le interviste Rivista Scrivere Donna — 21 maggio 2013

Il suo ultimo romanzo uscirà il prossimo 23 maggio. Lei si chiama Simona Lo Iacono e, ancora una volta con “Effatà” (edizioni Cavallo di Ferro) ci conduce nella sua Sicilia.

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La guerra è appena finita e Nino, un bambino sordomuto che si muove nella Siracusa degli anni ‘50 è appena approdato in Sicilia. Arriva dall’Inghilterra insieme a sua madre. Nonostante il suo handicap, Nino è caparbio, fantasioso, curioso. Non si lascia intimorire dal suo limite. E scova un modo, geniale, per comunicare col mondo esterno. Ma esiste un altro piano narrativo e temporale: è la storia di un altro bambino, che ci viene narrata attraverso i verbali del processo di Norimberga. Una storia vera, che riguarda l’uccisione dell’ultimo bambino ebreo ad opera del regime nazista. Le due narrazioni si intrecceranno con rimandi dall’una all’altra, dalla “piccola storia” alla “grande storia”, dimostrando che entrambe ci coinvolgono e possono mutare il nostro destino.

Dichiara Simona: “Non posso dare consigli di lettura su un mio testo, ma posso consegnarvi una speranza, quella che avevo nel cuore quando ho scritto il romanzo: che si ami la minorità, la diversità, la vita degli “ultimi”. E che – attraverso essa – si comprenda l’importanza del cambiamento.”

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– Quando hai deciso di scrivere e perché?

Non c’è stato un momento preciso. Sin da quando ho imparato a tenere in mano la penna! Ho iniziato perché, scrivendo, avvertivo commozione e rapimento. In qualche modo intuivo che quel semplice atto mi identificava, sanava una specie di malinconia, mi faceva – misteriosamente – sentire a “casa”.

– Che tipo di libri leggi normalmente?

Romanzi, saggi, racconti, la Bibbia.

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

No, mai. In lettura, come nella vita, non ho alcun genere di pregiudizio. Da tutto si impara. Inoltre sono molto curiosa. Al più, mi concedo sempre il diritto di abbandonare un libro che non mi interessa.

– Hai mai avuto la sensazione che essere donna abbia, in qualche modo, ostacolato/favorito la tua passione per la scrittura?

Non il mio essere donna. Semmai, l’essere mamma, con la difficoltà, dunque, di non far mai mancare a mio figlio la giusta attenzione e la qualità del mio tempo. La scrittura può sottrarre momenti, e la mia unica preoccupazione è che a soffrirne non sia proprio chi amo.

Ma la maternità è anche un grande vantaggio: ti insegna ad andare oltre te stessa, a donarti, a preferire il destino di tuo figlio al tuo. Proprio ciò che si fa scrivendo. Offrirsi, dedicarsi, non risparmiarsi.

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

Io divido la mia giornata in molte “frazioni”! Il giorno è per il mio pressante lavoro di magistrato e per tutte i miei doveri di mamma. Ma la notte, quando scende il buio e la casa è silenziosa, io rifrango la mia ombra sulla luce flebile del computer, e l’incanto è lo stesso di quando – da piccola – mi chiudevo nell’armadio per isolarmi e imbastire le mie storie. In questo modo sono sempre riuscita a evitare che mio figlio risentisse del tempo dedicato sia al lavoro che all’attività letteraria. Certo, è faticoso, ed esige spirito di sacrificio. Ma solo vivendo la mia vocazione letteraria riesco ad essere sia una madre che un magistrato. E’ una dimensione che alimenta contemporaneamente la professione e l’abnegazione per mio figlio.

– Ritieni esista una scrittura al femminile?

Non credo. Sono convinta che la scrittura possa essere tutto, uomo e donna, e provenire indistintamente dall’uno e dall’altra.

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

Forse in passato, ma adesso no, gli uomini leggono con piacere la scrittura delle donne.

