le interviste Rivista Scrivere Donna — 04 giugno 2013

Una mamma, un bambino, uno zaino e centinaia di chilometri da percorrere a piedi. Oggi parliamo di un libro, di una donna, di un’esperienza particolari. Scrive Elisabetta: “Il bisogno di raccontare è fortissimo, davvero ti esplode dentro. Ma parlarne tra pellegrini, proprio non serve… È agli altri che lo si vuole dire. Non è un rigurgito di nostalgia per una bella vacanza, no, è ben altro: non si avrebbe nostalgia della fatica, del dolore fisico, di uno zaino pesantissimo portato per quaranta giorni, se tutto questo non avesse avuto un senso più alto.”

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Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago, Elisabetta Orlandi, Edizioni Paoline, Milano, giugno 2012

Copertina Unmilioneottocentomila passi

Elisabetta, scrivere ti è sempre appartenuto oppure è frutto di questa esperienza?

Scrivo da sempre. E scrivo sempre, in qualsiasi situazione e momento della giornata. Quando non sto scrivendo… sto leggendo, oppure pensando a quello che ho scritto o che scriverò!

La parola scritta è sempre stata complemento e arricchimento delle mie giornate. Ho imparato a leggere prestissimo, incantata dal mondo dei libri, e quando ho scoperto che fiabe, racconti e romanzi si potevano anche scrivere ho capito chiaramente che la mia strada era proprio lì, davanti a me: un foglio bianco, una penna e la musica delle parole.

La pubblicazione di Unmilioneottocentomila passi, invece, è legata a una serie di circostanze fortuite. Stavo organizzando il nostro trasloco dalla Spagna, dove vivevamo, a Parigi: tra le varie scartoffie ho ritrovato la trascrizione di qualche pagina del diario che avevo tenuto durante quei quaranta giorni di cammino e, seguendo un impulso che per pudore avevo sempre soffocato, ho cercato l’indirizzo di una casa editrice (Edizioni Paoline) che potesse essere interessata al mio manoscritto. Ho spedito quelle venti pagine e, dopo pochi giorni, con mia grande sorpresa ho ricevuto una mail della direttrice editoriale: mi invitava a inviare tutto il manoscritto… che ancora non esisteva! Così ho iniziato a trascrivere anche il resto del mio diario, che nel giro di pochi mesi è uscito sotto forma di libro. E il cammino continua…

Perché sobbarcarsi centinaia di chilometri di cammino a piedi, per di più con un bimbo piccolo accanto?

Volevo regalare a mio figlio (e anche a me!) qualcosa di veramente speciale: e che cosa c’è di più bello del tempo trascorso assieme, immersi nella natura, camminando tra campi di grano e di papaveri o sotto le stelle tenendosi per mano? È stata un’esperienza indimenticabile per entrambi, una fonte di continua gioia anche a distanza di anni.

Nato come un cammino per dire “Grazie!”, il nostro Cammino ha subito mostrato la sua vera natura: una serie ininterrotta di momenti meravigliosi e intensi, felicità allo stato puro anche nelle immancabili difficoltà.

Devo dire che il desiderio di percorrere il Cammino di Santiago è nato in me molto tempo prima di caricarmi lo zaino in spalla e partire. Quando vivevo a Parigi, lavoravo per mantenermi agli studi in una libreria chiamata Shakespeare and Company, accanto alla quale si trova la via che i pellegrini francesi percorrevano per recarsi a Santiago di Compostela. Capitava a volte che qualche cliente fosse in partenza per Santiago seguendo le tracce degli antichi pellegrini, o che tornasse dal Cammino raccontando del proprio viaggio. Incuriosita dalle loro parole, pensavo al Cammino come a un sogno lontano.

Poi, quando mi sono ritrovata ad aspettare il mio bambino da futura ragazza-mamma, ho iniziato a immaginare di andare a Santiago a piedi con mio figlio. Mi aggrappavo a quell’idea per superare i momenti più duri e progettavo di partire quando lui avesse avuto quattordici o quindici anni. Invece, un bel mattino di fine agosto mi sono svegliata e ho deciso che era arrivato il momento: ho iniziato i preparativi e il giugno dell’anno successivo siamo partiti. Johann aveva solo otto anni, ma è stata una bellissima avventura anche per lui!

La fede c’era, è arrivata con il pellegrinaggio oppure?

Ti rispondo così: la fede c’era, ed è arrivata con il pellegrinaggio. Dire “fede” è per me dire “fiducia”, è sentirsi parte di una storia più grande, fatta di amore. Ti parlo di una fede semplice, che si può riassumere nelle parole che diceva la mia nonna materna: “Tì no stà pensar, che el Signor el gh’è e el ghe pensa lù” (“Tu non ci pensare, che il Signore c’è e ci pensa Lui”). Per me il Cammino è stato l’occasione per abbandonare la paura di non farcela, il senso d’inadeguatezza, e imparare passo dopo passo a fidarmi, a sentirmi amata e a godere in tranquillità della bellezza della Vita.

In un mondo che ha fatto della comodità e del superfluo la sua vera religione, perché sono sempre di più le persone che cercano la sfida della resistenza, della fatica, anche della sofferenza?

