le interviste Rivista Scrivere Donna — 01 febbraio 2013

Marzia Musneci è una scrittrice di razza. Una con le idee chiare, la parola limpida e incisiva, le trame articolare e precise. Una che spesso si sente dire “scrivi come un uomo”, come se dovesse essere un complimento. Lei risponderebbe così: “Esistono registri narrativi e regole di genere che chi scrive deve saper centrare. A qualcuno sembrerà strano, ma anche le donne possono farlo, con tutto il tacco 12. Per me, le donne possono fare tutto. E corrono gli stessi rischi degli uomini di farlo bene o male.”

Andiamo a conoscerla?

 

Quando hai deciso di scrivere e perché?

 

Non esiste giorno in cui non abbia letto qualcosa. Da quando ho imparato a leggere, e ho imparato prestissimo. A un certo punto è venuto naturale fare il salto di specie. All’inizio è stato un gioco, una scommessa con me stessa. Adesso la scrittura è il perno delle mie giornate.

Ha ragione il mio amico Marco Proietti Mancini, quando dice che leggere e scrivere sono come inspirare ed espirare. Ho completato l’atto respiratorio, insomma. Alla buonora. Ho rischiato la morte da iperventilazione.

 

Che tipo di libri leggi normalmente?

 

Onnivora. Dall’astrofisica ai gialli, dal fantasy ai testi di socioeconomia, alle ricette di Nonna Papera. Quanto poi capisca, è un’altra faccenda. Le ricette di Nonna Papera sono davvero impegnative.

 

Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

 

Lasciami essere categorica: assolutamente no.

 

Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

 

Francamente? Non mi sono mai posta il problema.

 

Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

 

Ho letto splatter scritto da donne. Ho letto fantasy, noir, horror, gialli, saggistica, astrofisica scritti da donne. E romanzi rosa scritti da uomini.

Ho partecipato a diversi concorsi online, dove l’autore si poteva scoprire solo a concorso ultimato, e molti avrebbero giurato che il mio racconto fosse nato da una tastiera maschile.

Esistono registri narrativi e regole di genere che chi scrive deve saper centrare. A qualcuno sembrerà strano, ma anche le donne possono farlo, con tutto il tacco 12. Per me, le donne possono fare tutto. E corrono gli stessi rischi degli uomini di farlo bene o male.

 

Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

 

Qui mi piacerebbe rispondere di no. Però non posso. Perché alcuni uomini, soprattutto rispetto al noir, hanno dichiarato pubblicamente che il pregiudizio ce l’hanno eccome. Che dire? Peggio per loro, si perdono un sacco di belle cose per un atteggiamento quantomeno anacronistico. Devo dire che a qualcuno ho fatto cambiare idea, però. Una bella soddisfazione per me, e complimenti a quelli che sono capaci di ammettere un errore.

 

Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

 

Se preclusione c’è, fatico a capirla: molte donne hanno fondato e fatto crescere proprio il thriller: Agatha Christie, PD James, Mary Higgings Clark, Patricia Highsmith, Patricia Cornwell. Forse dovremmo parlare più che altro di una preclusione dell’editoria italiana. Ma mi pare che la situazione stia cambiando. Nell’edizione 2011 del Premio Tedeschi, su cinque finalisti quattro erano donne. Ho letto con grandissimo gusto la Oliva, la Baraldi, la Fassio e la Astori, tanto per citarne alcune. Leggo troppe cose buone scritte da donne, un editore serio non perde l’occasione per una ridicola discriminazione. O almeno voglio sperare.

 

Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

 

Penso che sia una roba difficile. Parlare d’amore è la cosa più tosta del mondo. Amo molto le trame in cui viene fuori una storia d’amore mentre si racconta altro. Perché l’amore è nella vita e, come la poesia, ti salta addosso quando meno te lo aspetti.

 

Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

 

Lo sto leggendo perché devo regalarlo a mia madre”. “Lo leggo perché l’ho trovato su una panchina e mi ha incuriosito. Ma non lo finisco, no no”. “Lo leggo perché la traduttrice è un’amica, e mi ha chiesto di controllare se ha fatto un buon lavoro”. “Lo leggo perché conosco l’autore e se non lo faccio mi toglie il saluto”. “Lo leggo perché un’amica vuole sapere se è adatto alla figlia, lei non ha tempo”. “Non lo leggo, guardo le pagine”.

 

È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

 

Ma certo. Perché no?

 

Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

 

Mi pongo che spesso mi trovo a desiderare uno stuolo di archivisti, segretari, un agente letterario. E poi una governante, tipo Mamie di Via col vento. Di quelle che pensano a tutto, dalla spesa alle bollette. Quando parto per un progetto di scrittura non ho testa per altro. Ma sensi di colpa no, non mi vengono bene. La scrittura è una cosa totalizzante, mi rende felice. Bisogna dire che, sotto questo punto di vista, sono anche fortunata: ho a che fare solo con me stessa e col gatto.

