le interviste Rivista Scrivere Donna — 22 aprile 2013

Chiara Segre, signori. Un’autrice che alla domanda su quale sassolino si toglierebbe dalla scarpa in caso di grande successo editoriale, risponde: La prima cosa che farei sarebbe entrare in un negozio di libri antichi e artistici presente in una zona molto centrale della mia città, Milano, guardarmi intorno sventolando il libretto degli assegni e dire: “Avevate ragione qualche anno fa, non credo che abbiate niente per me, peccato”. Così mi fu risposto in passato quando entrai in quel negozio per dare un’occhiata. Ricorda molto una famosa scena di Pretty Woman.” Ecco la miglior risposta ai luoghi comuni sulle donne e lo shopping, che ne dite?

 foto CV segre

– Quando hai deciso di scrivere e perché?

 

Da sempre. La risposta non è certo originale, ma è la verità. Io credo che qualunque scrittore che arriva a pubblicare abbia sempre desiderato farlo, fin dall’infanzia. Scrivere non è solo stare seduti ad aspettare la divina ispirazione, ma è metodo, studio, fatica e tempo. Solo chi è animato da una passione sincera e profonda, che sgorga da dentro, riesce a trovare la costanza per scrivere sul serio.

Il mio primo romanzo lo iniziai quando avevo otto anni, e ricordo ancora il titolo: Storia di una vita sotto le stelle. Narrava le avventure di un gattino randagio. Non so più che fine ha fatto, mia nonna non mi ha ancora perdonato di averlo perso. Negli anni dell’adolescenza scrivevo solo saltuariamente sui diari, ma ripresi seriamente la mia attività di scrittura dai primi anni di università.

 

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Tendo a leggere di tutto per cercare di ampliare il più possibile i miei orizzonti, anche se prediligo soprattutto la letteratura per ragazzi, che poi è quella di cui mi occupo come scrittrice.

Amo moltissimo gli albi illustrati e le storie fantastiche (in senso lato, non solo fantasy), ma anche i gialli e i romanzi a sfondo storico o sociale. E non disdegno la saggistica.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

In senso negativo, si. Mi spiego meglio; mi è capitato più volte di decidere se non comprare un libro per cui non era scattato il classico colpo di fulmine utilizzando come discriminante il genere. Per esempio, difficilmente scelgo un libro rosa o molto introspettivo.

 

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

Sinceramente, no, almeno per ora, né in senso favorevole che sfavorevole. Sarà perché per me lo scrittore/scrittrice nella sua funzione di narratore non è più maschio o femmina, ma solo un essere umano veicolo di emozioni.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

Credo che esista una scrittura che la società e la cultura tendono a definire femminile, ma come tutte le classificazioni aprioristiche non da che un piccolo spaccato della varietà e della complessità delle scritture di autrici donne. Penso che ci sia molta più variabilità tra singoli scrittori (siano essi uomini o donne) rispetto a una divisione in base al sesso.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Io non lo sperimento direttamente sui miei lavori, perché si rivolgono a un pubblico di bambini che ancora, per fortuna, sono molto meno sensibili degli adulti a questo genere di “discriminazioni”, ma penso che in linea generale questo pregiudizio ci sia, come in molti altri ambiti della società. Alla stessa JK Rowling fu chiesto di omettere il suo nome intero, Johanne, per evitare che lettori maschi potessero non comprare Harry Potter perché scritto da una donna.

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Ancora una volta, nella mia esperienza personale non mi è capitato, ma forse perché nel settore dell’editoria per bambini e ragazzi le regole sono un po’ diverse da quelle dell’editoria per adulti.

 

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

Il tema dell’amore e dei sentimenti di per sé non ha distinzioni di sesso, perché riguarda l’essere umano. Quello che può fare la differenza è il modo e il punto di vista con cui si trattano le storie d’amore: in questo senso, penso che esistano delle preferenze di genere.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

Per me esiste. In Italia la narrativa rosa è sinonimo di “Harmony”, sdolcinerie ad elevato tasso glicemico e piattezza delle situazioni e delle storie.

