le interviste Rivista Scrivere Donna — 17 maggio 2013

Patrizia Di Donato ha pubblicato a oggi, un solo libro. Una raccolta di racconti intitolata “La neve in tasca”. Racconti che non vogliono essere facili e accattivanti pur nella loro semplicità, pur nella simpatia dei personaggi delineati, pur nel permettere al lettore di riconoscersi. La scrittura di Patrizia Di Donato è poesia in prosa. E’ estremamente lirica, a volte, ed estremamente sferzante, altre. Merita. Anche per lo squarcio che apre sul passato recente, sulla gente d’Abruzzo, sull’emigrazione, sulla condizione della donna e delle donne di quel tempo.

 foto feltrinelli

– Quando hai deciso di scrivere e perché?

Il principio della mia scrittura è l’invidia del segno. Guardavo il quaderno di mia sorella e desideravo appropriarmi delle linee che attraversavano i quadrati. Piccole asticelle piegate da venti ostili. Poi i riccioli ceduti dalle matite con le punte acuminate, la gomma amica. E il libro con le sue immagini, le assonanze. B come bandiera, q come quadro. Il profumo di gesso impresso sul suo grembiule. Un mondo che amai al punto da costringere mia sorella ad insegnarmi, a permettermi di entrare dalla porta secondaria. A cinque anni scrivevo e leggevo benissimo. Una favola da cui non sono più uscita. A otto anni mi isolavo e scrivevo. Pagine di diari segreti, poesie adolescenziali poi, impresse su piccoli quaderni dalle pagine colorate. Scrivere è cresciuto con me, si è irrobustito le ossa e i muscoli, ha riso e pianto. Ed è ancora qui, come un animale cresciuto in casa. Nutrito, atteso e amato.

 

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Io sono un’affamata. Divoro la carta. Ho letto e continuo a leggere ma sono selettiva, seguo il mio fiuto. Non m’incantano le carte scricchiolanti, i colori sfavillanti, le luci di falene colte dal giorno. A me piace sentire il fruscio della seta, fissare le pieghe uniche del lino, il calore e il colori delle lane. Acquisto ciò che sento mi appartenga già, acquisto senza mode, poi appendo tutto nel mio armadio e attendo l’inverno e la primavera. Non me ne vergogno, non li nascondo dietro. Piuttosto li ubriaco di canfora perché vivano senza ferite. I classici russi, i saggi sulla psicologia, il corpo parlante di Lowen, i sociologi arruffati che parlano di invidie e di violenze. Eva Cantarella e i suoi studi sulla donna romana e greca. L’uenuco femmina di Germaine Greer, Il secondo sesso di Simone De Beauvoir. Mazzantini e il suo primo Catino di Zinco. John Fante che adoro. La saggistica sulla scrittura, sul fare scrittura. La letteratura della voce e quella chirografica di W.Ong. Sandra Petrignani, Roberta Mazzoni, e tantissimi autori nuovi, relegati negli angoli delle librerie. Ho un libraio di fiducia. Lì trascorro il mio tempo silenzioso, in cerca di nuovi libri.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

Si, mi è capitato e mi capita spesso. Alla fine uno scrittore che ami è l’amico a cui consegni le chiavi di casa, anche quando ti assenti. Ti fidi. Sai chi è, cosa pensa e se è diventato tuo amico è perché condividete gli stessi pensieri e vi piace cercarvi.

 

– Il tuo essere donna ha, in qualche modo, ostacolato/favorito la passione per la scrittura?

Una donna che scrive è una benedetta-maledetta. Benedetta perché possiede un forziere e maledetta perché a volte non sa come spendere i suoi beni. In merito a favorire, di presentatrici, veline e intrattenitrici che scrivono libri pessimi o di silenti e devoti ghostwriter ne abbiamo a iosa. A loro, preferisco perdere la chiave del forziere.

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

Una scrittura al femminile esiste e a volte m’infastidisce. Essere femmina non è un merito. E’ come essere bella. Nasci così. La scrittura al femminile scrive o di santi o di meretrici. Scrittura Donna sale in alto, si rifugia sui nidi delle aquile e scorge il topo quando smuove la terra. Ha i sensi allenati, avvezza a decodificare messaggi muti. Coglie il fiore e la gramigna. Sente la pioggia prima che giunga. Una scrittrice donna è tua madre e tua sorella. E’ tutte le donne disprezzate e offese, è quella che per prima ti tende la mano.

