le interviste Rivista Scrivere Donna — 28 giugno 2013

Cecilia Mazzeo è nata il 26 novembre 1976 a Bologna, città adorata in cui vive da sempre. Sposata e mamma di due bambini, fortemente voluti.

Diplomata al liceo pedagogico-linguistico col massimo dei voti. Naturalmente predisposta verso tutto ciò che è arte e immagine, in una parola: “cre-attività”, la bellezza unita all’azione. Appassionata di psicologia e filosofia, di saggi e romanzi di ogni tipo, tendenzialmente onnivora predilige la narrativa nostrana.

Scrive da sempre. Autrice di filastrocche in rima, poesie, racconti, articoli, recensioni. Collabora con un free magazine siciliano e con una testata giornalistica online.

Credo che la parola non possa rimanere un origami di carta, ma abbia bisogno di sporcarsi. Di farsi colore e suono. Soltanto così acquista battito e spessore. Diventa cosa da toccare.”

Il suo libro, oltre che un romanzo, è un documento importante perché testimonia di una battaglia tutta femminile, quella contro l’endometriosi, come ci spiega nella prefazione medica il dottor Secchiaroli. Ne riportiamo uno stralcio:

l’endometriosi è una battaglia, che si svolge all’interno dell’organismo femminile, tra un tessuto (l’endometrio) che vuole crescere dove non dovrebbe e la reazione delle difese del corpo umano che tentano di impedirlo […] l’endometriosi può essere così fastidiosa e arrecare gravi disagi alla vita di relazione e riproduttiva della donna. Perché questa lotta incessante tra un tessuto che vuole crescere e le difese che vogliono impedirlo determina una situazione di infiammazione cronica che lascia spesso tracce indelebili […] Si crea così un campo di battaglia dove gli organi della pelvi (la parte dell’addome dove sono collocati i genitali) spesso sono profondamente deformati,alterati, talvolta irriconoscibili. Si capisce come sia forte il contrasto tra l’aspetto esteriore di queste donne che sono giovani, attraenti, attive piene di progetti e quello interno.”

 cecilia mazzeo foto

– Cecilia, presentati con cinque aggettivi, due positivi e tre negativi.

 

Luminosa, empatica, suscettibile, infiammabile, “equina”.

 

– Quando hai deciso di scrivere e perché?

 

Non ho deciso, credo di averlo sempre fatto e non ho memoria di un inizio. Se chiudo gli occhi penso alla naturalezza del respirare.

Perché? Perché ho sempre saputo che era il progetto del mio seme: portare parole, soffiarle come piumini al vento. Appoggiarle da qualche parte con la speranza che venissero trovate e scelte. Con la speranza che potessero salvare qualche anima o magari consolarla e farle compagnia…il tempo di una storia.

Nelle parole ho sempre trovato il mio “tutto”. Ho cominciato con i biglietti per le persone a cui volevo bene, con i diari, con i temi alle elementari. Poi semplicemente è continuato ciò che per me era “normale” come il vivere. Continuando…al mio albero si sono aggiunte nuove infiorescenze e poi nuovi frutti, i rami si sono espansi e articolati e sono arrivati racconti, articoli e recensioni e poi il romanzo.

 

– Sei consapevole che tutti scrivono e solo uno sparuto manipolo di eroi legge?

 

Sì, ne sono assolutamente consapevole, ma la cosa non mi spaventa, non mi fa gettare la spugna. Mi butto a capofitto in quel pixel di luce che ho dentro, in cui custodisco l’eroina che legge e che scrive.

 

– Che tipo di libri leggi?

 

Sono tendenzialmente onnivora, ma prediligo la letteratura nostrana e amo assaggiare le voci dei narratori giovani. Il noir e lo stile comico grottesco non appartengono al mio sentire. Nel leggere sono “omeopatica”: mi avvicino quasi sempre a storie di dolore e di veleno emotivo. Cerco uno specchio brutale e sincero in cui ricomporre le mie ferite. Cerco quelle storie in cui introspezione e azione sono in perfetto equilibrio circense. Cerco lo spessore, il colore, la temperatura, il tatto, le viscere, gli angoli bui e anche il bagliore di qualche stella lassù.

