le interviste Rivista Scrivere Donna — 15 febbraio 2013

Abbiamo l’onore di accogliere nella nostra rubrica la voce della più grande scrittrice di fantasy italiana: Silvana De Mari. Un’autrice che non ha bisogno di presentazioni. La Rowling italiana che avrebbe ben altra visibilità se il nostro mondo editoriale non fosse così ghettizzante nei confronti di alcuni generi. Ascoltiamola, perché dopo questa intervista guarderemo al fantasy con ben altri occhi.

foto ARONAnelWEB.it

Foto di Emanuele Sandon

http://www.aronanelweb.it/risorse/foto_firmadautore_3ed_librerialibrami_2009/slides/EGS2009_02332.html

– Hai scelto il genere fantasy per trattare tematiche sociali importantissime. Perché questo escamotage?

Come giustamente diceva la buonanima del dottor Tolkien, padre di tutti noi, il fantasy è un genere universale quindi un linguaggio universale: noi parliamo di fulmini e non di lampadine. Ne L’ultimo elfo il piccolo Yorsh che corre sotto la pioggia è contemporaneamente il bambino armeno inseguito dai turchi, il bambino ebreo inseguito dalle SS, il bambino tutzi inseguito dalle milizie hutu.

Gli Yurdioni sono la barbarie totale, non solo spirituale ma anche tecnologica e quindi soprattutto linguistica. Gli Yurdioni sono le armate dei barbari che si abbattono sulla raffinata civiltà romana, le armate di Gengis Khan su quella cinese, ma anche i terroristi suicidi, i talebani che annientano definitivamente il buddismo afgano. Sono coloro che non hanno, non hanno pensato, non hanno costruito, non hanno detto, non hanno inventato e quindi odiano di un odio assoluto coloro che queste cose fatte.

La letteratura Fantasy, racconta lo scontro frontale tra una civiltà certo imperfetta ma di vita e una cultura di morte rappresenta la nostra epoca, siamo il secolo del genocidio. Tra tutte le maniere che abbiamo per capire la storia, esaminare i fatti della politica, l’architettura, l’arte, la letteratura, la letteratura fantastica, quest’ultima sarà, sempre, quella che più ci darà accesso alla verità, perché il linguaggio metaforico nasce dall’emisfero sinistro, che non è capace di menzogna e che , lui, sì, ha la potenza arcaica di resistere all’indottrinamento.

Il linguaggio metaforico cela all’interno delle sue complesse volute il nocciolo della verità non raccontabile, e la nasconde perché, protetta dall’irrealtà della narrazione, quella realtà possa finalmente essere affrontata.

La letteratura fantastica è una forma di comunicazione. La comunicazione aumenta la nostra sopravvivenza, perché aumenta la nostra conoscenza del mondo.

Abbiamo due tipi di comunicazione: una diretta e una metaforica.

Nelle epoche precedenti l’alfabetizzazione di massa, la narrazione fantastica, portata dal cantastorie sotto forma di poema epico, ma anche di fiaba, era l’unica forma di comunicazione che superasse i confini del villaggio della tribù, della polis. Il cantastorie narrava di Troia oppure di Ulisse o di re Artù e la conoscenza diventava accessibile e possibile, l’emozione condivisa creava l’affiliazione al gruppo nazione tra individui che non si conoscevano, ma che avevano lo stesso poema epico. che superava quella del.

La narrazione conteneva la conoscenza della storia, battaglie, regni, guerre di liberazione o di unificazione, della geografia, il viaggio di Ulisse o di altri eroi, e anche di nozioni pratiche, come era fatta una nave o la casa di un re, che a contadini dispersi tra le proprie capre, erano ignote.

Ma soprattutto vengono contagiate emozioni. L’emozione della vittoria che aumenta il coraggio di chi ascolta, e questa è la funzione del poema epico, aumentare il coraggio, e poi l’emozione del dolore, della morte, della perdita, così che la narrazione diventa un addestramento all’elaborazione del lutto. L’emozione dell’innamoramento, quella del riso: fiumi di colore che vengono a riempire la quotidianità aumentando anche il bagaglio esperienziale: la nostra esperienza e quindi la nostra capacità di risolvere problemi si arricchisce di tutto quello che è accaduto della narrazione.

