le interviste Rivista Scrivere Donna — 04 febbraio 2013

Amneris Di Cesare ha scritto uno dei romanzi più intensi che abbia letto nel 2012: “Nient’altro che amare” (Edizioni Cento Autori). Il titolo è fuorviante perché non è una storia d’amore. Non solo. La storia della “Zannuta” è uno spaccato della condizione femminile nel nostro sud che mette l’accento sulla discriminazione, sulla violenza, sull’ignoranza che hanno caratterizzato gli ultimi decenni del secolo scorso. Una storia dura e dolce insieme, la vita di una donna abusata, umiliata, percossa eppure forte al punto da continuare a nutrire amore. Come forse solo le donne sanno fare. E non è detto che sia un pregio. Quindi questa scrittrice schiva e ombrosa la dovete conoscere.

 foto amne

– Quando hai deciso di scrivere e perché?

Partendo dall’alba dei tempi, ho iniziato a scrivere prima ancora di imparare a leggere, quando da bambina passavo ore e ore a raccontarmi le favole che mia nonna non si ricordava più o non aveva tempo per raccontarmi. Il mio sogno di ragazza era di arrivare a scrivere fino in fondo almeno un romanzo. Ma a “scrivere per davvero” ho iniziato con l’avvento di internet, delle web-community e dei blog. E poi dei forum di scrittura. Ho impiegato molti anni, però, a scrivere come si deve, senza “ingenuità” stilistiche, ridondanze, cacofonie, a caratterizzare i personaggi di una storia in modo che fossero “credibili” e che avessero “voce”. Scrivere narrativa non è così facile come potrebbe sembrare. Non basta esser stati bravi in italiano a scuola e scrivere di nascosto poesie piene di lirismo. Scrivere è qualcosa di diverso. Lo si apprende però in gran parte attraverso le critiche severe e a volte feroci di lettori pignoli e puntigliosi e da grosse stroncature.

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Confesso di avere molta difficoltà nello scegliere e leggere i “best-seller”. Leggo soprattutto italiano (tra un autore affermato anglosassone e uno sconosciuto italiano, è più facile che mi porti a casa quest’ultimo). Sono un’appassionata di genere fantasy, e la mia scrittrice preferita è un’italiana, Silvana De Mari. Ma il mio idolo letterario è Italo Calvino, seguito sul fil di lana da Cesare Pavese; tra i contemporanei ammiro Stefano Benni (di cui ho appena terminato l’ultimo libro, un piccolo capolavoro) e il Premio Campiello 2012, Carmine Abate.

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

Leggere per me è importante esattamente come respirare. Non posso stare senza leggere qualcosa. In mancanza di un libro, un giornale, anche il bugiardino dei medicinali va bene, ma i miei occhi e la mia mente devono essere per almeno cinque minuti al giorno impegnati con qualcosa che abbia a che fare con la lettura. E leggo per tante ragioni: per informarmi di ciò che accade nel mondo, per aggiornarmi sulle varie discussioni in campo letterario ed editoriale e/o sociale, per valutare un manoscritto, per svagarmi e liberarmi la mente dopo le preoccupazioni quotidiane. Quando mi trovo nello stato di necessità di evadere dalla realtà quotidiana per un po’, prediligo il fantasy e sì, in quel caso, preferisco un libro di J.K. Rowling a uno di Umberto Eco, per dire.

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

Sul web il “motto” che ho adottato è quello di Faith Whittlesey (o di Ann Richards, ci sono diverse diatribe sulla “maternità” di questo quote) che recita: Ginger Rogers eseguiva tutti i passi di Fred Astaire, ma all’indietro e sui tacchi a spillo”. Credo renda bene l’idea che, se non discriminate, le donne devono comunque impegnarsi il doppio per arrivare dove vogliono, e questo non solo nella scrittura. In tutti i campi. Ho pensato spesso di provare a pubblicare con uno pseudonimo maschile, ma ho poi sempre desistito. In fondo mi piacciono le sfide difficili e comunque impegnarsi è indispensabile per riuscire. Impegnarsi il doppio è cosa molto buona.