 

– Il tuo essere donna ha, in qualche modo, ostacolato/favorito la passione per la scrittura?

 

Nel mio caso, credo che l’abbia favorita. Mi sono sentita madre della mia scrittura. Un desiderio trattenuto nella pancia come un figlio.

 

– Ritieni esista e sia individuabile una scrittura al femminile?

 

Sì, credo che esista una scrittura al femminile e credo anche che troppo spesso venga demonizzata o “etichettata” come tale. La scrittura femminile è un richiamo alle origini, viene dal mare. Ha una specie d’infinito dentro, senza sconto alcuno.

 

– Ritieni esista un pregiudizio nei confronti di un’autrice da parte dei lettori uomini?

 

Sì, spesso accade d’ inciampare nei soliti noiosi e sterili luoghi comuni che vedono nelle scrittrici qualcosa di troppo edulcorato, frivolo, infiocchettato. Non è così.

 

– Hai mai avuto la sensazione di una preclusione editoriale nei confronti delle donne?

 

Sì, una vaga sensazione l’ho avuta.

 

– Esiste un pregiudizio nei confronti della cosiddetta narrativa rosa? E, se sì, come si manifesta?

 

Si manifesta con uno sdegno quasi ilare e con la certezza di prodotti scadenti per anime deboli incapaci di verità e crudezza.

 

– Le donne, a tuo parere, sanno fare rete?

 

A volte sì, a volte no. Sanno compattarsi in maniera straordinaria per un obiettivo comune, ma sanno anche distruggere per un nonnulla.

 

– Molte donne lamentano la difficoltà di dedicarsi quanto vorrebbero alla scrittura e i sensi di colpa per la necessità di trascurare altre cose. Tu come ti poni?

 

Io mi sento un giocoliere maldestro talvolta. La donna polipo con tutte le braccia impegnate e sull’orlo di una crisi di nervi. Non è facile per una donna ritagliarsi uno spazio invalicabile, dimenticarsi per qualche ora di tutto il resto. Non è facile far passare il messaggio che la scrittura non è un trastullo ludico, ma un duro lavoro che richiede tempo, concentrazione assoluta, analisi, solitudine, progettualità, introiezione, fatica cognitiva ed emotiva e anche fisica perché si implode, perché nella staticità quasi assoluta in realtà si contraggono tutti i muscoli a ritmo con la storia che si sta scrivendo. C’è uno scambio pazzesco tra l’autore e ciò che scrive. Una specie di sudore di vita.

 

– Perché produzioni come Twilight o Le 50 sfumature sono piaciute soprattutto alle donne?

 

Difficile rispondere. Non ho letto Twilight, ma ho letto Le 50 sfumature. Le ho lette con la bramosia di chi vuole capire cosa ha messo d’accordo tante donne nel mondo. Le ho lette da anatomopatologo che viviseziona alla ricerca del segreto del successo, ma ahimè non l’ho trovato. L’unica cosa che posso dire è: avete presente le patatine Pringles alla paprika? Ecco, ne apri un tubo e poi non smetti finché non l’hai finito e, non pago, vai pure alla ricerca di sale residuo coi polpastrelli bagnati. Nelle citate patatine deve esserci anche un misterioso ingrediente, non certo di pregio, che crea dipendenza, un po’ come ne Le 50 sfumature. Personalmente quei tre volumi potevano ridursi a uno soltanto. C’è una diluizione ripetitiva e compulsiva che esaspera e contemporaneamente ti spinge a proseguire nella speranza del colpo di scena, dell’elemento di rottura. Io lo vedo un po’ come un Erotic Harmony, come il polpettone Beautiful che rimescola sempre quei tre personaggi che fan di tutto con tutti. Non so dire perché tante donne abbiano amato queste sfumature. Posso provare a ipotizzare: non sono sicuramente piaciute dal punto di vista letterario o perché portano qualcosa di nuovo. Credo che a molte siano piaciute perché, nonostante l’evoluzione, l’emancipazione e la modernità, la donna ha sempre davanti a sé il sogno di Cenerentola, l’archetipo della donna salvata e che contemporaneamente salva. Il lieto fine condito di pepe. Perché la donna sogna un rapporto d’amore tridimensionale che tocchi in profondità ogni dimensione contemporaneamente. Possedere la mente, il cuore, la pancia di un uomo. Il famoso assoluto che ritorna.

