Silvia Longo ha pubblicato il suo romanzo d’esordio “Il tempo tagliato” con Longanesi e lo descrive così: “Nessun lustrino, nessun ammiccamento, nessuna soluzione facile per farvi ridere o commuovere a comando. Solo l’intenzione di portarvi un libro sincero e ben scritto.” Perché Silvia crede nella scrittura “Alla faccia di chi pensa che descrivere il quotidiano, raccontando storie di gente comune, sia poca cosa. Di chi crede che si possa rifilare ai lettori quintali di parole non soppesate, mal curate, affastellate affinché tutti i bambini facciano “oh”. Alla faccia di chi scrive senza rispetto per chi legge, e di chi legge senza rispetto per il lavoro dell’autore.”

Scopriamola insieme.

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– Quando hai deciso di scrivere e perché?

Non è stata una decisione cosciente: ho sempre scritto, fin da ragazzina, per entrare in contatto con me stessa e con il mondo. Scrivere significa riuscire a trovare le parole esatte, e quindi comunicare.

 

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Narrativa, soprattutto. Alternando i classici a libri di autori contemporanei. Leggo anche poesia e saggi, ma più di rado.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

Normalmente scelgo i libri in base ad altri criteri: l’argomento e la qualità della scrittura, femmina o maschio che sia l’autore.

 

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

Se qualcosa mi ha ostacolato non è stato il mio essere donna, ma la difficoltà di conciliare la scrittura con tutte le incombenze che l’essere donna comporta.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

Esiste, ed esprime la percezione femminile della realtà. Non tanto ciò che viene scritto, ma il come. Spesso, ma non sempre, è individuabile al di là del contenuto – così come accade con la scrittura maschile.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Sì, succede. Perché si tende a ricondurre la scrittura femminile al genere rosa, a modi e tematiche che molti uomini (e anche molte donne) guardano con sufficienza. Spesso dimenticando autrici di grande raffinatezza – Dickinson, Austen, Munro, Morante, Deledda e molte altre – che hanno raccontato “storie di donne” ben inserite in un contesto storico e sociale. Con potenza, precisione, consapevolezza, ma senza rinunciare alla femminilità. Ma anche il romanzo rosa, se ben scritto, ha comunque una sua dignità.

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Mi rendo conto che questo fenomeno esiste, ma non l’ho sperimentato personalmente. Presso l’editrice Longanesi, che mi ha scelta, accudita e seguita passo passo, mi sono sentita libera di esprimermi nel modo a me più consono. E non mi risulta che agli autori uomini sia riservato qualche tipo di privilegio. Non in questa casa editrice.

 

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

No, e questo è il bello. Conosco uomini che amano leggere storie d’amore. Del resto l’amore si declina in maniere e ambiti diversi, non esiste solo quello romantico o passionale del genere rosa. Si amano i figli, si ama la musica, si amano i viaggi, le avventure, lo sport, la storia. Si cerca Dio in una forma di amore perfetto. Credo che anche nei romanzi meno sentimentali ci sia amore, non fosse altro che quello dell’autore per la scrittura.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

Penso di sì. Si tende a far coincidere l’idea di storia d’amore con una cosa tutta cuoricini, fiocchetti rosa e nuvolette. Si prende cioè tra le mani il libro di una donna e magari lo si accantona pensandolo “roba per signore”. Attenzione, però: ci sono autori uomini che scrivono di queste cose. E soprattutto che le leggono.

 

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Una collaborazione, la creazione di una rete in cui interagire confrontando e scambiando punti di vista, credo avrebbe un’utilità. Noi donne, quando smettiamo di sentirci rivali tra noi, siamo capaci della massima fiducia, quindi in teoria sarebbe anche fattibile. Non vedo però la necessità di creare un manifesto particolarmente “tecnico”.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Scendo a qualche compromesso. Il tempo non basta mai, e anche l’energia è limitata. Quindi a volte mi dedico di più al lavoro, altre volte alla casa e alla famiglia, altre volte alla scrittura. Sto imparando a tenere sotto controllo i sensi di colpa: ho capito che è bene riderci su, sdrammatizzare. Ma se qualcuno ti mette spalle al muro e cerca di farti sentire in colpa, è proprio il momento di arrabbiarsi e di sottrarsi coscientemente a quel meccanismo.

 

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

Che in Italia le donne leggano più degli uomini non è una novità. Mi trovo a riflettere invece sul nostro orientamento letterario. Come mai il genere soft-porn è così apprezzato dal pubblico femminile? Questo orientamento significa libertà di scelta, è un segnale di emancipazione? Il gusto sado-maso (molto soft anche quello, in verità) di alcuni libri, mi induce a pensare che la donna, ancora oggi, senta forte la necessità di appartenere a un uomo. Si passa dal padre al marito, da una figura di riferimento all’altra. Ecco quindi che i protagonisti maschili di queste saghe letterarie sono potenti e autoritari, e vengono a salvare la protagonista da una vita “piatta”. Dei principi azzurri, o sfumati di vari colori, che ti svegliano dal sonno dei sensi, ma non si limitano al bacio salvifico. Il cambiamento che molte donne auspicano deve partire dal privato. Dobbiamo essere le prime a crederci.