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

Ammetto di esserne stata convinta a lungo, condividendo quel luogo comune che vuole la scrittura delle donne più intima, profonda, cervellotica; scava a fondo nell’animo dei personaggi, è più emozionale rispetto a quella maschile, si dice spesso. Un piccolo esperimento che ho realizzato e sto realizzando sul forum che gestisco da sette anni, mi ha fatto sospettare del contrario: ho messo a confronto, senza rivelarne le fonti, pezzi di scrittura maschile e altrettanti di femminile e il risultato è stato sorprendente. I testi femminili erano più crudi, se non addirittura più “maschi” di quelli dei loro corrispettivi di genere. Forse non è poi così vero che la scrittura si debba dividere in maschile o femminile. Forse la scrittura è soltanto scrittura. Ma continuerò ad analizzare il problema, approfondendolo.

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Io non ho avuto occasioni per sperimentarlo. Sui social network leggo di fan maschi e sfegatati di autrici come J.K. Rowling, Silvana De Mari, Ursula K. Leguin (quest’ultima oltre a scrivere fantasy è anche una grandissima scrittrice di romanzi di fantascienza, genere letterario comunemente considerato più adatto per un pubblico maschile fatte le dovute eccezioni, ovviamente). Se però ci siano pregiudizi da parte di case editrici a pubblicare autrici piuttosto che colleghi del sesso opposto, basta confrontare le statistiche: http://libroguerriero.wordpress.com/2012/01/03/scrittura-perche-le-donne-sono-meno/

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Il sospetto l’ho avuto, sì..

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

Mah, io scrivo principalmente storie d’amore e il mio lettore ideale è una donna. Ma mi è capitato di avere commenti osannanti per il mio romanzo pubblicato e per quello ancora in cerca di editore da parte di uomini e commenti più tiepidi e critici da parte di lettori donne. Non saprei come valutare questa esperienza. Forse che sono più gli uomini quelli bisognosi di leggere storie d’amore ma non lo confesserebbero neppure sotto tortura?

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

In genere la narrativa rosa la si bolla con una parola, inglese: “harmony”. In realtà Harmony è una collana della casa editrice Harlequin-Mondadori, che pubblica romanzi molto brevi dove si raccontano passioni sentimentali veloci e rapidissime: uno sguardo, una scintilla che scocca, un conflitto insanabile che temporaneamente separa di due amanti, un incontro e una seconda chance, e il lieto fine, immancabile. Il tutto ambientato nell’Ottocento o ai giorni nostri, gli scenari possono variare. Quello che non varia, di solito è la contrapposizione tra gli status sociali dei due amanti: lei/lui ricchissimo/a si innamora di lei/lui poverissimo. Alla fine, il riscatto del/della poverissimo/a che sposa il/la ricco/a innamorato/a. In effetti, questi piccoli libri sono tra i più venduti e le case editrici che li pubblicano vantano fatturati da capogiro. Ma in effetti sono molto semplici, sia nello stile che nell’intreccio e nella caratterizzazione dei personaggi. Il fatto è che la maggior parte di questi romanzetti è d’importazione, vale a dire che sono testi tradotti dalla lingua inglese e ridotti per il mercato italiano anche in termini di dimensioni. Molte case editrici infatti riducono originali complessi e maggiormente articolati in brevi riassunti, semplificandone anche lo stile per adattarli a una lettura veloce e vorace. Si arriva così a pensare che Rosa sia sinonimo di “amore che fa rima con cuore” se poi spruzzato con una buona manciata di di eros, meglio ancora. Ma è un errore di fondo. Perché i “Rosa” dovrebbero poter raccontare storie di sentimenti e della complessità dei meccanismi che girano attorno a queste emozioni. Parlare di sentimenti può voler significare anche il parlare di “rapporti amorosi difficili”, di violenza, verbale e fisica, di sudditanza psicologica, per esempio, cose che avvengono nella vita reale, proprio in nome di quell’Amore con la A maiuscola di cui si ha tanta paura di parlare e che si considera troppo “femminile”. (Del resto, il “romanticismo”, corrente letteraria di’inizio ‘800 era tutt’altro che sentimentalismo intriso di melassa; i poeti e gli artisti romantici erano la summa della conflittualità, del dolore e dell’impetuosità del sentire umano. Cosa abbia indotto a cambiare il significato di “romantico” in “sdolcinato” non è dato saperlo). Ma già, se si oltrepassa questo confine, in genere, si è portati a considerarlo non più un “genere rosa” ma un molto più ampio “mainstream” o dargli una connotazione più seriosa con il termine, sempre inglese, di “romance”. Io invece rivendico il “rosa” e il “romantico” anche e soprattutto per questi temi, così importanti e complessi, ancora non ben analizzati e sviscerati, secondo me. Poi, possiamo catalogare il genere “Rosa” in svariate sfumature di colore che possono andare dal Rosa Shocking al Rosa Antico, passando per il Rosa Fucsia e il Rosa Pesca e il Rosa Salmone (colori che tra le altre cose, io trovo meravigliosi indosso agli uomini!).

