le loro lettere, i loro incubi e ho promesso che li avrei raccontati a tutti. Non ho mai potuto pubblicare romanzi che riguardassero il tema della memoria, venne definito “inflazionato e poco commerciale” dagli editori coi quali mi confrontai. Quindi, in primo luogo, manterrei la mia promessa. Poi indubbiamente, da una posizione così privilegiata, potrei rivolgermi a coloro che mi hanno ostacolata, quelli che mi hanno negato la loro fiducia. Potrei dire “vedete? Ve l’avevo detto! Ce l’ho fatta, sono una valida autrice”. Il punto è che non credo che scrivere un bestseller tradotto nel mondo significhi necessariamente “essere una valida autrice”. Il valore dell’autore è soggettivo. Quindi non mi concentrerei sui miei antichi detrattori, ma sul mio personale sassolino: scriverei le storie che gli anziani mi hanno affidato, perché molti di loro se ne sono andati sperando che mantenessi la promessa.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Jamaica Kincaid, osteggiata dalla sua famiglia e costretta a cambiare nome per pubblicare libri. Cresciuta ad Antigua racconta il colonialismo con occhi disillusi. Mi piace la sua attenzione per gli odori, il suo modo di descrivere la miseria, la sua gente, la sua rabbia. Una rivoluzionaria.

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Isabel Allende. Ogni volta che ho iniziato a leggerla, l’ho velocemente abbandonata. Non mi appassiona. Tuttavia non credo che il problema sia lei come autrice, quanto io come lettore. Non era il momento giusto, non ero in vena, l’ho sempre letta nel giorno sbagliato. Magari, fra qualche tempo, ci riprovo.

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

Questa è la più spinosa delle domande. Il mio ultimo lavoro pubblicato è “Il morso degli angeli” per Senzapatria editore: è la piccola storia nera di Ivo, un ragazzo che vive nel viterbese, vessato dalla figura materna e ossessionato da tante piccole stranezze. Prima fra tutte, la passione per le scritte sui muri. Le legge, le annota, le colleziona, si può dire che legga sui muri un grande romanzo a cielo aperto. Consiglio di leggerlo se avete voglia di viaggiare con Ivo, muro dopo muro, alla ricerca di una verità sepolta nel passato, forse chiusa in una certa soffitta. E poi perché è breve, tascabile, economico ( lo dico da lettore: in tempo di crisi, si guarda anche ai costi). Perché questa è la più spinosa delle domande? Perché, se si parla di “ultimo dei miei lavori”, dovrei parlare di un altro romanzo che a breve sarà in tutte le librerie. Non posso sbottonarmi per doveri contrattuali, ma siccome sto proprio comoda nel salotto di Scrivere Donna vorrei spendere un paio di parole in merito al romanzo in arrivo. Nei primi mesi del 2013 mi troverete fra i titoli di un’importante casa editrice che ha creduto in me: è stata una meravigliosa sorpresa per la sottoscritta, spero lo sarà anche per voi. E siete i primi ai quali lo rivelo.

 

Puoi fornirci un link che rimandi alla possibilità di acquisto? Grazie

http://www.ibs.it/code/9788897006350/avanzato-m-silvia/morso-degli-angeli.html

 

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