le interviste Rivista Scrivere Donna — 11 giugno 2013

Appassionata delle arti belle, e di tutto ciò che è nobile e gentile ho dovuto scrivere di nascosto per non dirsi di non essere donna di casa, ed intanto ho fatto più di tutte le pretese donne di casa del vostro paese!

Così scriveva Mariannina Coffa Caruso, la poetessa e patriota risorgimentale protagonista del romanzo di Maria Lucia Riccioli, “Ferita all’ala un’allodola” (L’Erudita).

Oggi il divario tra uomini e donne, nel mondo della scrittura come in altri campi, si sta assottigliando. Oggi è normale, seppur non frequente, che una scrittrice vinca un premio letterario importante, che tenga una rubrica molto seguita su un quotidiano.

Ma resta il fatto che recuperare la memoria di donne che hanno tentato di lasciare la propria traccia nella storia del nostro e di altri paesi è lavoro certosino che, spesso, appassiona donne di scrittura più che storici. Maria Lucia Riccioli è una di loro e non è un caso che, amante della parola scritta più che dell’apparire a tutti i costi, scriva: “Mi colpì molto, qualche anno fa, un articolo di Antonella Cilento che stigmatizzava l’eccessiva attenzione sull’immagine dello scrittore, la sua riduzione da autore – etimologicamente portatore di auctoritas – a personaggio.”

Andiamo a conoscerla.

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– Quando hai deciso di scrivere e perché?

 

Perché, si decide?

Scherzo ma non troppo… credo che certe predisposizioni nascano insieme a noi. In base ai miei ricordi e alla mitologia familiare, praticamente ero sempre con le matite e i fogli in mano, anche prima di saper leggere e scrivere. A me bastava riempire la carta di onde e immaginare storie.

Poi ho cominciato a scrivere articoletti di cronaca accompagnandoli con disegni e didascalie.

Ma a nove anni la folgorazione: la poesia, in lingua italiana e in dialetto siciliano, che accompagna da sempre come un fiume carsico la mia esperienza di scrittrice di fiabe, racconti, romanzi…

Perché si decide di scrivere? Forse è il modo di nominare la ferita, forse è il desiderio di dare un ordine alla realtà dentro e fuori di noi. Ma credo sia una modalità dell’essere.

 

– Che tipo di libri leggi?

Sono una lettrice praticamente onnivora! In questo momento sulla mia scrivania ci sono Shakespeare, Giuseppina Torregrossa, Anna Maria Ortese, Clarissa Pinkola Estés, Petros Markaris… in bagno c’è Conan Doyle, in camera da letto mi fanno compagnia Gramellini, Maria Carla Fruttero, Zafón… e in macchina c’è Coelho. Mi incuriosisce ogni genere letterario, anche se prediligo i romanzi storici, come ad esempio quelli della Mazzucco.

 

– Hai mai preferito un libro a un altro per il genere dell’autore?

A volte sì, ma mi concedo spesso di infrangere le mie personali regole di lettura per seguire l’ispirazione del momento. Ad esempio ho appena terminato un libro di Odifreddi. Alcuni generi sono lontani dalla mia esperienza sia di lettrice che di scrittura, come la fantascienza o il thriller, ma se ci sono libri e autori validi travalico le convenzioni di genere. Leggo saggistica anche se preferisco la narrativa. Vorrei leggere più poesia.

 

– Hai mai avuto la sensazione che il tuo essere donna potesse, in qualche modo, ostacolare/favorire la tua passione per la scrittura?

 

Ho frequentato diversi corsi di scrittura e i partecipanti sono in massima parte donne. Forse perché è nella natura femminile mettersi in discussione, parlare con altri delle proprie passioni. Mettersi in gioco.

Però non credo che l’appartenenza al genere femminile sia un privilegio o un freno: certo noi donne siamo demandate alla quadratura del cerchio – e spesso ci riusciamo! – ma l’essere donna è un fattore tra gli altri. Imprescindibile perché ciò che siamo ci caratterizza e confluisce nella scrittura come nella visione del mondo.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

 

La scrittura è. Punto e basta. Poi esistono scrittori e scrittrici. Non credo che ci sia una specificità, perché molti uomini hanno una scrittura “femminile”, mentre molte donne presentano un tipo di scrittura “maschile”.