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Si, lo ritengo. Non è una regola ma di solito l’uomo guarda un libro scritto da una donna con leggerezza, sa già che tutta la storia sarà melensa e intrisa di amore e lacrime. E lui non ha tempo da perdere. Il suo cervello corre oltre. E’ scienza, è matematica, è razionalità. Forse per questo mi commuovono i poeti, perché offrono miele come se fossero donne.

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Quando un Premio Strega seleziona dodici finalisti, di cui dieci uomini e due donne, un piccolo dubbio viene un po’ a tutti. E i Premi letterari si sa, parlo dei giganti naturalmente, sono gestiti dalle case editrici. La volta in cui ho gioito, ma alla grande, è stato l’anno in cui Herta Muller vinse il premio Nobel per la letteratura con il libro: Le prugne verdi, editato da una piccolissima casa editrice di Predazzo. Bello. Veramente bello.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

Se esiste un pregiudizio nei confronti della narrativa rosa? Si, esiste già nella sua classificazione, “rosa”, perché? Rosa pallido, quasi inesistente, una carta velina, da bambina sognante di stelline e fatine. Le quote rosa, le stanze rosa, la pagina rosa. Un timbro che m’infastidisce. Rosa è già definizione di leggerezza, di vacuità. Non è il genere di libri che acquisto, così come non acquisto l’horror, ma lo rispetto.

– Le donne, a tuo parere, sanno fare rete?

Tra scrittrici donne questa collaborazione è sicuramente possibile, tra scrittrici femmine la cosa si complica. La scrittrice femmina infatti, preferisce sempre veleggiare in solitaria, pregna del vecchio concetto di accaparramento dell’oggetto unico. E’ abituata alla guerra dei capelli, glutei, seni altrui. La femmina scrittrice è potenzialmente distruttiva, per se stessa e per le altre. Con lei non si costruisce nulla perché intrisa dell’atavica invidia che ruota intorno all’oggetto del mondo pseudo-intellettuale maschile. La donna scrittrice no. Ella supera le barriere illuministe, razionalistiche di una certa cultura maschilista e vede le scrittrici non come le “altre” ma come compagne di viaggio. Come diceva Simone De Beauvoir, queste donne dicono“noi”, e non disdegnano l’incontro, il confronto, l’unione dei pensieri e della parola detta e scritta. Abbiamo fatto passi da gigante ma a volte ci manca il senso del gruppo, dell’aggregazione. Come ho avuto modo di dire altre volte: intanto gli uomini giocano a carte.

A volte, senza scomodare i New Epic e quant’altro, basta che una donna coraggiosa crei un blog che si occupi di scrittura di donne e la nostra forza torna ad emergere.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

La stanza da bagno è stata per lungo tempo la mia “stanza per sè” di Virginia Woolf. Il motivo è da ricondursi proprio a quei sensi di colpa di cui parli. Leggere e scrivere in un luogo in cui si è “costrette” mi dava serenità. Uscita dal bagno e cresciuta, ho affidato all’alba il mio tempo bello. A quell’ora, in casa, tutto tace, nessuno mi chiama, nessuno telefona, i fuochi sono spenti, il macellaio è chiuso e l’aspirapolvere è svenuto in un angolo. Una donna assennata, la casa ordinata, il bucato in ordine,i panni stirati e i figli adulti attaccati ad un’appendice che non riusciamo a tagliare, sono il fardello che la colpa ti posa sulla schiena come un basto maligno. A volte faccio la voce grossa, minaccio di sparire, di partire(sempre in Cornovaglia!) e poi, mi alzo all’alba del giorno dopo per continuare a scrivere, non senza aver prima dato un’occhiata al frigo per organizzare il pranzo.

 

– Perché produzioni di editorial-marketing come Twilight o Le 50 sfumature sono piaciute soprattutto alle donne?

Ammetto la mia totale ignoranza in merito. Commento sull’assonanza editorial- marketing che associo a claim, brand,plus, tempeste di idee, provate a vendere un viaggio, e quant’altro. Residui di un corso di scrittura pubblicitaria. Poi mi vengono a mente i poeti abbandonati, i pittori di Montmartre, quelli che vendevano un quadro che oggi vale milioni di euro, per un bicchiere di assenzio e m’intristisco. La pubblicità è la madre cattiva che acquista per noi. E noi, con vergogna, a volta sediamo e mangiamo.