Dall’analisi della letteratura fantastica si evince la storia di un popolo. Nascoste nell’oro e nell’argento, nella magia e nelle profezie, ci sono le lacrime e il sangue, tutte le lacrime e tutto il sangue.

Ha sostenuto Kafka che quando la realtà è troppo atroce per essere guardata negli occhi, occorre usare il velo della narrazione fantastica. La neurobiologia ha confermato questa affermazione. Il cervello del bambino fabbrica endorfine mentre ascolta la voce che gli racconta una fiaba: le endorfine facilitano il sonno, diminuiscono la percezione del dolore, aumentano la potenza cognitiva. Se volete dei bambini intelligenti raccontate loro delle fiabe, se volete dei bambini molto intelligenti raccontate loro molte fiabe ( Einstein).

La stessa regola vale per noi: dove ci sono molte narrazioni compaiono il pensiero filosofico e scientifico. Sono come il passo destro e il passo sinistro: una civiltà ha bisogno di entrambi. Dove non c’è il moto la scienza si insterilisce , anzi non nasce nemmeno. Il mito e la scienza sono le due maniere di conoscere la realtà, il mito per via metaforica e analogica, la scienza per via logica ed analitica. Dall’integrazione di entrambe nasce la forza di una civiltà di vivere ed evolvere.

La storia umana è contenuta nel poema epico, la persecuzione del bambino è contenuta nella fiaba, Tratteremo della nostra storia, in questo libro parleremo di noi.

Questo libro parla del nostro presente, e quindi del nostro futuro. Abbiamo un bel po’ di supereroi, sempre più cupi e ammaccati, per tutto il resto il fantasy e l’horror regnano incontrastati. Da soli più di metà degli scaffali delle librerie e degli schermi. Dalla loro ossessiva presenza possiamo capire quello che succede nella mente degli uomini, e nella loro storia, dall’illuminismo in poi. Se non sono Orchi sono Estranei, se non è Sauron è Voldemort, se non sono vampiri sono fantasmi.

Una ciclopica danza macabra in cui siamo immersi.

E’ l’angoscia per il nostro presente, il terrore per il nostro futuro che abbiano nascosto in mezzo alla Terra di Mezzo, tra le aule di Hogworths, dall’altra parte della Barriera di Ghiaccio, oltre i confini delle terre note. Dentro le zanne di Alien, negli occhi spenti degli zombi abbiamo messo il non raccontabile, l’indicibile.

Siamo immersi in una cultura di morte. Libri, film, serie televisive: tutto pullula di cultura di morte, se non sono ciberterminatori, sono vampiri, o extraterrestri predatori o virus. Persino i film per bambini, I pirati dei Caraibi del capitano Jack Sparrow, sono popolati da mostri, fantasmi, creature fatte di dolore e putridume. Voldemort e i suoi Mangiamorte rubano la scena a Sauron e ai suoi Nazgul, a Saruman con i suoi sterminati eserciti di orchi. Dalle tombe si sono alzati eserciti di zombi, che film dopo film arrivano con il loro passo sgraziato a mangiare l’anima o più prosaicamente il cervello dei vivi.

Tutta la nostra narrazione fantastica è immersa in una cultura di morte, perché siamo il secolo del genocidio e perché non siamo certi di avere un futuro. Sappiamo che il male assoluto esiste e siamo sull’orlo della fine del mondo. Abbiamo fronteggiato due culture di morte, comunismo sovietico e nazismo tedesco e ora siamo di fronte alla terza, la teocrazia islamica, l’ordine a ucciderci in quanto infedeli ovunque ci troviamo.

Nel fantasy c’è anche l’informazione su come andrà a finire. Vincono le culture di vita.

– Il fantasy è genere amato dai giovani. I tuoi lettori sono soprattutto ragazzi e ragazze?