E fenomeni puramente di marketing come la trilogia della 50 Sfumature, per citare solo un esempio recente, non fanno che alimentare questi pregiudizi.

 

 

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Possibile e, a mio avviso, auspicabile. Luogo comune vuole che gruppi di sole donne non possano lavorare insieme senza farsi le scarpe a vicenda. Io non sono d’accordo, penso che gli attriti non siano una questione di genere ma di carattere personale. Io ho collaborato a diversi progetti editoriali con donne ed è stata una grande esperienza, anzi gli unici grandi problemi sono venuti proprio da alcuni degli uomini coinvolti. Le editrici di Camelozampa, casa editrice con cui ho pubblicato il mio ultimo lavoro, sono due donne e con loro ho un rapporto di assoluta stima e rispetto reciproco.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Non credo che sia un dilemma che si riscontra solo nella scrittura, ma in tutti gli ambiti professionali. L’eterno dubbio tra famiglia e carriera, tra doveri coniugal-familiari e realizzazione personale. Personalmente penso che ogni donna dovrebbe ridefinire i suoi spazi e la volontà di realizzarsi come persona, senza dover fare rinunce in nessun campo. Il segreto è una buona organizzazione e scrollarsi definitivamente di dosso i sensi di colpa, retaggio di un passato di impronta maschilista non più al passo coi tempi.

 

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

Dal punto di vista del marketing, non ci vedo niente di male: se un prodotto funziona in termini di vendite, non biasimo l’editore che lo spinge e cavalca il successo.

Quello che non comprendo è a monte: come facciano ad avere successo, perché evidentemente a molte persone piacciono. Un esempio già citato: le 50 Sfumature. Li ho letti, presi a prestito, e da donna non capisco proprio come possa piacere un modello di femminilità che pare catapultato direttamente dall’era pre-femminista. E persino le scene di sesso dopo tre volte diventano noiose da leggere. Ma evidentemente è questo il segreto del marketing, perché anche io ne sto parlando…

 

– Laura Donnini, nuovo direttore generale Edizioni Mondadori, ha annunciato che ci sarebbero molte autrici a lavoro per sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

Non trovo che ci sia nulla di male a scrivere su commissione. La scrittura non deve per forza essere alta letteratura, ma è anche artigianato, e come tale può essere commissionato e retribuito.

Io non entrerei nel ciclo produttivo di romanzi erotici, non per finto moralismo, ma semplicemente perché mi annoia leggerli e non amo scriverli, forse non ne sono nemmeno capace.

Non avrei problemi a scrivere su commissione in altri ambiti editoriali.

 

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

Come ogni assolutismo, io sono contraria. Non neghiamolo, la pubblicazione è qualcosa che tutti gli scrittori sperano di conseguire, è la consacrazione del proprio lavoro affinché possa arrivare al lettore. Ma non deve essere l’unico scopo della scrittura, che è prima di tutto un “esercizio di anima” personale, altrimenti si rischia di entrare in spirali perverse che, spesso, possono finire anche nell’editoria a pagamento, pur di pubblicare.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Sul print-on-demand e il self publishing, non ho nulla in contrario. Se una persona vuole pagare un tipografo per un servizio professionale di stampa e rilegatura, per regalare delle copie del proprio testo ad amici o parenti o magari anche per spedire il libro a un editore o agenzia letteraria, ben venga.

 

Ben altra cosa è l’editoria a pagamento, contro la quale io conduco ogni volta che mi è possibile una strenua guerra. Forse anche perché ci stavo per cadere anche io, all’epoca del mio primo libro, Gedeone. Giovane e inesperta, non mi sembrava vero aver trovato un editore disposto a pubblicarmi, e mi aveva quasi convinto col discorso sulla divisione dei costi. In fondo, 4000 euro per un sogno non erano nemmeno tantissimi, “solo” 4 mesi di stipendio. Per fortuna una mia cara amica, Marina Lenti, mi impedì di accettare, svelandomi i retroscena e le conseguenze del pagare per pubblicare, e dopo un anno pubblicai con un rispettabilissimo editore, Il Gioco di Leggere, rigorosamente NO EAP.