 

– Laura Donnini, nuovo direttore generale Edizioni Mondadori, ha annunciato che ci sarebbero molte autrici a lavoro per sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

Mi verrebbe un attacco di ansia! Scherzi a parte, “ciclo produttivo” significa sfornare un certo numero di libri in un lasso di tempo relativamente breve. Dovrei essere certa di riuscire a rispettare le scadenze senza che la fretta pregiudichi la qualità del testo. Due traguardi che mi suonano poco conciliabili tra loro. Inoltre non sono molto interessata a scrivere soft-porn: la scena di sesso, in un libro, dovrebbe arrivare per necessità narrativa, esattamente come una scena di altro genere. Non importa quanto sia dettagliata o “scabrosa”: deve essere al servizio del libro, e non rappresentarne necessariamente il/un climax. Nei soft-porn succede l’opposto, e cioè la struttura e la trama del libro sono al servizio delle scene di sesso.

 

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

No. Non ha senso. “Pubblicare purché sia”, tanto per l’autore che per l’editore, sarebbe puro autolesionismo.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Non vedo nulla di male nel self-publishing e nel print on demand: in fin dei conti è come andare in tipografia a farsi stampare un libro. Scegli quante copie, decidi la copertina, il tipo di carta. Ha senso soprattutto per chi desidera “mettere in ordine” i propri scritti e, magari, farne dono a qualcuno. Diverso è se vuoi vendere il prodotto: perché dovrai fare tutto da solo. Quando hai una vera e propria casa editrice alle spalle, puoi contare sempre su qualcuno che, di volta in volta, ti aiuta a valorizzare la tua scrittura (nella fase di editing) e che in seguito dà risalto al tuo libro e lo distribuisce capillarmente, che ne segue l’iter giorno dopo giorno. Nemmeno il più serio e volenteroso degli editori a pagamento, purtroppo, può offrirti tutto ciò.

Quindi, se hai spirito imprenditoriale, nessuno ti impedisce di autopubblicarti e poi di vendere il tuo prodotto. Quanto a me, vale sempre il vecchio principio per cui è bene che ognuno faccia il suo mestiere.

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

Sicuramente una copertina ed un titolo azzeccati sono fondamentali, specie per un esordiente: da solo, il suo nome non dice nulla. La nostra è una società basata in buona parte sull’immagine, per cui il passaggio televisivo può aiutare a renderti riconoscibile, almeno fisicamente. L’ “innamoramento” di un critico mi lusingherebbe parecchio. Ma alla fine sono i lettori che contano: solo loro possono decidere come accoglierti e se fidarsi di te.

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

Davvero non riesco a immaginarlo. Mi piace pensare che riuscirei a mantenere salda la testa sul collo.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

Alla faccia di chi pensa che descrivere il quotidiano, raccontando storie di gente comune, sia poca cosa. Di chi crede che si possa rifilare ai lettori quintali di parole non soppesate, mal curate, affastellate affinché tutti i bambini facciano “oh”. Alla faccia di chi scrive senza rispetto per chi legge, e di chi legge senza rispetto per il lavoro dell’autore.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Due, posso? Alice Munro, per la perfezione nella forma breve del racconto. Perché è la dimostrazione che la scrittura femminile non è lagnosa o di superficie, come vorrebbero i cliché. Ma precisa e persino tagliente nel trattare il dolore. E lieve, là dove è necessario.

Cormac McCarthy, specie nella Trilogia della frontiera. Per la capacità di descrivere con sobrietà senza rinunciare agli spunti poetici. Per come sottolinea il rapporto uomo-natura. Per la contestualizzazione storico-geografica, perfetta.

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Non ce n’è uno in particolare. Trovo una certa discontinuità in molti autori, però, anche in quelli più noti. Per cui magari un loro libro mi piace e il successivo no. Non ho pregiudizi, cerco di leggere più che posso.

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

Il tempo tagliato è il mio romanzo di esordio, uscito lo scorso 27 settembre con Longanesi. Mi piacerebbe che lo leggeste perché ho lavorato con grande passione e cura tanto sul testo che sulla storia. E soprattutto con onestà, la stessa che ha messo il mio editore nel pubblicarmi. Nessun lustrino, nessun ammiccamento, nessuna soluzione facile per farvi ridere o commuovere a comando. Solo l’intenzione di portarvi un libro sincero e ben scritto. È la storia di una fuga, di un incontro, di un breve viaggio. È la storia di molte donne e di molti uomini, anche. È la storia del confine tra amore e autoannientamento. Tra senso di colpa e ribellione. Tra vita e morte. Tra infelicità e speranza di poter ricominciare.

 

Puoi fornirci un link che rimandi alla possibilità di acquisto? http://www.ibs.it/code/9788830431164/longo-silvia/tempo-tagliato.html

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Grazie

 

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