le interviste Rivista Scrivere Donna — 14 maggio 2013

Paola Sironi è nata nel 1966 a Milano. Vive con il marito e la figlia in un paese dell’hinterland milanese. Ha lavorato come consulente informatico per diverse aziende e attualmente è capo progetto presso una società di credito. Ha pubblicato con Todaro Editore “Bevo grappa” nel 2010 e “Nevica ancora” a settembre 2011. Della scrittura dice: “Lamento la difficoltà di dedicarmi quanto vorrei alla scrittura e contemporaneamente soffro i sensi di colpa quando ho la sensazione di favorirla a discapito della famiglia. Pur essendo consapevole che è frutto di un condizionamento culturale e dell’invadente istinto primordiale materno, non riesco ancora a sottrarmi a questo circolo vizioso. Ci sto lavorando.”

Nel frattempo noi andiamo a conoscerla meglio.

 Z RITAGLIO 4

– Quando hai deciso di scrivere e perché?

È stato un impulso maturato durante l’infanzia, stimolato dalle prime letture e che mi ha accompagnato per il resto della vita. Mi ha sempre divertito scrivere qualsiasi cosa: dal tema a scuola, alla documentazione tecnica di una procedura software. Nella stesura di un romanzo, la fase creativa ha aggiunto al piacere di giocare con le parole quello di non aver limiti all’immaginazione: un compendio perfetto.

 

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Non sono una lettrice di genere: benché negli ultimi anni mi orienti più frequentemente sul noir, mi appassiona tutta la letteratura, classica o contemporanea che sia. Leggo soprattutto romanzi, più raramente poesia e saggistica, spaziando nel tempo e nelle correnti letterarie. Tendenzialmente ho più affinità con gli autori che raccontano storie con una buona costruzione psicologica dei personaggi e che sappiano essere innovativi, nel soggetto o nella sperimentazione linguistica.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere (maschio o femmina) dell’autore?

Non ho l’abitudine di giudicare niente in base al genere maschile o femminile, etero o omosessuale.

 

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

Sicuramente non l’avevo mai messo in conto, perché ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove non c’erano correlazioni tra il sesso di appartenenza e le possibilità di affermazione personale. La realtà sociale è oggettivamente meno confortante da questo punto di vista, esistono tuttora rare zone di preconcetti, consapevoli o meno che siano, anche nei contesti più intellettuali e mi è capitato di sbatterci la testa.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

Sono convinta del contrario. È una contraddizioni in termini, perché la scrittura non ha restrizioni, come ogni forma artistica è un’espressione di massima libertà e permette di sconfinare senza limiti preordinati.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Purtroppo, come dicevo prima, esistono ancora dei pregiudizi in tutti i settori professionali tradizionalmente maschili, per quanto l’esperienza quotidiana dovrebbe palesarne a tutti l’anacronismo. Ma sono sicura che sia un fenomeno destinato a scomparire nel giro di poche generazioni .

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Dal punto di vista editoriale, sono stata molto fortunata. Non ho trovato nessun tipo di chiusura, ma solo attenzione alla qualità del prodotto finale.

 

– Storie d’amore nei romanzi, pensi sia una roba da donne?

In tutta la storia della letteratura sono narrate storie d’amore dai tempi di Omero, eppure la maggior degli scrittori sono uomini. Come la mettiamo? A mio parere semplicemente i sentimenti in tutte le loro manifestazioni sono parte integrante dell’esistenza umana e nei romanzi, dove si rappresenta la vita, è inevitabile che ci sia anche questa componente, a prescindere dal genere.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

Dipende da cosa s’intende per narrativa rosa. Se parliamo di quella prettamente commerciale, con una struttura narrativa preconfezionata e personaggi stereotipati, io ho questo pregiudizio. Abbastanza da non averla mai letta. Posso immaginare che somigli a quei film melensi, prodotti a catena da Hollywood, in cui talvolta sono incappata e che mi annoiano infinitamente, intuendo a ogni scena cosa accadrà nella successiva.

