le interviste Rivista Scrivere Donna — 08 febbraio 2013

Diffido degli scrittori “personaggio”. A meno che non siano genuini. Simonetta Santamaria, Simonoir, è più che genuina. È autentica. Indossa teschi, bracciali gotici e, a guardarla bene, da dietro la sua simpatia partenopea traspare un lampo luciferino che ben la colloca tra misteri, orrori, vampiri e licantropi. Oh, ma non vi venga mai in mente di citarle Twilight… Potrebbe saltarvi alla gola.

 

– Quando hai deciso di scrivere e perché?

Ho scritto il mio primo romanzo a 14 anni: l’avventura di 4 ragazzini alla ricerca di un tesoro nella villa del nonno di uno di loro, in stile Goonies per intenderci, solo di nove anni prima. Poi mi sono data alle favole viste a modo mio e infine sono approdata al genere che le mie corde suonano meglio: il thriller e l’horror. Scrivo per passione, e come tale da lei mi lascio trasportare con grande piacere.

 

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Thriller e horror, soprattutto. Mi piace confrontarmi con altri autori e col relativo panorama letterario. Ma poi ogni libro che m’intriga, di qualunque genere sia, finisce inevitabilmente su mio comodino. Con un occhio attento agli scrittori italiani.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

Solo se la storia lo meritava. Non è detto che un autore scriva sempre delle mirabilie; Stephen King, per esempio, che io amo alla follia, ha avuto un periodo di produzioni piuttosto mediocri. L’ho letto sempre e comunque per fedeltà ma ho preferito i romanzi di Preston e Child, o di Patterson.

 

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

Ostacolare la passione mai, creare delle difficoltà sì. Già il mio genere è da sempre appannaggio maschile, manco se la Paura fosse generabile solo da scrittori uomini. Una volta un agente letterario si propose dicendomi che se volevo lavorare con lui avrei dovuto A) cambiare il mio nome con uno maschile, B) possibilmente straniero. L’ho silurato all’istante. Per fortuna ho la testa dura e mi piacciono le battaglie, quindi continuo per la mia strada senza farmi condizionare troppo da quello che mi circonda.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

No, credo esista la scrittura buona e quella cattiva. Certo, se leggi romanzi rosa è facile pensare che li abbia scritti una donna ma solo perché il genere mal si associa, per accezione comune, al DNA maschile. Un po’ come l’horror per le donne, in fondo.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

In un certo senso sì. Ho sentito molti uomini dire “non leggo romanzi scritti da donne” e tristemente aggiungo “men che meno se sono italiane”. Ho sempre sostenuto che gli autori sono avvantaggiati rispetto alle autrici: le lettrici si abbandonano alle sensazioni, ai sentimenti, si “innamorano” del carisma dell’autore, dei suoi personaggi, sognano insomma. I lettori invece sono più distaccati e critici. Conclusione: più fans per gli autori che per le autrici.

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

No, mai. Piuttosto preclusione nei confronti di autori italiani. Ce n’è ancora molta; siamo esterofili, viviamo di miti importati e guardiamo con sospetto i nostri scrittori che non hanno certo quella risonanza mediatica riservata ai colleghi stranieri.

 

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

Come ho detto, si tende a settorializzare certi generi, a “sessizzarli” come si faceva con le pistole e le bambole, il rosa e il celeste, la casa di Barbie e la pista Policar. Io avevo la pista, però, e pure la pistola; ho sempre remato contro i pregiudizi che il sesso m’imponeva.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

Figlia di Harmony e Layla, la narrativa rosa si porta dietro questo marchio di letteratura di serie B. Non si compra (bada bene, non ho detto “non piace”) perché fa poco intellectual-style averlo in libreria. Ma se la si infiocchetta con una copertina intrigante e meno esplicita, la si edita sotto un marchio importante, le si fa una martellante campagna promozionale spacciandola per il fenomeno del secolo, allora va benone. Vittima anche lei di stupidi preconcetti con l’aggiunta di una buona dose di ipocrisia.

 SS

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Sono sempre favorevole alle sinergie. Piuttosto che chiudersi nel proprio misero orticello a compiacersi di quei tre pomodori che siamo riusciti a produrre, non è meglio scambiarsi i semi per ottenere una ricca produzione?

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Ho la grande fortuna di avere una famiglia meravigliosa che mi consente di avere i miei spazi. Quando scrivo mi isolo al punto da dimenticarmi a volte perfino di preparare la cena, o magari di lasciarla sul fuoco finché il fumo e la puzza di bruciato non invadono la casa… Sono certa che mio marito e i miei due figli, per il loro altissimo livello di tolleranza, come minimo si sono conquistati un posto in paradiso. C’è da dire però che io non me li faccio neppure tanto venire, i sensi di colpa: ho lavorato tanto per loro (e continuo a farlo) che adesso gli tocca pure lasciarmi un po’ in pace. Me lo devono. Tutte le famiglie lo dovrebbero, alle loro mogli, allo loro madri.

 

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

È il piano B all’insoddisfacente promozione da parte del grosso editore. Oppure, in caso di editoria minore, la rivalsa sul rifiuto. Non è la prima volta che autori sconosciuti pubblicati da case editrici perlopiù sconosciute hanno venduto più di un bestseller solo per essersi sparati nella rete creando il fenomeno editoriale self-made. Personalmente, soprattutto se manca un valido filtro editoriale, tendo a dubitare della qualità del prodotto; inoltre l’autore rischia di bruciarsi su larga scala se il lettore ne resta deluso.