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Sembrerà strano, ma io ho lavorato in ambienti professionali – prima di scegliere di lasciare il lavoro per dedicarmi alla famiglia – composti quasi esclusivamente da donne. Con le quali ho trascorso giornate intere collaborando, litigando, discutendo e realizzando cose di cui ancora oggi vado molto orgogliosa. Molte di queste donne, dopo quasi vent’anni, sono ancora mie amiche. Ho aperto la prima web-community su MSN (si chiamava Quack-Power, il motto era “perché le nostre fragilità sono la nostra forza) insieme a due donne meravigliose, con le quali ho realizzato in modo del tutto virtuale, un progetto di auto-aiuto per gli attacchi di panico che portò quella community ai livelli più alti delle frequentazioni di MSN della fine degli anni ’90 e inizio 2000. Ho collaborato a due antologie a scopo benefico, una per una Onlus che si occupa di dare supporto ai bambini ospedalizzati, e una che si occupa di randagismo in Romania, la cui curatrice è una donna, energica, a volte dura, che non manda a dire le cose e insieme a due gruppi numerosi di autori che erano in prevalenza donne (c’erano anche autori uomini, ovviamente ma erano in netta minoranza). Entrambe le esperienze sono state esaltanti, non ci sono stati litigi o scontri tali da mettere in difficoltà i progetti. Io lo auspico di cuore una collaborazione tra donne scrittrici, e non solo per la scrittura, anche perché sono fermamente convinta che non solo sia possibile, ma che sia realizzabile al 100%. Sono convinta che le donne possano collaborare e realizzare progetti significativi in tutti i campi.

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Giustifico questa mia passione – perché scrivere per me è principalmente una passione – come quell’angolo, quel ritaglio di spazio che ognuno di noi, uomo o donna che fosse, dovrebbe riservare a se stesso, tutti i giorni o anche solo una o due volte la settimana. Ci sono persone che amano andare in palestra e scolpire il proprio corpo, o anche solo a sfogare le tensioni correndo su un tapis-roulant, ci sono persone che dipingono, che sferruzzano, che cucinano, che si dedicano al bricolage, all’origami, all’orto. Bene, scrivere (e leggere) sono per me quello “spazio privato”, quella “stanza tutta per me” che io ho riservato al mio benessere personale. E che non porta via nulla ai miei figli e alla mia famiglia: continuo a occuparmene, a studiare con loro, a seguire le mie faccende domestiche, e anziché sfogliare una rivista di gossip o asciugare lo smalto alle unghie, io leggo o scrivo. Certo, mi farebbe piacere poter dire: faccio questo per vivere. Ma forse avrei dovuto impegnarmi di più in tempi passati, oggi forse è un po’ tardi.

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

I fenomeni editoriali “shock” ci sono sempre stati. Da Porci con le ali, a Volevo i pantaloni (che peraltro era un libro di denuncia su temi molto forti, quali la violenza domestica e la pedofilia), fino ad arrivare ai famosi 100 colpi di spazzola; quest’estate abbiamo avuto le 50 sfumature di grigio, nero e rosso (e già, da 100 siamo passati a 50, mi verrebbe da notare, numerologicamente parlando, a dimostrazione del calo di contenuti anche rispetto ai più “anziani predecessori”). Fenomeni che hanno il solo e unico scopo di scioccare e scuotere un po’ il perbenismo sonnecchiante dei lettori e che, secondo me, in alcuni casi, lasciano il tempo che trovano. Un po’ come il tormentone estivo di turno, che può allungarsi di una, due stagioni, per poi diventare obsoleto e addirittura irritante. Secondo me non toglie nulla alla narrativa di qualità che invece perdura nel tempo. Più che un “best-seller” a me piacerebbe saper scrivere un “long-seller”. E sulla scena dell’esordienteria, lasciatemelo dire, visto che leggo molti esordienti, di “diamanti grezzi” o brillanti scrittori ce ne sono. Parecchi.