 

– Sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn è il target di molte delle major editoriali. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

L’affidabilità sessuale da parte di certe donne nasce dal desiderio di denigrare le donne. E’ un metodo concorrenziale. Un’esca che fora ambedue i lobi normalmente impegnati in un tranquillo ascolto o in una elaborazione mentale. E’ una forma di sessismo femminile spietato, un cannibalismo che uccide mentre divora. Una devianza dettata da aguzzini di corpi.

La parola pornografia significa: descrizione e rappresentazione di cose oscene. Interessante è il fatto che uno studioso, un certo Sacchetti nel 1400 tradusse così la parola osceno: ripugnante per la sua bruttezza. La trovo una traduzione impeccabile.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Mi pongo malissimo, visto che il mio libro: La neve in tasca, viene da un’editoria a pagamento. I motivi sono molteplici. Mi limiterò a spiegare il mio. Le lungaggini editoriali. Le attese di sei mesi o un anno per poi sentirmi dire: ci scusiamo ma il suo testo non rientra nella nostra linea editoriale. E non mi consolano neanche i grandi e antichi rifiuti ai mostri della letteratura mondiale. Non è nei miei progetti ripetere l’esperienza dell’editoria a pagamento.

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

Esiste una differenza nettissima fra autori conosciuti e autori emergenti. Nel senso che scrittrici come Dacia Maraini che hanno un contratto a vita, possono anche permettersi una copertina con la scritta Ciao e venderebbe comunque le sue migliaia e migliaia di copie. Lo stesso discorso non vale per lo scrittore emergente che io paragono a un orfano in attesa di adozione. Non conosciamo il suo nome ma qualcosa spinge le nostre mani ad avvicinarci. Il colore degli occhi, i capelli, le mani, qualcosa che valga la pena di sollevarlo e portarlo a casa per sempre. Si, un libro deve avere una bella copertina perché il primo incontro è con lo sguardo. Un titolo che mi sussurri all’orecchio: ho una cosa unica da rivelarti. Certo, se ti chiami Gramellini e una sera a Che tempo che fa presenti il tuo libro, l’indomani hai venduto migliaia di copie. Ma sono tranquilla, perché questo non è il mio caso.

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

Salterebbero tutte le regole auree e le controllate accettazioni in cambio di una bella e-mail a chi so io. Ma già mi vergogno e quindi dico, davanti a un improvviso successo mi godrei il successo.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

Inoltrerei la e-mail in bozza della domanda precedente a una casa editrice. Famosa.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Scrittrici viventi che apprezzo molto sono: Alice Munro, Amy Hempel, Margaret Mazzantini, Carla Cerati, Veronica Tomassini. Le biografie di Elisabetta Rasy, di Gisela Bock, di Benedetta Craveri. Degli scrittori mi diverte l’ilarità fantiana di Gaetano Cappelli, poi Jonathan Franzen, Umberto Eco e molti altri ancora.

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Rischiando il linciaggio dico Susanna Tamaro perché è stucchevole, infantile, poco credibile, ripetitiva. Lei vanta illustri natali ma non sono così sicura che Svevo vanterebbe illustri posteri. La buona notizia è che a Susanna Tamaro concedo il secondo posto, perché al primo c’è lui, Fabio Volo. Al terzo posto ma non ultimo, c’è un rappresentante di tutta la categoria giocatori, veline, ex tronisti, cantanti dimenticati, barzellettieri ecc.

 

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

Ho due lavori in sospeso. Il primo è un’altra raccolta di racconti e fin qui tutto bene. Il secondo invece mi desta serie preoccupazioni. Si tratta di un testo ambizioso che mi costringe a maratone mentali così estenuanti da causarmi temporanee ricadute di unicinetto-dipendenza. In quei momenti maledico il giorno in cui i miei occhi si sono fermati davanti allo sguardo da gatto abbandonato di una donna realmente esistita. Il suo amore strano e controverso per uno scrittore complicato, la sua tragica fine e un interrogativo che continua a battermi dentro, bussando a una risposta che credo di possedere. Il problema è che c’è troppa verità e la verità deve essere rispettata. I luoghi, la storia, i fatti, devono ubbidire al vero. Poi c’è la parte affidata alla mia fantasia, quella in cui mi aggiro come un cane affamato che non può mordere al padrone. Dovreste leggerlo, qualora riesca a terminarlo s’intende, perché scoprirete qualcosa di inaspettato, un’ipotesi di carne. Sempre che vi lasciate sedurre dal potere delle seconde possibilità, naturalmente.

 

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