In ogni caso, vedrei più professionale un’operazione condotta da un’agenzia preposta. Che il metodo poi sia utilizzato maggiormente dalle donne sarà perché su alcuni obiettivi sono più determinate, e quando ne individuano uno vanno dritte alla meta senza troppi scrupoli. Ho visto pubblicizzare romanzi con danze pseudo-erotiche a chiappe al vento tra gli scaffali di librerie in pieno centro… Ok, la guerra è guerra, ma ci devi essere tagliata per certe cose.

 

– Laura Donnini, nuovo direttore generale Edizioni Mondadori, ha annunciato che ci sarebbero molte autrici a lavoro per sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

Mi farei una risata! Una volta ho provato con l’eros ma ho ammazzato la protagonista … e poi il racconto me l’ha pubblicato il Giallo Mondadori. No, mi arrendo, il genere non fa per me. Io scrivo perché ci godo a inventare le storie che scrivo: ecco, sarà mica macabre-porn, il mio?

 

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

No, non per come la vedo io almeno. Scrivere e pubblicare è un po’ come scalare una montagna: ha senso se ogni sforzo, ogni affondo di piccozza ti porta più in alto, verso la vetta. Che senso avrebbe girarci intorno restando sempre alla stessa altezza da terra? Poi, un discorso sono i racconti e un altro sono i romanzi. Il racconto lo puoi regalare, per lo scrittore è un divertissement, e poi quindi vale sempre la pena partecipare a un’antologia proprio per attivare quelle sinergie di cui abbiamo parlato prima. Ma il romanzo è un’altra cosa: c’è un lavoro impegnativo dietro, e non è giusto mollarlo al primo che capita, magari farsi incappiare in un contratto capestro e poi lasciare che il vuoto lo ingoi. Purtroppo da questa esperienza ci siamo passati in tanti. Io ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2008, l’avventura editoriale non m’è piaciuta affatto e allora mi sono fermata, appesa alla mia parete di roccia, cercando di affondare la piccozza in un punto più alto. Non mi sono più fatta fregare dalla frenesia del pubblicare e oggi – e solo oggi – ho un contratto con la Mauri Spagnol che è il terzo gruppo editoriale italiano. M’è costato tempo e pazienza, e generose dosi di periodico scoramento. Ancora più difficile è stato perché il mio è un genere che tutt’oggi predilige stranieri e uomini. Quindi una bella vittoria, però da considerare solo uno step: la vetta (se mai ci arriverò) è ben lontana.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Li disapprovo e li combatto. Oggi aumentano a dismisura gli aspiranti scrittori e molti si sentono geni letterari incompresi: questo fa da humus all’editoria pirata che fa leva sulla loro vanità e poi li spenna chiedendo soldi e non facendo nulla di quanto gli spetterebbe: distribuzione in primis e promozione poi. Ora, parliamoci chiaro, il filtro dell’editore (quello serio) serve anche a non immettere sul mercato una marea di porcherie, il che va a detrimento dell’editoria stessa. È comodo vincere facile ma dipende da cosa si vince. Se alla fine ci resta solo un libro e qualche copia venduta ad amici e parenti, non è meglio stamparselo da soli? Almeno avremo risparmiato un bel po’ di soldi senza aver alimentato un sedicente editore. Meglio una piccola ma onesta casa editrice che uno stampatore a pagamento. E poi vuoi mettere la soddisfazione?

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

Cavoli, tenere D’Orrico per le palle significherebbe successo garantito! Scherzi a parte, il supporto dei media è fondamentale. La televisione ha un potere enorme di diffusione, e la massa parte dal presupposto che se sei in tv allora vali qualcosa, quindi se legge ti compra. Recensioni su quotidiani e riviste, interviste radio fanno salire il nome dell’autore. La veste grafica del libro è influente ma il nome tira più dell’immagine. Anche centrare il personaggio ha la sua importanza, purché dietro ci sia una storia degna di essere letta.

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

Con i guadagni del successo farei riposare mio marito e lo ricambierei di tutto quello che lui ha dato a me in oltre trent’anni di vita insieme. Con la gloria del successo mi piacerebbe essere la botta di culo per quegli autori che non meritano di restare al palo.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

Non riesco a immaginarmi in una tale veste… In genere i sassolini me li levo già, man mano, qualora mi dovessero dare fastidio. Sono una che va d’accordo con tutti ma non tollero che mi si calpesti: in quel caso, nessuna pietà. Magari depennerei qualche nome dalla lista dei collaboratori, questo sì. E confinerei i leccaculo in un girone omonimo: è una categoria che detesto. La verità è che non so mascherarmi dietro il falso buonismo, e dico quello che penso.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Stephen King, un amore di sempre. È lo scrittore che più sento affine a quello che io intendo per Paura: quella quotidiana, potenzialmente reale, non fatta di mostri fantastici ma dal vicino di casa, dall’incognita dietro l’angolo, dalla persona con cui dividi il letto. Ma ne avrei altri, di nomi…

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Andrea Camilleri. Non mi piace il suo modo di narrare, quei continui ed eccessivi affondi nel dialetto siculo che alla lunga mi annoia distraendomi dalla storia. Dialetto semplificato, poi, per ragioni tecniche di comprensibilità, che finisce per diventarne la parodia. Ci ho provato ma proprio non se ne scende. Ma ne avrei altri, di nomi…

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

Il romanzo uscirà nella primavera 2013 per il marchio Tre60, se tutto fila liscio. Si tratta di un thriller ambientato a Napoli condito col mio solito elemento soprannaturale che lo avvicina all’horror. Dolore, indagine, frustrazione, rabbia, amore, vendetta. E un gatto (anzi, due): la cornice partenopea e i gatti sono gli unici elementi costanti delle mie storie. Con qualche intrigante incursione di personaggi e luoghi dei romanzi precedenti.

 

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