Mangiare un tubo di Pringles alla paprika stravaccata sul divano mentre nessuno ti vede ha lo stesso effetto del leggere Le 50 sfumature sotto l’ombrellone in vacanza: stacchi la spina dall’immagine che hai di te e che dai di te.

 

– Sfornare trilogie erotiche in linea con la moda soft-porn o mom-porn è il target di molte delle major editoriali. Come ti porresti davanti alla proposta di entrare nel ciclo produttivo?

 

A onor del vero proprio recentemente ho ricevuto questa proposta da Mondadori, per la sua collana di e-book erotici. Ho scritto qualche racconto erotico giudicato di qualità. Ci ho pensato a lungo, molto a lungo e alla fine ho detto di no, ho detto che non era il momento. Ho rinunciato, per alcuni stupidamente, a uno stipendio sicuro, ma non me la sono sentita di “bruciare” la mia scrittura in quella direzione. Scrivere un racconto erotico, un microcosmo pittorico è un conto, scrivere invece lunghi romanzi in cui la narrazione deve essere continuamente condita da scene di sesso è un altro.

 

– Come ti poni davanti al dilagare dei fenomeni editoria a pagamento, print on demand o self-publishing?

 

Sono assolutamente contraria e quasi indignata. Ho detto no a due proposte editoriali a pagamento. Ho preferito essere “scoperta”, ho preferito pazientare e attendere la cosa giusta al momento giusto. Monetizzare la pubblicazione è rendere vano il senso dell’arte e anche la propria dignità di lavoratore. Occorre educare le persone: la scrittura è tempo e fatica. È lavoro e ricerca.

Sarebbe come chiedere a un contadino di comprare le mele dei propri alberi prima di rivenderle al mercato. Assurdo e al limite del lecito.

Dal mio romanzo:

Da bambina avevo un sogno. Credevo che dare parole agli altri fosse un gesto eroico allo stesso modo di un contadino che si brucia la schiena ore e ore sotto il sole. Chi scrive si brucia. Diversamente, ma si brucia. Scrivere è ferirsi e prendersi addosso anche le ferite degli altri. Tutti i soli di tutti i contadini del mondo. Poi cresci. E gli adulti insagomati, ingabbiati, fintamente attenti ti bruciano più di quel sole che disidrata la terra e la pelle. Poi cresci e cogli quante architetture distorte e inquinate, quanta mercificazione, quanta “SPOESIA” ci sia dietro al mondo dello scrivere. O meglio, dietro a chi decide se tu sei degno o no. Degno di uscire dal tuo antro, così che le tue parole non siano stese solo sulla tua terrazza, ma su tanti ridenti balconi…qua e là…nella vita.”

 

 

– Cosa ritieni che possa far la differenza nell’attirare un lettore: copertina, titolo, autore personaggio, passaggio televisivo o D’Orrico che si innamora di te?

 

Sono certa che la copertina e il titolo possano molto, sono il primo “gancio”: visivo ed emotivo. Una grafica “golosa” e un titolo accattivante ti afferrano per i capelli e ti portano dentro. Poi ovviamente la trama deve avere il suo perché. Quanto alla visibilità televisiva o alle raccomandazioni amorose non saprei dire. Personalmente da lettrice non abbocco a certe cose: soltanto il libro ha potere seduttivo nei miei confronti. Una specie di carica vibrazionale che mi prende o, viceversa, mi fa allontanare.

 

– Quali tuoi buoni propositi salterebbero davanti a un improvviso successo?

 

Allo stato attuale delle cose credo nessuno. Sono piuttosto incorruttibile.

 

– Sei autrice del bestseller del momento, tradotta nel mondo, milioni di copie: togliti uno o più sassolini dalla scarpa.

 

La verità è che i sassolini dalla scarpa li tolgo anche ora.