No, tutte le età sono presenti.

Percepiscono un intento pedagogico, se c’è, nella tua produzione o propendono per la parte più strettamente avventurosa?

La grande letteratura fantasy nasce con il Signore degli anelli e le Cronache di Narnia, contiene grandi valori. Tolkien e Lewis hanno riaffermato il valore della spiritualità biblico evangelica annientati nelle due terrificanti religioni arte del 20º secolo, il comunismo sovietico e nazismo tedesco. La vera letteratura fantasy parla dei grandi valori

– Esiste un pregiudizio nei confronti della narrativa fantasy in Italia? E, se sì, come si manifesta?

C’è un pregiudizio notevole. Ho tenuto conferenze i licei presentata da insegnanti di lettere che dopo aver sbagliato il mio cognome ci hanno tenuto a sottolineare che l’incontro era fatto per volontà degli studenti e contro la loro. La letteratura fantasy e considerata un genere per bambini e per semideficienti. Non so se avete presente Aldo, Giovanni e Giacomo quando coi cornoni verso il basso fanno: «Io sono Skrunk figlio di Skronk», il genere fantasy più o meno è quella roba lì.

In realtà il genere fantasy è un genere straordinario che fonde due generi precedenti: il poema epico e la fiaba.

Il poema epico contiene valori maschili, il poema epico contiene il coraggio, la lealtà e la cavalleria. Con questo non voglio dire che noi femminucce siamo tutte delle vigliacchette, ma il coraggio è una virtù virile, ci va il testosterone; mentre la fiaba contiene valori femminili, la fiaba contiene il desiderio di una donna di essere amata, la fiaba contiene il piacere di un bambino di essere amato, la fiaba contiene il dolore dei bambini non amati. La fiaba è l’unico contenitore che per secoli ha osato contenere la persecuzione dei bambini.

Scrittrice di grandi storie, ma anche di saggi. Quale dei due aspetti prevale?

Sono entrambi la mia passione.

Quando hai deciso di scrivere e perché?

A causa di continui trasferimenti di mio padre, ho avuto un’infanzia e adolescenza molto solitarie. I libri erano sempre lì, l’unico amico sempre disponibile. È stato a 19 anni che ho deciso che sarei diventata un raccontatore di storie. La decisione è stata presa dopo aver visto il film Brancaleone alle crociate. Scrissi allora le prime righe di un racconto finito decenni dopo: il Cavaliere la strega la morte e il diavolo.

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Saggi di storia e di psicologia.

È evidente nei tuoi libri l’attenzione alla condizione femminile nel mondo di oggi. Sei mai stata criticata per questo?

Sono molto criticata perché oso affermare che la dignità della donna non può esistere all’interno dell’islam.

È di ieri la notizia che Fayhan Ghamdi, famosissimo predicatore onnipresente sulle reti TV dell’Arabia Saudita, è stato condannato a pagare una semplice multa per aver stuprato e poi picchiato a morte la figlia di cinque anni con un bastone e una frusta. Il predicatore ha assassinato la sua bambina perché, come ha dichiarato, non era vergine.

In Iran una bambina di otto anni può essere sposata e lapidata. La più piccola lapidata in Iran a 12 anni. In questo momento l’Iran presiede la commissione Onu dei diritti delle donne. Chiunque afferma che l’Islam rispetta le donne o è molto disinformato o sta mentendo.

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

Un grande scrittore deve scrivere come un uomo e come una donna. Quando fa parlare Francesca, Dante scrive come una donna.

Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Fortunatamente non più. Le grandi autrici dell’ottocento inglese lo hanno infranto per sempre. Onore a loro e al loro coraggio.

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

No, mai.

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Non è una cosa che ami: la scrittura, per me almeno, e solitudine passione. Non mi sono posta il problema.

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

Non ho capito la domanda. Non so cosa sia un fenomeno editorial- marketing

– Cosa ne pensi del dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Penso che molte persone sognano di diventare scrittore. Alcuni capolavori, il gattopardo, furono rifiutati da tutti gli editori e pubblicati dallo scrittore a proprie spese.