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

Spero che non ce ne sia… non mi spiegherei il successo della Mazzantini, di Melania Mazzucco, di Michela Murgia, della Parrella…

A livello di media e piccola editoria non credo: le autrici, nonostante il lavoro e la famiglia, sono abbastanza “agguerrite” nel proporsi, nell’organizzare presentazioni ed eventi culturali e penso che i loro editori le apprezzino.

La rete, poi, amplifica e semplifica tutto.

 

 

– Storie d’amore nei romanzi: pregio o difetto?

 

L’amore, la morte, la guerra, la malattia… sono i grandi passaggi della vita di una persona, di un popolo, del mondo. Sono gli universali, i grandi temi che attraversano epoche, stili, generi. Immaginiamo Tolstoj senza le grandi storie d’amore dei suoi libri, Flaubert senza la Bovary…

Dipende tutto dal “tocco” dell’autore trattare questi temi senza melensaggini, senza edulcoramenti, peraltro a torto bollati come “femminili”.

L’amore in particolare è il reagente migliore per un personaggio.

 

– Eppure esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa…

 

Ebbene sì, anche io nella mia verde etade ero una lettrice di libri Harmony e di Barbara Cartland… io credo che ogni lettore attraversi delle stagioni e quella rosa è una di quelle. Oggi Liala e la Invernizio – da me lette e studiate – sono oggetto di saggi e seminari universitari.

Oggi non leggo più narrativa “rosa” e vorrei che le mie alunne leggessero libri dalla maggiore qualità letteraria. Il problema non è partire da lì, ma fermarsi a quel tipo di narrativa. Se una ragazza parte da Harmony e poi legge Jane Austen e le sorelle Brönte per me va benissimo.

 

– È possibile, a tuo parere, una collaborazione tra scrittrici così come si configura tra scrittori nella creazione di movimenti letterari (New Italian Epic o TQ, per esempio)?

 

Magari! Io credo che per gli uomini si tratti della naturale estensione del loro cameratismo, della loro propensione ai giochi di squadra – parlo per stereotipi, lo so, ma sto semplificando – mentre a quanto pare solo tu e Lory siete riuscite a scrivere a quattro mani e siete ancora vive!

Penso anche al Gruppo 63… ma per gli scrittori si tratta anche di creare una nuova poetica o un movimento di rottura della tradizione.

Le donne dovrebbero puntare di più sulla sorellanza per poterci riuscire.

Perché no? Forse siamo più individualiste, ci mettiamo in competizione tra di noi?

 

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

 

Anche io vivo la mia condizione di “scrittrice” con un certo senso di colpa, con ansia e la vaga sensazione di essere dimidiata: sono anche un’insegnante e mi divido per forza di cose tra preparazione delle lezioni, correzione di compiti, aggiornamento, riunioni pomeridiane e i richiami da sirena della scrittura: prima di tutto i libri, la lettura, per me alimento necessario, poi lo scrivere. Porto con me taccuini e matite, un libro mi accompagna sempre… tento di non sprecare tempo e di trovare ispirazione in tutto quello che faccio e che vivo.

– Cosa ne pensi dei fenomeni editorial-marketing degli ultimi anni e della fruizione soprattutto femminile che li caratterizza?

 

Il marketing è business, è commercio. L’anima della letteratura va cercata altrove. Purtroppo i libri sono considerati una merce ed è normale pubblicizzarli come un cosmetico o un capo d’abbigliamento.

Io spero nel lettore, che abbia la pazienza di cercare il libro che potrà risuonargli dentro senza farsi abbagliare dalle false luci del merchandising e dell’advertising…

Anche perché i fenomeni editoriali geneticamente modificati, i libri OGM li chiamo io, hanno grande fortuna ma vita breve. Vorrei proprio sapere chi tra cent’anni ricorderà certi autori e le loro “opere”.

 

– Sta per uscire una nuova trilogia soft-porn di produzione italiana e pubblicata da Rizzoli. Si cavalca l’onda, ormai semiesaurita, delle Sfumature. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

 

Già il sintagma “ciclo produttivo” mi provoca l’orticaria… ecco, quello che trovo stupefacente delle case editrici anche più illuminate è la “furbizia” nel cavalcare l’onda fino ad esaurire il filone a torto o a ragione considerato aureo. Il banalizzare, il rendere manierismo quello che magari è stato un colpo fortunato o un autentico libro di rottura.