– Laura Donnini, nuovo direttore generale Edizioni Mondadori, ha annunciato che ci sarebbero molte autrici a lavoro per sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

Il primo forum che ho iniziato a frequentare, quando volevo “imparare a scrivere narrativa per davvero” è stato il forum WMI, gestito da Franco Forte. La prima cosa che insegnava Franco Forte era che, se si voleva saper scrivere professionalmente, bisognava saper scrivere di tutto, soprattutto sotto progetto. Se fossi reclutata dalla Edizioni Mondadori, non avrei problemi o remore a scrivere ciò che mi fosse commissionato. Si impara moltissimo in ogni caso, e io non sono mai paga di imparare. E’ dura, imbrigliare la propria creatività, seguire schemi, adattarsi a un tema, specialmente se non ci è congeniale o se va contro a principi morali ed etici. Ma se si vuole seguire un indirizzo professionale in questo campo, è necessario attenervisi. Quale sia la mia opinione personale a proposito della scelta di inflazionare il già pienissimo mercato editoriale con questa roba, è cosa ben differente. Ovviamente non ne sono entusiasta, e non applaudo a questa iniziativa. Ma penso che proverei a ragionare come faceva Anaïs Nin, quando per ragioni puramente economiche, scriveva racconti erotici commissionategli da un cliente che rimase sempre anonimo: proverei a metterci ugualmente del mio, dentro quei testi, e cercherei di mostrare il mio punto di vista, un pezzettino del mio essere anche in qualcosa che magari non condivido in pieno, in termini di principio.

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

Assolutamente no. Non ho mai avuto la smania di vedere il mio nome stampato su una copertina di un libro. Quello che volevo, a cui tenevo in modo particolare, era che il mio romanzo fosse principalmente ben scritto, curato fin nei più piccoli dettagli, e che subisse un duro e attento vaglio da parte di un bravo editor. Perché il mio scopo è sempre stato quello di essere letta e, così come ci si impegna a organizzare una buona cena per amici a cui si tiene particolarmente, e non ci si accontenta di cucinare cibo scadente o bruciacchiato, tanto per fare, esattamente allo stesso modo ci si dovrebbe preoccupare su come presentare la propria scrittura: il mio pensiero è sempre per il lettore che prendendo in mano il mio libro possa dimenticarsi che l’ho scritto io ed entri nella storia, nei personaggi, ne sia coinvolto. Che legga con gusto e non si debba interrompere perché infastidito per errori di grammatica, ortografia, o frasi contorte e non molto comprensibili. E questo risultato lo può dare solo una casa editrice che non chieda contributi all’autore, che abbia a cuore quel testo perché ci crede e proprio per questo decide di investire in quel prodotto, che alla fine confezionerà e promuoverà al meglio proprio perché sicura del successo e del ritorno anche economico che ne ricaverà. Non mi accontenterei mai di niente di meno che questo. Per tutto il resto, c’è il self-publishing, pratico, veloce, economico e anche pulito.

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Sul self-publishing io non sono drastica come ho invece avuto occasione di leggere su alcuni blog in proposito: è un’opzione pratica e utile. Anzi, spesso mi sono chiesta perché le case editrici non accettino in visione manoscritti stampati in POD, anziché plichi e plichi di fogli A4 stampati a mano. Se io ho qualcosa da dire, e la voglio comunicare a quattro amici, genitori, fratelli, cugini perché non pubblicare la mia raccolta di poesie o di favole raccontate davanti al caminetto dalla nonna con un self-publishing? Se non ho voglia di impegnarmi a rispettare un contratto, a organizzare presentazioni, a divulgare comunicati stampa, ma mi basta condividere con gli amici di facebook il mio e-book self-made, perché non crearmene uno in pdf o per Kindle? Dunque un “Ni” al Publishing On Demand.