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Io non l’ho mai subìta, e credo che negli ultimi anni, al contrario, si stia facendo strada un’attenzione particolare per la scrittura delle narratrici. In Sicilia la letteratura – per esempio – ha nomi eccellenti, e moltissimi sono di donne.

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

Sì, si pensa che sia un genere “minore”, e si tende ad evitarlo o a snobbarlo. Ma ricordiamo che il “rosa” ha natali illustri. Nasce infatti in Gran Bretagna con il romance, o romanzo romantico, e mescola elementi tipici del romanzo d’avventura (rapimenti e congiure, fughe notturne, duelli) con quelli della commedia degli equivoci (tradimenti, agnizioni, intrighi). Ne sono progenitrici Georgette Heyer e Constance Heaven che si sono ispirate ai modelli di Jane Austen per quanto riguarda gli intrecci e l’analisi dei rapporti tra valori sociali e valori personali, e al romanzo gotico per quanto riguarda l’ambientazione e i personaggi: castelli, monasteri, abbazie in rovina, fanciulle perseguitate, fattucchiere, zingari. Quindi un genere che ha un suo valore storico e ambientale.

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

Ma certo! L’importante è che ci sia affinità e desiderio di un progetto comune, affidamento reciproco e umiltà. Io ho avuto un’esperienza di scrittura condivisa con un uomo (lo scrittore Massimo Maugeri, con cui ho pubblicato “La coda di pesce che inseguiva l’amore”, un racconto storico ambientato nella Sicilia dello sbarco dei mille), ma gli ingredienti sono sempre gli stessi. Come dicevo: desiderio di condividere e di imparare dall’altro.

– Cosa pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

Penso che proporre la letteratura in modo professionale possa contribuire a migliorare lo scrittore e il lettore , ma a patto che non si trascuri l’unicità della voce, e non si massifichi il fenomeno letterario. E’ importante la sperimentazione, anche se va controcorrente, la ricerca linguistica e morale, il ruolo della parola come atto di responsabilità. La donna – con la sua naturale propensione alla maternità – può essere una buona madre per quella categoria speciale di figli che sono i libri, e può quindi discernere.

– Sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn è il target di molte delle major editoriali. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

Rifiuterei senz’altro. Per me la scrittura è una dimensione di natura spirituale, e la coltivo come ricerca interiore, come strada per indagare la verità su me stessa.

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

No, pubblicare solo se si ha qualcosa da dire, solo se il libro è necessario, se è frutto del nostro amore e del nostro dolore.

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

Li osservo con interesse, penso che in futuro costituiranno una nuova modalità dell’editoria.

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

Direi che un buon libro può incuriosire se è, nel suo complesso, il frutto di un lavoro onesto con se stessi, e se non gioca solo sull’apparenza, ma offre ciò che promette. Qualità.

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

Salterebbe il proposito di non assentarmi mai dal lavoro. Mi prenderei una settimana di ferie!

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

Ma no! Non ho nessun sassolino nella scarpa da togliermi! Ne approfitterei solo (spudoratamente) per un autografo da chiedere al mio attore preferito, Neri Marcorè!

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

Ne ho moltissimi: Melania Mazzucco, potente, maestosa, fluviale. Una narratrice che sa costruire la trama, giocare sulla parola, sulle suggestioni, sulle emozioni. Santo Piazzese, geniale e ironico. La scrittrice siciliana Maria Attanasio, colta, intelligente, con un gusto prezioso e alto per la parola. Elvira Seminara, leggera e suggestiva sempre. Tea Ranno, poetica, colta, dalla irresistibile altezza linguistica. Sandro Veronesi, intenso e sempre spiazzante. Il mio caro socio di scrittura Massimo Maugeri, che da ultimo, con Trinacria Park (ed. e/o) ha offerto una prova di altissima visionarietà.

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

Nessuno in particolare, come dicevo, da tutto si impara, soprattutto da ciò che non ci piace e non ci somiglia.

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