Un Harry Potter può essere simpatico, originale e sfondare, ma cento maghetti moltiplicati per sette libri no.

Le sfumature scoloriranno, ne sono certa.

E no, non entrerei mai in una catena di montaggio “letteraria”, soft-porn o meno.

 

– Pubblicare purché sia è un principio da perseguire?

 

Rendere pubblico ciò che si è scritto è perfettamente legittimo, ma io porrei un limite anche giuridico alle case editrici a pagamento per distinguerle da chi si impegna ad investire nel mondo del libro, crede in un autore e in ciò che scrive.

Editore e tipografo sono due cose diverse.

E poi bisogna chiedere a se stessi se ciò che ci spinge a pubblicare sia solo la vanità – nel suo doppio significato – di leggere il proprio nome su una copertina o la volontà di dire qualcosa che sia valido per gli altri oltre che per noi stessi.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

 

Non pagherei mai per pubblicare, cosa che infatti non è accaduta per la pubblicazione del mio romanzo o dei miei racconti e poesie, usciti su antologie e periodici sia cartacei che on line.

Premesso questo, oggi un autore può benissimo decidere di essere editore di se stesso: il self publishing o il print on demand mi sembrano già meno squalificanti rispetto all’editoria a pagamento, che non filtra né investe. Resta da capire se un libro di qualità venga poi “snobbato” se l’autore si è autopubblicato o ha pagato per pubblicare.

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

 

Certo che se Fazio mi invitasse a “Che tempo che fa” le vendite del mio romanzo salirebbero alle stelle… un passaggio televisivo spesso fa la differenza, ma i buoni lettori sono come i cercatori di tartufi.

Diciamo che una copertina azzeccata è come una vetrina invitante. Nel caso del mio libro è stata uno degli elementi che ha attirato chi non mi conosceva.

A D’Orrico direi di farsi avanti…

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

 

La cosa mi sembra improbabile… forse diventerei più modaiola e meno low profile, o meglio ancora comprerei finalmente casa. Magari scriverei su una rivista femminile…

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

Farei un bell’elenco di scrittori fake, gli autori considerati tali solo perché ogm. E lo pubblicherei.

O condurrei una trasmissione tutta teatro, cinema, poesia, opera… anche per un solo spettatore.

Comprerei tonnellate di libri spazzatura per riciclare un po’ di carta… qualcos’altro mi verrà in mente, tu fammi vincere lo Strega il Campiello il Bancarella il…

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

 

Melania G. Mazzucco, perché gioca con i registri della lingua in maniera straordinaria, perché le sue sono storie di donne “oblique” per vari motivi, perché non è presenzialista, perché ama studiare i luoghi e i documenti.

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

 

I vari Dan Brown, Moccia, le veline e i calciatori che si scoprono scrittori… per il resto riesco a trovare qualcosa di buono in tutto quello che leggo.

Non amo tutto quello che è inautentico, scritto per accattivarsi il pubblico.

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

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Il mio lavoro più importante è il romanzo storico “Ferita all’ala un’allodola”, uscito in occasione del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia per Perrone Lab e che è stato rieditato proprio nei primi di giugno 2013 da L’Erudita.

Perché leggerlo? Scritto da una donna degli anni Duemila, parla di una donna del Risorgimento. Che corrispose con intellettuali di tutta Italia, che tentò con la vita e la scrittura di emanciparsi, di tentare, lei donna, lei siciliana, lei poetessa del 1860, di ri-sorgere, di compiere cioè come la nostra patria il cammino del risveglio, della consapevolezza, dell’autodeterminazione. Fatto di entusiasmi e cadute, vittorie e fallimenti, acquisizioni e tragiche incompiute.

 

Il mio blog:

www.marialuciariccioli.wordpress.com (qui troverete tutte le notizie su di me, sulle mie pubblicazioni e le attività letterarie e non, oltre a recensioni e molto altro)

Il sito de L’Erudita:

www.lerudita.com (anche se ancora il libro non è stato inserito sul sito, dato che è di stampa recentissima)

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