Per l’editoria a pagamento, il discorso cambia e di molto: al di là della cifra che solitamente vien chiesta e che è già di per sé una ruberia, avrò solo garantita la consegna di scatoloni contenenti le copie del mio libro, che non saprò dove mettere e che vedrò impolverare in cantina e di cui tenterò in parte di disfarmi regalandone a destra e a manca, solo per il gusto di dire “ho scritto un libro anche io”. Non avrò garantiti né l’editing accurato (che spesso vien fatto pagare a priori dall’autore, aggiungendo questa spesa a quella della stampa) né la promozione e la distribuzione, serie e accurate. Assolutamente e totalmente contraria a tutto questo. Un “NO!” forte e deciso all’Editoria A Pagamento.

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

Tutto questo e niente di tutto questo. Fin troppo facile scaricare la colpa sull’editore che non ti promuove, sulla copertina che non è accattivante, sul titolo che non è ficcante. Credo che alla lunga, il passaparola tra lettori sia quello che veramente serve di più al successo di un libro. E magari un passaparola autorevole, con una o più recensioni di una certa importanza.

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

Raggiungere il successo, per me significherebbe potermi chiudere nella mia stanza, davanti al mio pc, scrivere un altro romanzo senza più occuparmi di cercare un editore che creda in quello che scrivo, limitarmi a poche apparizioni mirate perché un editore che mi pubblica ce l’ho e mi organizza lui le apparizioni mirate.

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

Eh, come dice quel jingle pubblicitario di quella nota carta di credito:

firmare la copia del tuo libro a chi ti diceva di smettere, non ha prezzo…”

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Già detto prima: Silvana De Mari, grande scrittrice fantasy, la vera Rowling italiana. Scrive fantasy perché Nessun genere poteva darmi la leggerezza che mi dà il fantasy. L’Ultimo Orco è un libro crudo, ma un libro di ambientazione storica lo è di più. E poi noi siamo “veramente magici”. La nostra mente quando è immersa nella fede, quando è immersa nella speranza, ha capacità straordinarie. Il fantasy esprime questo concetto.” [Fantasy Magazine] e Stefano Benni, tra i contemporanei, per lo stesso motivo. Stefano Benni scrive spesso storie visionarie, ai limiti della realtà e della fantascienza giocosa ma sempre con un occhio al dolore del vivere. Arrivando al il più grande di tutti, che è Italo Calvino, e anche lì, siamo nel giocoso, nella manipolazione delle parole per trattare con lievità tematiche forti e crude. Un amore recentissimo, il Premio Campiello 2012, Carmine Abate. Ho seguito in diretta fino all’alba la sua premiazione, scambiandomi sms con un amico libraio ed esultando esattamente come se fossi davanti alla vittoria dell’Italia ai Mondiali.

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Apprezzo molto come scrive Alessandro Baricco, ma non tutti i suoi libri mi sono piaciuti. Anzi, li ho letti quasi tutti ma fin’ora ne sono riuscita ad apprezzare solo tre. Perché? In moltissimi c’è l’abilità di usare le parole come fossero plastilina modellabile a piacere, ma in tanti c’è compiacimento e pretenziosità. E’ un grande scrittore ma non sempre riesce a raggiungermi l’intimo più profondo.

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

Ho da qualche mese pubblicato per la Edizioni Cento Autori il mio romanzo d’esordio, Nient’altro che amare. E’ la storia di Maria a’zannuta, donna procace ma brutta di faccia, con un difetto fisico, i denti sporgenti, che la marchia per la vita; Maria è una donna placida, pacifica e prolifica come una coniglia. Disprezzata, emarginata, derisa dal suo stesso paese, violentata ma anche molto amata. E che attraverso nessun’altra opzione se non quella di rispondere alla vita con l’Amore, riesce comunque a riscattarsi e a resistere ai “calci e agli sputi della sua gente”. Molte storie d’amore in un romanzo che tutto rosa non è, ma che di sentimenti parla dall’inizio alla fine. Un “rosa” più cupo, forse. Non un rosa al 100%, sicuramente non un rosa convenzionale. Perché leggerlo? Perché sono sicura che la storia di Maria, a’ cunigghjia, a’ zannuta, riuscirà a coinvolgere anche voi, come ha fatto con me e con tanti che già lo hanno letto e apprezzato.

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copertina corretta

http://www.centoautori.it/index.php/le-novita-delle-edizioni-cento-autori/704-nientaltro-che-amare-di-amneris-di-cesare

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