le interviste Rivista Scrivere Donna — 10 maggio 2013

L’autrice di oggi è Donatella Righi che propone un interessante spunto di riflessione: C’è sicuramente un “modo di dire” delle autrici che è ascrivibile al loro essere donne, al loro modo di percepire il mondo e di rifletterlo, nel senso di riproporlo all’esterno dopo che è passato nel setaccio della sensibilità femminile. Mi viene perfino da dire che c’è un “gusto” specifico di genere per le parole usate, cosa che sarebbe interessante misurare scientificamente. In attesa che qualcuno raccolga la sfida, noi andiamo a conoscerla meglio.

righi

– Quando hai deciso di scrivere e perché?

L’ho deciso tardi, quando ho cominciato a uscire dal torpore che per anni aveva ibernato la mia potenziale voglia di fare e dire. Ha coinciso più o meno con un periodo di bilanci e di sguardi rivolti al passato, con una riga del totale tirata più per riflettere, riazzerare e ripartire che per godere di quanto già percorso. Pertanto la mia scrittura inizialmente non poteva che avere un carattere autobiografico, solipsistico e autoreferenziale, una sorta di scrittura terapeutica. Solo dopo aver svolto questa sua funzione, ha potuto guardare altrove e trasformare il dato personale in un semplice espediente per creare altre storie e altre situazioni narrative.

 

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Narrativa soprattutto, cercando di evitare i best seller del momento che giudico spesso casi editoriali creati per ragioni commerciali più che per caratteristiche di validità dell’opera stessa. Dunque, spesso opto per autori semisconosciuti o, al contrario, per grandi classici universalmente considerati.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

Ebbene sì, lo ammetto. Le autrici donne hanno sempre avuto per me una fascinazione particolare. Sarà stato per il bisogno di riconoscere identità di vissuti, di esperienze, di sensibilità e per la curiosità di vedere come questi stessi elementi venissero espressi e resi con le parole. C’è stata un’epoca di Gertrude Stein,Virginia Woolf, Sylvia Plath, Karen Blixen, Djuna Barnes, a tutto spiano. Poi ho saturato questo bisogno e ho allargato lo sguardo senza selettività.

 

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

L’essere donna mi ha aiutato nell’avere dimestichezza con temi introspettivi e di scavo psicologico e a non censurare questi stessi temi nella loro espressione. Nello stesso tempo questo ha costituito anche un limite perché mi sento/ivo ingabbiata in questi cliché, quasi forzata a esprimermi in questa direzione.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

Credo di sì. Per temi trattati e modalità di resa degli argomenti. C’è sicuramente un “modo di dire” delle autrici che è ascrivibile al loro essere donne, al loro modo di percepire il mondo e di rifletterlo, nel senso di riproporlo all’esterno dopo che è passato nel setaccio della sensibilità femminile. Mi viene perfino da dire che c’è un “gusto” specifico di genere per le parole usate, cosa che sarebbe interessante misurare scientificamente.

Con questo non voglio assolutamente sostenere che le donne sappiano solo occuparsi di letteratura sentimentale, rosa, intimista, ecc. Penso invece che ci sia un diverso modo di “condurre” una storia, di svilupparla, anche con tocchi linguistici.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Purtroppo sì, proprio per le cose che dicevo sopra. Una caratterizzazione al femminile della scrittura non aiuta la diffusione e l’accoglienza nei lettori uomini. E in generale le donne hanno meno chance di affermarsi come “grandi” autrici. Un giorno mi è venuto lo scrupolo di verificare statisticamente la presenza delle donne tra i vincitori del premio Strega, dal momento della sua istituzione. Dal 1947 a oggi, nei 65 anni di vita della contesa letteraria, si possono contare 10 donne, pari al 15% dei vincitori totali. Una proporzione assai modesta. Possibile che le scrittrici risultino così fortemente deficitarie nel confronto con gli autori maschi?

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Fondamentalmente ritengo che a un editore interessi il successo e la larga diffusione dell’opera che mette in commercio, indipendentemente dal genere dell’autore. Se è vero che le donne leggono più degli uomini ( 53,1% rispetto al 40,1%), si potrebbe ipotizzare un maggiore interesse degli editori per le autrici, invece pare non ci sia corrispondenza con la realtà, dove hanno maggiore spazio gli autori maschi.

 

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

No, tutto sommato credo di aver letto più storie d’amore create dagli uomini.

Le donne spesso tengono l’amore come elemento di sfondo, per dire anche altro.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

É un pregiudizio che io stessa ho. Non mi sento minimamente attratta da questo tipo di narrativa, che svilisce le donne come autrici e come lettrici.

Capisco di essere lapidaria in questo, ma non trovo argomentazioni a favore.

