le interviste Rivista Scrivere Donna — 30 aprile 2013

Se P.D James fosse nata italiana, meglio, napoletana, avrebbe una marcia in più: la divertentissima perfidia che solo Diana Lama sa donare ai suoi personaggi. Se non l’avete mai letta, è ora che cominciate. E se siete di quelli che storcono il naso davanti al thriller, horror e noir, meglio. E’ ora che vi ricrediate. Come dite? E’ un consiglio un tantino autoritario? Ma no, perché… Io però se fossi in voi lo ascolterei, a meno che non vogliate incontrare Peppiniello e il suo strummolo con la tiri peppola. Non sarebbe un incontro salutare, credetemi.

Diana Lama

– Quando hai deciso di scrivere e perché?

Per molto tempo ho pensato di essere troppo pigra per scrivere da sola, e l’ho fatto con un amico, con cui ho vinto il Premio Tedeschi del Giallo Mondadori. Poi ho capito che era quello che davvero volevo fare, e ho smesso di lavorare in coppia. Scrivo da sola dal 2000.

 

– Che tipo di libri leggi?

Sono onnivora e bulimica, leggo per respirare. La mia preferenza va al thriller, giallo etc perché è il mio campo specifico di interesse, ma sono curiosa di tutto, ho una stanza della casa sottratta senza troppi scrupoli al resto della famiglia, ed è la mia biblioteca, completamente tappezzata di libri.

 

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

Non ho avuto particolari problemi, anche se un certo pregiudizio esiste, almeno in Italia.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

Penso che ci sia un modo di scrivere in un certo modo più femminile e un altro più maschile, ma non necessariamente sono correlati al sesso dell’autore.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini, soprattutto nei generi che tu prediligi?

Forse in Italia, ma sicuramente non all’estero, dove autrici di thriller di grande successo hanno lettori appassionati di ambo i sessi. E’ ovvio che un lettore maschio non preferisce un giallo in cui la componente romantica è molto evidente, ma se una storia ha tensione, ritmo, e la giusta dose di suspence e violenza, non penso si facciano distinzioni di sesso.

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Non credo sia una questione di preclusione verso le donne, l’Italia soffre di un pregiudizio verso un genere che ovunque nel mondo è amato, apprezzato e produce best-seller. Da noi c’è ancora un po’ di vergogna a dichiararsi autore di gialli, thriller, suspence, noir. Va di moda la cronaca vera. Molti poi preferiscono pensare che quando saranno cresciuti scriveranno letteratura “alta” . Io non la penso così. Un buon libro è un buon libro è basta. E un libro brutto lo è anche se è etichettato bene e vince premi. La parola finale è sempre al lettore, quello vero, non quello che compra il libro di moda e lo lascia intonso.

 

– La tua scrittura appare profondamente intrisa dalla napoletanità e da una buona dose di ironica, divertente perfidia. Le due cose sono collegate?

Certo. A Napoli perfidia e ironia beffarda convivono, sono la condizione abituale di chi ci abita e affronta la quotidianità in una città bellissima e difficile. I miei racconti sono spesso napoletani e sarcastici, i romanzi invece no.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Io vorrei avere più tempo per scrivere. Lotto con le unghie e con i denti per rubare spazi temporali alle altre attività. Tra il mio lavoro di medico, tre figlie tra l’infanzia e l’adolescenza e una vita caotica non è sempre facile. Però sono ben organizzata, ben supportata e soprattutto non mi faccio sensi di colpa  , scrivere è quello che mi fa stare bene.

 

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Certamente si può collaborare. Ho tante colleghe amiche in questo ambiente. Ho partecipato a antologie al femminile con Sperling e Mondadori e sono state belle esperienze. Sui movimenti letterari ho le mie personali riserve, e c’è sempre poi il rischio di autoconfinarsi in un ghetto.

 

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

Mi sembra che in un mondo in cui l’informazione è velocissima, l’offerta enorme e la selezione difficile sia importante il marketing per un libro come per qualsiasi altro prodotto. Dietro un buon romanzo, oltre il lavoro dello scrittore c’è quello di tanti altri professionisti che si impegnano. Mi sembra giusto così. Non credo abbia particolare impatto sulla distribuzione per sesso dei lettori. Da sempre le donne rappresentano la fascia principale di lettori forti.

 

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

Assolutamente no. Non sono preda dell’ansia di dimostrare che esisto come scrittore pubblicando in qualunque modo. Preferisco aspettare l’editore che mi da garanzie di apprezzare il mio lavoro e distribuirlo bene.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Non li apprezzo assolutamente. Ritengo che se scrivi qualcosa che valga la pena di essere letto, un editore serio ti pubblicherà. Non ha senso incaponirsi con l’editoria a pagamento. Il gattopardo può capitare una volta al secolo, tante altre cose sarebbe meglio non vedessero la luce. Poi uno può fare fotocopie e farsi leggere da amici e parenti, non spammarsi in giro in cerca di consensi.

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

L’apprezzamento di D’Orrico sicuramente fa molto, utile anche il passaggio televisivo. La fidelizzazione di un personaggio seriale può aiutare. Poi se hai un nome conosciuto incide molto – anche se non sei uno scrittore. Come lettore io personalmente bado all’incipit e allo stile delle prime pagine. Copertina e titolo possono incuriosirmi e spingermi a aprire il libro.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

P. D. James. Assolutamente la regina del giallo. Ha creato alcuni dei libri più belli di questo genere. Ancora lucidissima e in gamba anche se oltre i novanta. Ho avuto l’onore di stare a tavola con lei quando vinsi il Premio Tedeschi nel 1995. Ed è anche una donna 

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Confesso: mi annoiano Kundera e Marai. E tanti altri, ma evito di leggerli.

 

– Parlaci dell’e-book “Non toccatemi il sangue” (Mezzotints): perché questo titolo?

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E’ un’avventura in cui mi sono tuffata con entusiasmo. Io sono un divoratore di libri e per me il profumo e la consistenza della carta è vitale, però sono certa che il futuro è degli e-book. Sono sicura che presto sarà normale avere un reader come possedere un cellulare. Il progetto di Mezzotints mi ha affascinato perché è curato con grandissima professionalità e gusto, in un campo in cui c’è ancora molta approssimazione. Il titolo somiglia a quello di uno dei racconti, ma l’abbiamo scelto per indicare come i piccoli perfidi crimini di cui parla nascono da un’esigenza intima dell’assassino.

Grazie per queste domande molto stuzzicanti.

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