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Vivente? Quindi Oriana no? Ok, allora scelgo Bet Ya ‘Or, scrittrice di origine egiziana con un coraggio da leonessa il cui saggio Eurabia ha ispirato Oriana Fallaci e, pari merito, Hirsi Ali, regina guerriera, per la lucidissima scrittura con cui ne L’Infedele racconta la sua infibulazione, la psicosi che travolge la sorellina, l’avventura dell’incontro con il pensiero filosofico..

E in campo letterario, dopo aver letto Harry Potter e l’ultimo libro, la Rowling, per la capacità di tenere insieme migliaia di pagine in maniera coerente, per la capacità di descrivere caratteri diversi e la loro evoluzione, per la fondamentale fede nell’uomo.

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Devo sceglierne solo uno tra tutti gli insulsi tromboni che masticano ipocrisia e buonismo?

Il problema è che non ho mai letto nessuno dei loro libri: li mollo a pagina tre.

– In molti ti hanno paragonata, per impatto emotivo e qualità letteraria, alla Rowling. Pensi che essere una scrittrice, italiana e legata al genere fantasy abbia in qualche modo limitato la diffusione dei tuoi libri?

È senza alcun dubbio un problema, dato che la maggioranza delle case editrici straniere non ha un lettore italiano

– Parlaci del tuo ultimo lavoro.

L’ultima Profezia del mondo degli uomini – l’epilogo
La Profezia fatta affinché il mondo sia di nuovo salvato deve avverarsi e si avvererà grazie agli eroi più inverosimili: il soldato addetto alle latrine, un donna di costumi discutibili, un truffatore che si spaccia per negromante, un bambino piagnucoloso. Le vie sono infinite e imprevedibili, e alla fine la spirale farà il suo ultimo giro così che alla fine tutto avrà avuto un senso. Tutto avrà avuto una spiegazione.

Questo libro è una storia di figli, di padri, di fratelli.

Anche le civiltà più grandi possono crollare. L’impero romano crolla sotto l’ attacco dei barbari, quello cinese sotto l’attacco dei mongoli. L’impero orco vive in pace a fianco del regno degli uomini. Il confine delle terre ignote si è spostato sempre più a oriente. Dall’altra parte di una muraglia maltenuta vivono gli yurdioni, popolo di ferocia inaudita e di altrettanto inaudita barbarie. Gli uomini e gli orchi hanno dimenticato la guerra, gli yurdioni non pensano ad altro. E sotto il loro attacco l’impero orco crolla, il regno degli uomini viene travolto. Il mondo noto diventa una landa infinita di fango e archi spezzati, con cadaveri straziati che giacciono scomposti nelle fosse comuni.
Gli yurdioni hanno rimpolpato le loro file con bambini rapiti al mondo degli uomini. Uno di questi bambini Ariel ha portato nel loro mondo il sangue di Rankstrail e Rosa Alba e il ricordo del giocattolo elfico per eccellenza: la trottola che riproduce la spirale aurea, il simbolo dell’infinito. Gli yurdioni marciano compatti, ma nelle loro file marcia Kail, yurdione della stirpe di Rankstrail con una trottola nascosta nella giubba lisa. Grazie a un’ antica profezia dettata da Arduin il Signore della Luce mezzo millennio prima, gli uomini risolleveranno la testa, la dignità sarà ritrovata la libertà rinascerà.
Il soldato più disprezzato della sua armata, una giovane donna di costumi discutibili, un bambino piagnucoloso, uno straordinario raccontatore di menzogne sono i quattro artefici della risurrezione, perché quando il male travolge il mondo, chiunque può essere quello che fa la differenza. Alla fine anche gli yurdioni saranno salvati, perché anche loro sono fratelli. 

Share

About Author

scrivendovolo

(1) Reader Comment

  1. Ciao mi chiamo chiara e io e una mia amica che si chiama bea stiamo scivendo un libro mi da qualche consiglio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.