 

Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

 

Non ho particolare simpatia per il mercato quando diventa l’unico metro di giudizio, l’unico titolo di merito e passa a schiacciasassi su qualsiasi valore. E non parlo solo della scrittura e dell’arte. Perciò questi fenomeni non mi piacciono. Più sopra ho detto che le donne possono fare tutto. Certo. Anche prendere quelle che a me, professionalmente parlando, sembrano delle cantonate.

 

Laura Donnini, nuovo direttore generale Edizioni Mondadori, ha annunciato che ci sarebbero molte autrici a lavoro per sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

 

Magari mi gioco una possibilità, ma no, non è proprio il mio genere. Non renderei un buon servizio a Mondadori. L’ultima scena di sesso di cui ho scritto, l’ho filtrata attraverso gli occhi di un gatto.

 

Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

 

Questa è una tentazione che ti può cogliere la prima volta che proponi qualcosa di tuo, qualcosa a cui tieni molto. È il desiderio che sfruttano gli EAP, gli editori a pagamento. Ci caschi una volta, poi fai l’esperienza, capisci molte cose e diventi più esigente. Non bisogna solo pubblicare, bisogna pubblicare bene. Purtroppo non è facile.

 

Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

 

Sono contraria all’editoria a pagamento. Non perché ci sia qualcosa di sbagliato nell’investire insieme, autore ed editore, su un progetto comune. Però di solito il rapporto non funziona così, e il servizio promesso si rivela carente. Ho visto oggetti-libro di una sciatteria inaccettabile, e non esiste un filtro che selezioni il prodotto letterario. Il mercato è invaso da opere che farebbero miglior figura a rimanere nel cassetto. Inoltre, una volta che è rientrato delle spese con il contributo dell’autore, l’editore a pagamento non ha alcun interesse a promuovere il libro. Se l’autore è uno cocciuto, deve vendersi le copie da sé, una per una. E non dovrebbe essere quello, il suo mestiere. E poi i librai conoscono benissimo gli EAP, e non espongono i loro libri, a prescindere dal valore. L’occasione che un perfetto sconosciuto legga la sinossi del romanzo e lo compri, a chi pubblica a pagamento è del tutto preclusa. Il suo libro lo leggeranno solo amici e parenti. Allora tanto vale ricorrere al print on demand. Mi sembra una soluzione più limpida. Ma la cosa che mi dà più fastidio è la totale irrilevanza del valore di quello che viene stampato. Snatura scrittura e lettura.

 

Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

 

Copertina e titolo sono importantissimi. Nel marasma di carta stampata, un colore, un’immagine o delle parole che suscitano interesse indirizzano la mano, che tu voglia o no. Il fatto che un libro si venda perché l’autore è un personaggio già noto mi irrita profondamente. È molto raro che a questo corrisponda un reale valore letterario. D’Orrico? La vedo difficile. Magari nell’universo accanto, verso sera.

 

Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

 

Quello di non farmi mai le extension viola.

 

Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

 

Ahi, i sassolini nelle mie scarpe ci durano niente. Ho il vizio di togliermeli subito, per buona pace di chi mi circonda. Se quando sarò ricca e famosa me ne verrà in mente uno, sarai la prima a saperlo.

 

Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

 

Mi rendo conto, rispondendo a questa domanda, che non riesco a tenere in considerazione la morte fisica. Ci sono stati libri che mi hanno cambiato la vita: “Le memorie di Adriano” della Yourcenar, la poesia della Merini, “Cecità” di Saramago. Persone con cui la morte non ha partita vinta, al massimo un pareggio.

Spero che continuino a deliziarmi a lungo Umberto Eco, soprattutto per la saggistica, Gabriel Garcia Marquez e Noam Chomsky, che mi aiuta a sistemare quello che penso del mondo. Ed Erri De Luca, che considero immenso.

 

Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

 

Adesso la sparo grossa: Murakami. Lo adorano tutti e io no. Ha immagini bellissime, è vero, ma quella mania di riassumere tutto ogni dieci pagine mi annoia a morte. Se fossi un editor, taglierei almeno 200 pagine da IQ84. Mi sono sorpresa a saltare interi pezzi di testo, ed è strano, perché sono una che legge anche le note, la bibliografia, il numero di edizioni, l’ISBN.

 

Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

Lune di sangue” uscirà a febbraio 2013 per i Gialli Mondadori. È la terza avventura di Montesi, il mio investigatore per caso. Chi ha letto “Nessuno al suo posto” e “Doppia indagine” non può perdersela, chi non l’ha fatto… be’, non è mai tardi per rimediare e leggersele tutte e tre. La quarta è in forno, ma è di cottura lunga, richiede parecchie ricerche.

Nonostante io sia quello che si dice un narratore di passo lungo, mi cimento spesso anche nella narrativa breve, anche brevissima. A gennaio 2013 è uscita un’antologia nata da un’iniziativa di Giallo Mondadori con Radio24, nella quale c’è anche un mio racconto, con un personaggio che amo molto. Non è Montesi, ma sono sicura che la mia Mary piacerà.

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