Credo che tutto questo sia legato a un bisogno profondo dell’essere umano: la necessità di sentirsi amati (e di amarsi) per quello che si è, senza fronzoli, orpelli né maschere inutili. Nel Cammino ti rendi presto conto che lo zaino che hai addosso (in senso proprio e figurato) pesa troppo: sono troppi i vestiti che ti trascini appresso, sono inutili le mille preoccupazioni, sono pesanti i pensieri che iniziano con “e se…?”. È facile, invece, andare avanti un passo alla volta, fare amicizia con perfetti sconosciuti e sentire che sei come loro, che loro sono come te, che ti puoi fidare. È facile sorridere, è facile superare le difficoltà, è facile accettare quello che la giornata ti mette davanti. La sofferenza fisica, quando c’è (noi siamo stati fortunati, non abbiamo avuto neanche una minuscola vescica!), è parte del cammino e non rovina la giornata, anzi: spesso è l’occasione per prendere un ritmo diverso, per imparare a cambiare piani, per lasciare che la vita decida per te e scoprire che quello che ti è toccato in sorte è proprio quello che volevi. Nel mio diario (p. 255) scrivo così: “Un sorso d’acqua e si è già nuovi, incredibile. Come si apprezzano le cose piccole, quando si riduce il carico all’essenziale! Adesso, per esempio, sono felice: cammino a fianco di mio figlio, siamo un puntolino minuscolo in mezzo ai campi. Abbiamo acqua, nello zaino poche cose, vento e colori attorno. Amici che camminano con noi. A casa, una famiglia che ci pensa. Il tempo, tutto il tempo del mondo è concentrato in un solo istante. Ecco, il tempo ha il valore che gli diamo, i pensieri pesano poco più di una rondine. Questa ricchezza è incommensurabile, la terrò sempre con me”.

Hai intrattenuto il tuo bambino a forza di storie e di favole. Cosa pensi di avergli trasmesso?

Volevo che si sentisse parte di una storia più grande, che sentisse di essere in un luogo speciale lungo quanto il Cammino stesso, un luogo costruito passo dopo passo dalle migliaia di pellegrini che hanno percorso la strada dalle loro case a Santiago, nel corso dei secoli. Raccontargli fiabe che inventavo per lui, ambientate nei luoghi che stavamo attraversando, è stato un modo per coinvolgerlo in un’avventura che dura da più di mille anni. Volevo che scoprisse la bellezza delle terre che stavamo attraversando anche grazie alle leggende che lì sono nate, speravo che le mie parole risvegliassero in lui il desiderio di cercare la bellezza nelle piccole cose di ogni giorno. Credo di esserci riuscita, visto che è stato proprio lui a chiedermi di tornare a rifare il Cammino, l’anno successivo!

Che rapporto hai con la maternità e in cosa ti senti diversa dalle madri che mai sottoporrebbero un figlio a una simile prova?

Sono felicissima di essere la mamma di mio figlio! La maternità è per me un’avventura meravigliosa, irrinunciabile. Adesso Johann ha quattordici anni e ancora oggi, come quando era un bebè, ogni giorno è una sorpresa: c’è tanto da imparare, si è in continua evoluzione.

Quanto al percorrere assieme a lui il Cammino, premetto che per noi non è mai stata una prova da superare ma, al contrario, una lunga passeggiata (di quasi mille chilometri!) affrontata giorno per giorno, passo dopo passo, secondo i suoi ritmi e senza fretta.

Il mio desiderio più grande era mostrargli la bellezza della Vita, fargli vedere che, se vuole, con le sue forze potrà arrivare in capo al mondo, regalargli la fiducia nella gente, nell’amore, nell’amicizia. Per questo ho scelto il Cammino, assecondando un istinto che mi spingeva ad andare con lui, così piccolo. E in questo mi sento uguale a tutte le mamme del mondo: amiamo infinitamente i nostri figli e cerchiamo di trasmettere loro il nostro amore. Come siamo capaci, con i mezzi che abbiano, secondo le circostanze in cui ci troviamo a vivere. Insomma, facciamo del nostro meglio, tutte: chi camminando con i figli per quaranta giorni (e poi tornando a rifare l’intero cammino!), chi portandoli a giocare nel parco sotto casa, chi abbracciandoli anche solo con lo sguardo.

Cos’hai pensato quando siete arrivati a destinazione?

Ero talmente emozionata che non sono riuscita neppure a formulare una frase di senso coerente! Ricorderò per sempre lo sguardo che ci siamo scambiati, Johann ed io, appena arrivati davanti alla Catedral, a mezzanotte: “Ce l’abbiamo fatta!”, dicevamo, muti, e in quello sguardo c’erano tutti i chilometri percorsi, tutti i sogni e le aspettative dell’anno trascorso a prepararci, tutto il futuro che avevamo davanti. Ma se devo dire la verità, non sono sicura di essere ancora arrivata a destinazione!

A chi consiglieresti di leggere il tuo libro?

A chiunque abbia un sogno nel cassetto, qualunque esso sia. Si arriva dappertutto, un passo dopo l’altro! E anche, soprattutto, a chi di sogni non ne trova e ha il fiato corto per il peso dei giorni.

A chi consiglieresti di percorrere il tuo stesso cammino?

Ti rispondo con una frase di Johann. Siamo a Triacastela, ormai in Galicia, in una piazzetta con altri peregrinos. Lui sta giocando a pallone e all’improvviso lascia cadere la palla, si avvicina e mi sussurra all’orecchio: “Mamma, guarda che contenti che siamo! Dobbiamo dirlo a tutti, di fare il Cammino!”. 

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