 

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Un movimento letterario presuppone qualcosa di più di una semplice appartenenza allo stesso sesso. Non è una cattiva idea, ma quantomeno ci deve essere anche un’unità d’intenti e contenuti. Altra cosa è la collaborazione solidale che, per fortuna, spesso nasce spontaneamente.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Lamento la difficoltà di dedicarmi quanto vorrei alla scrittura e contemporaneamente soffro i sensi di colpa quando ho la sensazione di favorirla a discapito della famiglia. Pur essendo consapevole che è frutto di un condizionamento culturale e dell’invadente istinto primordiale materno, non riesco ancora a sottrarmi a questo circolo vizioso. Ci sto lavorando.

 

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

Il problema è l’invadenza del marketing sommario nell’offerta culturale. Ha fatto danni imponenti nel campo della musica e ora si sta propagando pericolosamente anche nell’editoria. Non mi concentrerei sulle mode transitorie, destinate a esaurirsi in breve tempo per essere sostituite dalle successive. Piuttosto rifletterei sulla possibilità di lavorare a sistemi di promozione che diano visibilità alla produzione letteraria di qualità, in contrapposizione a quella unicamente finalizzata alla vendita di massa: esiste sicuramente un pubblico recettivo a questo tipo di offerta ed è caratterizzato da una presenza femminile altrettanto consistente.

 

– Laura Donnini, nuovo direttore generale Edizioni Mondadori, ha annunciato che ci sarebbero molte autrici a lavoro per sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

Grazie al cielo, ho un lavoro che mi dà autonomia economica. Faccio già parte del ciclo produttivo globale in un settore più consono e potrei permettermi di rifiutare il mio contributo personale a inquinare un settore che, invece, dovrebbe promuovere solo cultura.

 

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

Non per me, io non potrei farlo senza il sostegno di persone competenti.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Rispetto le scelte di tutti, ma da lettrice sono poco attratta da un libro che non è passato da una fase di editing valido.

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

È triste ammetterlo, ma la popolarità televisiva è quella che ha maggior peso nell’attirare pubblico. Per fortuna, i libri godono di un sistema di promozione dal basso, il cosiddetto passaparola, a cui tuttora molti lettori appassionati si affidano e che ha decretato il successo di molti scrittori senza visibilità mediatica. In questo caso, è solo il contenuto che conta.

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

Probabilmente, se fosse un successo molto remunerativo, andare a lavorare tutti i giorni, che è una via di mezzo tra un buon proposito e una necessità.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

Uno scenario improbabile come questo mi toglierebbe automaticamente tutti i sassolini dalla scarpa: significherebbe aver raggiunto milioni di lettori, raccontando storie che mi piace inventare, tratteggiando personaggi che mi piace immaginare e lavorando con persone che mi piace frequentare.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Questa domanda, per molti la più semplice, ha il potere di mettermi in imbarazzo. Detesto le classifiche, l’aggettivo preferito mi provoca un immediato rimorso per tutti gli autori che rimarranno esclusi e non se lo meritano, una qualunque ulteriore restrizione, come vivente, mi manda in panico, perché di riflesso mi vengono in mente solo quelli che non rientrano. Sono troppi gli autori che ho amato, chi per un solo libro, chi per alcuni, chi per tutti. Comunque, se mi tocca, non mi sottraggo: in questo specifico momento, scelgo Fred Vargas. Se me lo domandi domani, probabilmente, la mia risposta sarà diversa.

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

A costo di farmi odiare da molti amici, devo ammettere che è Stephen King. Troppo nordamericano per il mio gusto, ha un’impostazione stilistica che mi annoia. Mai finito un libro.

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

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Nevica ancora” è la storia di una donna scomparsa, di un passato che si aggroviglia al presente, di un cadavere rinvenuto e di un’indagine privata, parallela a quella ufficiale. Sullo sfondo ci sono una Milano e una Brianza determinate a non rallentare l’abituale frenesia, nonostante la straordinaria frequenza delle precipitazioni nevose. Lo scenario è una commedia umana, dove ogni personaggio ha una sua verità in cui credere o eclissarsi.

Protagonista è di nuovo Flaminia Malesani, alternativamente vittima o complice della volubile attività investigativa di suo fratello Massimo: se chiedeste a lei perché leggere questo romanzo, vi risponderebbe che, a volte, un libro si sceglie solo per la curiosità di esplorare l’universo letterario meno noto, alla ricerca di sorprendenti affinità. Io ricordo di aver scoperto così autori che sarebbe stato un peccato non leggere e persino un Camilleri ai tempi ancora lontano dall’attuale notorietà.     

 

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