 

– Scrittore/scrittrice preferito/a vivente e motivazione.

 

Posso essere sincera sincera? La mia anima è un po’ scalza e ribelle e proprio non ce la fa a stabilire il titolo di “scrittore, scrittrice preferita”. A questa domanda solitamente la mia mente si fa buia e si chiude. Non ce l’ho, né un lui né una lei. Ogni libro che mi piace mi dà qualcosa, ma non riesco a eleggere dei nell’olimpo. Mi piace prendere più cose, variare, assaggiare, mischiare. Credo che la lettura segua i nostri bisogni del momento. A volte una pizza ti sembra la cosa più buona del mondo, altre volte-invece- un pomodoro scondito mangiato a grugno sembra rasentare la perfezione.

In generale posso dire che amo la scrittura di Margaret Mazzantini, di Barbara Garlaschelli, di Alessandro D’Avenia, la follia onirica della penna di Isabella Santacroce. Posso dire che rileggerei infinite volte senza stancarmi “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery e “Il senso dell’elefante” di Marco Missiroli. In generale amo la scrittura materica e poetica insieme.

 

– Scrittore/scrittrice vivente che non riesci ad apprezzare e perché.

 

Sembrerò eretica, ma tanti americani immensi io non li digerisco: Philip Roth e Mc Ewan ad esempio. Non riescono ad afferrarmi per i capelli, a portarmi dentro. Nel leggerli le mie emozioni rimangono tiepide e in superficie. Tra i nostri autori fatico molto a leggere Chiara Gamberale. C’è qualcosa che m’infastidisce nella sua scrittura, una sorta di confusione che mi fa perdere il filo. Uno strano vento che mischia le parole.

Mi sa che la lista sarebbe lunga, ma fortunatamente ho poca memoria.

 

– Parlaci del tuo ultimo lavoro e fornisci un motivo per cui dovremmo leggerlo.

Copertina di matilda

Non amo mai svelare troppo. Per raccontarvi “Matilda con la A” userò le parole lette ad una recente degustazione eno letteraria a Finale Emilia, il motivo dovrebbe essere nell’emozione di queste parole. Vorrei farvi “bagnare il becco” come se steste assaggiando un buon vino:

 

Parlando di vino, Matilda è proprio così: un acino che si fa spremere dalla vita, che si fa raccogliere solo da mani scelte e sapienti, che si fa schiacciare, ma non per morirne…per trasformarsi in qualcosa d’altro. Matilda trasforma tutto in qualcosa d’altro: toglie la buccia, i semini, per arrivare al succo, all’essenza, alla verità oltre il contenitore.

Matilda è stata abbinata alla caratteristica organolettica della persistenza e credo sia davvero azzeccato. Una ragazzina che passa e lascia traccia di sé, che non evapora come le cose fittizie e superficiali di questo mondo.

Matilda cerca la colla che aggiusta le cose. Lo fa a piedi nudi, sul prato, con un cestino in mano e con occhi scanzonati e incantati insieme. A volte raccoglie ciliegie, a volte fragole, a volte grappoli d’uva. E ne fa marmellate e vino. Lo fa in purezza come la Falanghina. Lo fa in mezzo a rami di ginestra, anche se a volte si spinge in territori di origine vulcanica.

La Falanghina è fiore, frutto e mandorla amara come Matilda. Il fiore della bellezza, il frutto dell’anima, la mandorla amara nell’utero. Una patologia femminile che spreme, che chiede, che toglie, che piega, che strema. Matilda è un bianco di “pronta beva”: si rivolge a tutti senza distinzione alcuna…di età, etnia, fede. È una matrioska che si spoglia di sé e racchiude nella pancia e nella memoria archetipi eterni, matrici universali, piumini di vita che tutti almeno una volta abbiamo soffiato.

 

Puoi fornirci un link che rimandi alla possibilità di acquisto? Grazie

 

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http://www.amazon.it/Matilda-A-Cecilia-Mazzeo/dp/8897481086

 

http://www.inmondadori.it/Matilda-con-la-A-Cecilia-Mazzeo/eai978889748108/

 

 

 

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