 

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Certamente, ora più che mai. Tra l’altro, l’unico libro di cui sono autrice è un romanzo scritto a più mani con altre donne. Progetto partito attraverso la Rete, unendo persone con storie e idee anche molto diverse. Un’esperienza faticosa ma esaltante, che ha creato anche amicizie, prolungate oltre la conclusione del progetto.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Perfettamente in linea con queste lamentele. Anch’io come tutte le donne saltabecco da un ruolo all’altro (moglie, madre, figlia, insegnante…) cercando di essere impeccabile (ovviamente secondo i miei parametri) in ognuno di questi. Di conseguenza quello che viene a mancare è il tempo per me stessa, per esempio per la scrittura, che richiede tranquillità e non certo fretta o tempi risicati. Sui sensi di colpa sorvolo, sono scritti nel DNA femminile.

 

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

Credo che le case editrici seguano le stesse politiche consumistiche delle altre aziende commerciali e cerchino di addomesticare i gusti dei lettori indirizzandoli verso quei generi o quei prodotti che hanno la possibilità di essere prodotti in serie, a basso costo e sforzo. Le donne sono quelle che leggono di più? Bene, proponiamo loro libri “usa e getta”, da replicare con piccole variazioni, su temi considerati di interesse, perché enfatizzati anche attraverso altri canali. Vedi “Cinquanta sfumature di grigio” e compagnia bella.

 

– Laura Donnini, nuovo direttore generale Edizioni Mondadori, ha annunciato che ci sarebbero molte autrici a lavoro per sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

 

Non fa per me.

 

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

No. Pubblicare, nella maggior parte dei casi, rimane esclusivamente un bisogno narcisistico, non va accarezzato eccessivamente e può portare a sottostare a clausole capestro che non sono di vantaggio per l’autore.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Dopo aver ribadito quanto detto sopra, si può verificare comunque il caso di autori che pur avendo da proporre opere di rilevante spessore non riescano a trovare editori disposti alla pubblicazione perché poco in linea con la politica di marketing editoriale, spesso attenta al profitto e a cavalcare le mode del momento. Di fronte a estenuanti rifiuti, non trovo del tutto disdicevole arrivare al self- publishing, quasi come forma di resistenza e di protesta nei confronti dell’egemonia culturale imposta dalle grandi case editrici.

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

Ultimamente credo sempre più nel passaparola, per i libri come per i film o gli altri eventi culturali. Certo, la pubblicizzazione attraverso i mass media diventa indiscutibilmente un elemento che può giocare a favore, ma poi nel momento in cui un lettore decide di acquistare un libro si lascia più suggestionare da un commento ascoltato da un amico che condivide la stessa passione che dal battage pubblicitario, spesso irritante nella sua ossessività.

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

Scrivere solo se ho qualcosa da dire. Credo che questo sia universalmente il problema principale. Di fronte a un successo editoriale, è facile che l’editore richieda altre opere che possano ricalcare il successo precedente. E scrivere su commissione in genere abbassa il livello qualitativo.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

A parte l’immane sforzo che questa fantasia comporta per me, mi verrebbe da pensare alle migliaia di manoscritti spediti alle case editrici, cestinati ancora intonsi, senza nemmeno uno sguardo, seppur superficiale, e alle migliaia di sogni, aspirazioni e illusioni che finiscono nello stesso cestino, subendo la stessa sorte.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Difficilissimo trovarne una/uno solo. Per citarne due di sicuro talento: Haruki Murakami, per la sua capacità affabulatoria nel sostenere romanzi di lungo respiro e la sua abilità nel compenetrare realtà e immaginazione. Alice Munro per i suoi racconti che racchiudono mondi e personaggi ben caratterizzati e sfaccettati.

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

In genere cerco di non avere pregiudizi e di pormi con apertura verso tutti, ma non credo che sul comodino mi metterei mai un libro di Moccia o di Volo. Non credo di poterci trovare la benché minima vibrazione e consonanza.

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

malta copertina

Si tratta di “Malta femmina” un romanzo corale scritto a più mani, attraverso la Rete, da 15 donne con il pallino della scrittura. Il libro racconta di un gruppo di donne che s’incontra in un castello a picco sul mare per festeggiare un ipotetico otto marzo tra interventi, dispute, amori e dissapori. L’avventura che vivranno aprirà loro infinite porte sul mistero della conoscenza di sé.Un romanzo surreale che scava in labirinti oscuri, scandito da una Voce misteriosa, in cui figure inquietanti e archetipiche s’incaricano di guidare il gioco oltre i limiti della percezione e del possibile.

Il libro incuriosisce soprattutto per la sua genesi, per la modalità utilizzata nel costruirlo. Imbastire una trama a maglie larghe e farvi confluire personalità e stili diversi lavorando a più mani è un’impresa inconsueta.

 

Puoi fornirci un link che rimandi alla possibilità di acquisto? Grazie.

 

http://www.ibs.it/code/9788895514888/malta/malta-femmina.html

 

Grazie a te, Laura, per l’occasione di riflessione che mi hai offerto.

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