 

Io considero l’editoria a pagamento un furto legalizzato, che gioca sull’inesperienza di tanti giovani scrittori e sul sogno di vedersi pubblicati. Piuttosto che pubblicare EAP, molto meglio il Self-publishing. Senza contare il danno che gli editori EAP fanno agli editori che, invece, come è giusto che sia, si accollano il rischio imprenditoriale di investire su libri di valore.

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

Io personalmente scelgo d’istinto sulla base della copertina. Solo dopo leggo la quarta o il nome dell’autore. Ma la vera differenza per decretare il successo di un libro è la distribuzione e soprattutto la visibilità in librerie o nei punti vendita. Nemmeno io vado tutte le volte a spulciarmi tutti i libri dimenticati sugli scaffali, ma vengo attirata da quelli posti in bella vista.

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

Non fare mai della scrittura un lavoro. Ora per me è un hobby, impegnativo, che mi tiene occupata diverse ore al giorno, ma che posso guardare con distacco proprio perché non sento la pressione che deriva dal successo e dal dover dipenderci per vivere, e sono contenta di questo.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

La prima cosa che farei sarebbe entrare in un negozio di libri antichi e artistici presente in una zona molto centrale della mia città, Milano, guardarmi intorno sventolando il libretto degli assegni e dire: “Avevate ragione qualche anno fa, non credo che abbiate niente per me, peccato”. Così mi fu risposto in passato quando entrai in quel negozio per dare un’occhiata. Ricorda molto una famosa scena di Pretty Woman. La seconda cosa che farei sarebbe scrivere a un editore di una casa-editrice medio piccola italiana a cui recentemente ho chiesto gentilmente un’informazione e mi son sentita pontificare in maniera molto maleducata e spocchiosa come se fossi un bambino che ha appena rotto una finestra con una pallonata.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Ne ho diversi. Molti, ovviamente, sono scrittori di letteratura per ragazzi, fantastica e fantasy come JK Rowling, Philip Pullman, Silvana de Mari e Bruno Tognolini.

Tra gli scrittori per “adulti” amo moltissimo Stefano Benni, Eduardo Mendoza, Jostein Gaarder e Alexander McCall Smith, per citare solo i contemporanei. Quello che amo in uno scrittore è soprattutto l’ironia e l’umorismo.

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Una volta, durante l’adolescenza, lo amavo molto ma ora non riesco più ad emozionarmi con i suoi libri, nonostante ne apprezzi la bravura tecnica: Paulo Coelho. Probabilmente negli anni ho perso un po’ il fascino per i temi troppo spiritualisti.

 

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

Come accennato in precedenza, io mi occupo di letteratura per bambini e ragazzi. Ho all’attivo due albi illustrati: Gedeone (Il Gioco di Leggere, 2010, illustrato da Chiara Dattola) e Lola e io, il mio ultimo lavoro, uscito il 19 ottobre scorso per Camelozampa e in vendita al momento nelle librerie e on line.

Lola e io è la storia dell’amicizia tra una bambina “speciale” e il suo cane altrettanto “speciale” (non posso dire altro per non rovinare il colpo di scena finale), valorizzata dalla splendide illustrazioni di Paolo Domeniconi. E’ una storia che commuove con la dolcezza e la meraviglia del quotidiano, perché con un’amicizia così, si può anche ricominciare a essere felici. Il libro è indicato dai 5 anni in su, ma è una storia perfetta anche per gli adulti.

Da leggere per chi sa quanto speciale possa essere il rapporto uomo-animale e quanto un amore così possa “illuminare” la vita.

 

 

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copertina high res segre

Lola e io, come tutti i libri Camelozampa, si trova nelle migliori librerie su tutto il territorio nazionale sia di catena che indipendenti, e su tutti i principali distributori on line.

E’ anche ordinabile direttamente dal sito dell’editore, che spedisce al domicilio senza spese di spedizione:

 

http://www.camelozampa.com/libro/50/Lola-e-io

 

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